Ben sapeva che il cuore – Hāfez

hafez

Amo moltissimo le canzoni di Hāfez, perchè più le leggo più mi sembrano delicatissime lettere d’amore. E le lettere d’amore sono il fondamento della vita, dell’amore, della società tutta e della cultura. Tutto nasce da una lettera d’amore. E continua tra quelle brillanti quanto tragiche righe. Lettere scritte per far innamorare, per trattenere, per cercare, per ricordare dopo la fine dell’amore. Lettere scritte per percorrere i secoli e rendere immortale ed eterno quel sentimento di un istante. Un solo punto, che punto dopo punto diventa segmento e poi retta che non ha mai fine.

Anch’io, in questo sabato notte di pioggia e insonnia, vorrei scrivere un’ultima lettera d’amore. Lettera d’amore da un uomo che non le ha scritto abbastanza lettere d’amore. Un uomo così stupido da non scriverle abbastanza lettere d’amore. Potete ridere di me se volete, voi miei 25 lettori, come io rido di me stesso.

Non ti ho scritto abbastanza lettere d’amore, e ti ho persa. Non ti ho accarezzata i capelli quando ne avevi bisogno, non ti abbracciata di fronte alle persone tenendoti per mano per far capire a tutti che eri mia. Non ti ho guardata abbastanza dolcemente, e ti ho persa. E ho avuto molto molto molto tempo per perderti, curando la tua distanza con perizia, con accorgimenti, con precisione come in guerra. E ti ho tenuta e ti ho cacciata come i gattini quando giocano con una mano. E così alla fine io ti ho persa. E sono rimasto come privo d’un braccio direbbe un poeta che amo molto. Amo così tante cose ma alla fine quella che sopra di tutto amavo l’ho persa. Alla fine io ti ho persa. Di te mi parla una ragazza gentile che non conosco, che un poco ti assomiglia, che ha la tua delicatezza, sgridandomi piano perchè ti ho persa. E ha ragione. Non ti sento da settimane, non ti vedo da mesi, mi arrivano solo echi di voci di persone che mi dicono che stai bene, che sei felice, che hai cambiato pettinatura, che esci con un altro uomo. E così alla fine io ti ho persa. Non ti accarezzo più i capelli quando ne hai bisogno. Non ti abbraccio più di fronte alle persone tenendoti per mano per far capire a tutti che tu sei mia. Non ti ho guardo più così dolcemente da farti chiudere gli occhi e aprire le labbra per un bacio. E conosco pure quell’uomo che mi dicono esserti vicino, e ne sono felice. Un bravo ragazzo, bello, un uomo migliore di me mi dico. E non è tristezza d’innamorato la mia perchè bisogna essere veramente dei piccoli piccoli uomini per perdere una donna come te. Cammino per Pordenone, incontro amici che avevamo in comune ed è un teatro: Ehy ciao come stai? E dov’è la tua compagna? – No scusa, devi sapere. E raccolgo le facce contrite delle persone. Facce di circostanza. Uno mi dice ma scusa sei proprio un idiota a perdere una donna così, un altro più delicato non è mai facile stare insieme. E parlo di te ad un’amica che si stupisce e dice non ti ho mai sentito dire queste parole per nessuna donna, ne sei proprio innamorato. Ma io ti ho persa, cercando di perderti. E non serve nemmeno dirti che ero pazzo, pazzo nel non capire, pazzo nel trattarti male, pazzo nel perderti facendo di tutto per allontanarti. E non serve nemmeno dire che è pazzia anche accorgersi d’amare quando si è persa la donna amata. O la persona amata, perchè in fondo questo discorso vale per tutti. Uomini con donne, donne con uomini, uomini con uomini, donne con donne. È un amore che non ha sesso, e adesso imparo che nemmeno la fine di un amore ha sesso. Non serve nemmeno dirti che è un inferno il non vederti, che scrivo pagine e pagine di poesie d’amore che tu non leggi, studio libri e libri alla ricerca di un verso che dica le tue gambe, un verso da copiare che dica la perfezione delle tue cosce, che a te non interessa più. Perchè una poesia non basta a trattenere una persona, a trattenerle il cuore, ma servono tutte quelle cose che per mesi io non ti ho dato. E nemmeno serve dirti che vorrei svegliarmi da quest’incubo e riabbracciarti adesso adesso che è notte, trovarti nel letto, chiederti scusa che sono così stupido. In questo momento probabilmente avrai un altro abbraccio. Ma non abbiamo più l’età per piangere. Ormai dovrei essere felice che sei felice. E cerco di esserlo pur non riuscendoci, perchè la tua felicità lontana non è la mia felicità, ed io resto come appannato di fronte a un mondo che non vedo. Non vedo più. Quella ragazza gentile che ti assomiglia dice che forse la foto che mi hai tornato era un gesto d’affetto, di ricordo, e vorrei veramente così tanto crederle. Ma Dante ci insegna che non sia maggior dolore / che ricordarsi del tempo felice / a la miseria, e questo è il tempo della mia miseria. La mia miseria senza te. Perchè io ti ho persa, non volendoti perdere, facendo di tutto per perderti. Perdendo così definitivamente me stesso. Tutto me stesso. Perchè tu eri tutto me stesso.








Hāfez – Canzoni




È fuoco nel cuore, il dolore d’amato, ne arse il mio petto:

bruciarono vampe la casa nei suoi più segreti recessi.

Si dissolse il mio corpo, lontano dal ladro di cuori,

bruciò l’anima, al fuoco solare del volto che amiamo.

Chi ebbe a veder la catena dei riccioli tuoi, sopra viso di fata,

nel seno colmo di nera passione bruciò per me folle.

Oh, che fiamme ho nel petto! A queste mie lacrime calde, iersera,

il cuore del cero fu preda all’amore e bruciò a causa mia qual falena!

Se un amico si strugge per me non è cosa bizzarra:

fu cuore d’estraneo a bruciare, allorchè me ne andai da me stesso.

A me rapì il saio devoto quell’acqua che corre in taverna,

e il fuoco che è là tra le giare bruciò la dimora ove stava intelletto.

Quale coppa s’infranse il mio cuore per tal contrizione,

e qual tulipano bruciava, in assenza di calice e vino.

Dimentica quello che è stato, ritorna, ché a me la pupilla, nell’occhio,

se lo tolse di dosso, e bruciò ringraziando, il suo saio.

Abbandona le fiabe, poeta, ed un attimo in pace centellina il vino,

ché tutta la notte vegliammo, e ascoltate le fiabe bruciò la candela.








Per ogni via m’è compagna di viaggio l’immagine tua,

e l’aura della tua chioma è il legame che l’anima vigile mia tiene avvinta.

A chi, vano e altero, ci nega il diritto d’amare,

io contrappongo, trionfale argomento, che il volto tuo è bello.

Tu vedi che dice il tuo mento rotondo: d’Egitto venuti

sono mille Giuseppe, e caduti entro questo mio pozzo.

Se la mia mano non giunge ai tuoi riccioli lunghi, è per colpa

di questo mio fato sconvolto, di questo mio braccio che è corto.

Ma tu dì al custode che guarda a quei tuoi penetrali l’accesso,

tu dì: «Un umile è quello, che attende nel fango alla soglia.

Apri, dunque, se bussa alla porta una volta in un anno il poeta,

perchè sono lustri che quegli sospira il mio volto che è simile a luna.

Se pur segregato, velato, egli appare al mio sguardo,

sotto gli occhi è pur sempre di questa mia mente serena».








Veramente infinita è la bruna dolcezza d’un corpo,

e il bruno vino dell’occhio, e il riso del labbro, e la grande letizia del volto!

Io sono lo schiavo di tutte le bocche soavi del mondo,

ma questo è un sovrano che tutte le bocche soavi suggella.

Questa gota colore del grano maturo c’insegna

perchè, come Adamo si volse alla spiga, si perse.

In nome di Dio, dite, amici, per questa ferita

quale balsamo resta sul cuore, se egli è partito?

Bello il volto, è perfetta virtù, ed è limpido il grembo:

a lui gli angeli e i puri del mondo s’affannano attorno.

Chi potrà credermi dunque se è lui che petroso m’uccide,

e pur lui che qual Cristo richiama con soffio lievissimo a vita?

Io sono un poeta che crede: si tenga di me qualche conto,

perchè ben conosco la grazia, conosco il perdono dei santi.








Il liquore che dànno le rosse sue labbra non bevvi: andò via.

Non scorsi appieno il suo volto di luna: andò via.

Che a noia gli fosse davvero venuto lo starci vicino?

Involse il suo sacco che ancor non l’avevo raggiunto, e andò via.

Molte volte leggemmo l’Aprente e innalzammo preghiere,

e per lui sussurrammo la sura Sincera, ma, ecco, andò via.

Ci ingannava: «Giammai lascerò il disonore di stare con voi!»

gli abbiamo, l’hai visto, creduto, e andò via.

Incedeva leggiadro sul prato di grazia e bellezza, però

noi non fummo con lui nel giardino d’unione: andò via.

Così come il poeta, esalammo lamenti e sospiri per tutta la notte:

ahimè, non giungemmo neppure al commiato, andò via.








Colui che possiede il mio cuore, è gran tempo che non manda novelle:

non una parola m’ha scritto, né un solo saluto ha mandato.

Io spedivo ben cento missive, ma dei cavalieri il sovrano

no, non inviava un araldo, e neppure mandava un messaggio.

A me, che ho modi selvaggi e la mente oramai vagabonda,

non ha mandato uno quale gazzella e pernice leggiadro.

Ben sapeva che il cuore è uno storno e m’avrebbe fuggito,

pure non mi mandava una trappola fatta di righe a catena.

Ahimé! Quel coppiere dal labbro di zucchero, ebbro,

sapeva ch’io sono la preda del vino, però non mandava una coppa.

E per quanto vantassi magnifiche grazie e traguardi raggiunti,

a me, da nessuna stazione, non ha mai notizia mandato.

Ma tu sta’ buono, poeta, ché a noi non è dato reclamo,

se non volle il sovrano mandare una lettera al servo!








Per anni chiedeva a noi il cuore la coppa di Jam,

e quanto già aveva implorava da mano straniera:

la perla che è fuori la vuota conchiglia del cosmo,

la cercava tra gente che aveva smarrito la strada del mare.

Al Vecchio dei magi portavo iersera il mio assillo,

a lui che con forza di sguardo sapeva risolver gli enigmi.

Lo vidi lieto e sereno, una coppa di vino nel palmo:

in quello specchio scorgeva miriadi di forme diverse.

«Quando fu che ti diede il Sapiente», gli chiesi, «la coppa che vede nel cosmo?»

«Nel giorno che fece», rispose, «la cupola azzurra di smalto».

«L’antico sodale», poi disse, «per cui s’erigeva superba la forca,

ebbe solo la colpa d’avere svelato gli arcani.

Ma se ci concede una grazia lo Spirito Santo ed ancora ci assiste,

sapranno altri compiere ancora i prodigi del Cristo».

Chiesi: «E i ricci degli idoli, quelle catene, a che pro?»

«Ma non era il poeta», rispose, «a lagnarsi del cuore suo folle?»








Posai sulla strada questo volto, e lui ecco non passò.

M’attendevo da lui ben mille grazie, e neppuremi guardò.

Di mie lagrime una piena non erose odio dal cuore,

ché non resta mai la traccia della pioggia su una pietra.

È un baldo giovane: sempre su lui veglia, Signore!

Non bada al dardo dei lai che sospiriamo schivi.

A queste mie grida non dormirono, a notte, pesci e uccelli,

e guarda l’impudente, neppure si sveglio!

Volevo, qual candela, spegnermi ai piedi suoi,

ma lui qual brezza d’alba non mi volle visitare.

Chi c’è di così duro e così indegno, dimmi,

che a parar la tua spada non offre anima a scudo?

La lingua tua, penna eloquente, mai si tradì, poeta:

però perse la testa, e il suo arcano svelò.








La tua bellezza, un baleno nell’attimo eterno, in principio,

e l’amore che apparve fu fuoco che avvolse la terra di vampe.

Si manifestava il tuo volto, vedeva che l’angelo è privo d’amore,

e fu una vampa d’orgoglio furente che all’uomo s’apprese.

Voleva farne lanterna, intelletto, di fiammesì alte,

ma furono lampi abbaglianti, e sconvolsero il mondo.

Un tracotante cercò d’introdursi, tentò d’osservare il mistero,

ma una mano invisibile venne e lo spinse lontano.

Altri ottennero in sorte letizia di vita:

fu il nostro cuore nel pianto che ottenne, qual sorte, dolore.

E fu per passione del dolce tuo mento tornito che prese

lo Spirito Santo a molcire i tuoi riccioli, anello su anello.

Il poeta scriveva il tuo libro gioioso d’amore,

nel giorno che fu cancellato gioioso tripudio dal petto.








«Avrò mai le tue labbra, avrò mai la tua bocca?» gli dissi.

«Che t’obbediscano vuoi, senza battere ciglio?» rispose.

«Le tue labbra», dissi, «richiedono tutto il tributo d’Egitto!»

«È questo uno scambio», rispose, «in cui non è perdita alcuna».

«Qualcuno mai», dissi, «raggiunse codesta tua bocca minuta?»

«È cosa nota», rispose, «soltanto a chi sa di minuzie».

«Non farti»,dissi, «idolatra, tu invoca piuttosto l’Eterno!»

«Là dov’è amore», rispose, «si compiono entrambe le cose»

«Spira un’aura, in taverna, che strappa via al cuore la pena».

«Beati quelli», rispose, «che rendono un cuore felice!»

«Vino e tonaca», dissi, «non sono un’usanza virtuosa».

«Fanno parte», rispose, «del culto del Vecchio dei magi».

«Ma quale», dissi, «vantaggio al Maestro, da labbra sì dolci?»

«Con i baci soavi», rispose, «lo rendono giovane sempre!»

«Quando», dissi, «il signore raggiunge la stanza nuziale?»

«Solo quando», rispose, «la luna sarà insieme a Giove congiunta».

«Fortuna», dissi, «invocargli, ecco l’unico ufficio di questo poeta!»

«È un’invocazione», rispose, «che cantano gli angeli in cielo!»








Ho sofferto una pena d’amore… non chiedermi nulla.

Sorso amaro di vino, il distacco… non chiedermi nulla.

Peregrino vagavo nel mondo, quand’ecco, alla fine,

io sceglievo al mio cuore un signore… non chiedermi nulla.

E scorre, scorre, ed anela alla terra di quella sua soglia,

quest’acqua che sgorga dagli occhi… non chiedermi nulla.

Ieri sera ho sentito, sì, proprio con queste mie orecchie,

parole su quella sua bocca… non chiedermi nulla.

E tu, a che morderti il labbro per farmi tacere?

Io mordevo un rubino, lo sai… su, non chiedermi nulla.

In assenza di te, nella povera cella mendìco,

oh, che pena ho sofferto, che pena… non chiedermi nulla.

Come questo poeta, straniero che batte la strada d’amore,

d’una sosta la pietra miliare ho raggiunto… non chiedermi nulla.








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