Лиличка! Вместо письма – Vladimir V. Majakovskij

majakovskij

Majakovskij è un autore da leggere quando si è tristi. Perchè il suo tono è vero, diretto, a tratti cinico, malinconico, con un retrogusto di romanticismo nascosto e deluso, disilluso, disperato ma senza disperazione. Le poesie di Majakovskij sono un fumo del tabacco che divora l’aria, l’anima tutta. O forse dovremmo dire il mondo tutto, perchè il male (sopratutto quello d’amore) è sempre totalizzante.

Majakovskij è un autore da leggere piano pesando le parole. Perchè sono le parole che prima o poi tutti abbiamo dentro. Sono i medesimi abbandoni, le medesime carezze, le medesime costole, le medesime stelle. Il medesimo mondo in fondo.

Aggiungo inoltre, a poche ore di distanza dalla prima pubblicazione dell’articoletto, due ulteriori poesie: È già l’una passata e Il poeta è un operaio suggeritemi dal mio grande amico Antonio Colecchia (detto Mezzacapa). Ottimo ottimo ottimo uomo conosciuto ai tempi in cui lavoravo per l’altrettanto ottima rivista online whipart (www.whipart.it) che suggerisco di andare a vedere (in realtà ci lavorerei ancora, pur non facendo nulla, perchè proprio non vorrei abbandonare quella bellissima redazione…)








Lilička invece di una lettera


Il fumo del tabacco divora l’aria.

La stanza –

è un capitolo del kručënico inferno.

Ricorda –

a questa finestra

per la prima volta

frenetico, ti accarezzai le mani.

Oggi te ne stai lì,

il cuore nel ferro.

Un giorno ancora –

e mi caccerai,

insultandomi, forse.

Nell’anticamera fosca a lungo non scivola

rotta dal tremito la mano nella manica.

Fuggirò via,

il corpo getterò in strada.

Selvaggio,

impazzirò,

troncato dalla disperazione.

No, non ce n’è bisogno,

cara,

buona,

dài facciamo pace, ora.

È lo stesso

amore mio –

un fardello grande infatti –

peserà su di te

ovunque andrai.

Lascia ruggire in un ultimo grido

l’amarezza dei lamenti offesi.

Se a fatica si riesce ad uccidere il toro –

lui andrà via,

ad accasciarsi nelle fredde acque.

Ma, oltre al tuo amore

io

non ho mare,

e dal tuo amore neanche col pianto ottieni tregua.

Se vuole quiete lo stanco elefante –

regale, si sdraia sulla sabbia infuocata.

Ma, oltre al tuo amore

io

non ho sole,

eppure non so dove sei e con chi.

Se tu avessi tormentato così un poeta,

lui

l’amata avrebbe venduto per soldi e gloria,

ma io

non ho caro altro suono

che il suono del tuo nome amato.

E non mi getterò sui binari,

non berrò veleno,

né potrò premere il grilletto sulla tempia.

Su me

oltre al tuo sguardo

non ha potere alcuna lama di coltello.

Domani dimenticherai

che ti ho fatta regina

che l’anima florida incendiai d’amore,

e il carnevale polveroso dei giorni vani

sgualcirà le pagine dei miei poveri libri…

Le foglie secche delle mie parole

sapranno convincerti a restare,

coi loro avidi respiri?

Ma fa’ che

con un’ultima dolcezza

io rivesta il tuo passo che se ne va.








È già l’una passata


È già l’una passata.

A quest’ora tu starai a letto.

Come un fiume d’argento

traversa la notte

la Via lattea.

Io non ho fretta

e non ti voglio svegliare

con speciali messaggi.

Come si dice,

l’incidente è chiuso.

Il battello dell’amore

s’è infranto contro la vita circostante.

Tu ed io

siamo pari.

Non vale la pena di citare

le offese

e i dolori

e i torti reciproci.

Guarda com’è pacifico il mondo.

La notte

ha imposto al cielo

un tributo stellato.

È in ore come questa

che si sorge

e si parla ai secoli,

alla storia,

alla creazione.








Qualche parola su mia moglie


Lungo spiagge lontane di mari segreti

cammina la luna –

mia moglie.

La mia fulva amante.

Dietro la carrozza

si trascina vistosa

la folla screziostriata delle costellazioni.

La incorona un garage,

è baciata dai chioschi dei giornali,

e un paggio occhieggiante orna di lustrini e orpelli

la via lattea dello strascico.

E io?

A me, riarso, il bilanciere delle sue sopracciglie portava

secchi rinfrescanti dagli occhi dei pozzi.

Era sulla sete lacustri che tu pendevi

e, come violini d’ambra, cantavano i fianchi?

Ma nelle ragioni dove c’è la collera dei tetti

non puoi lanciare uno scintillio di selve.

Nei boulevards affogo, ricoperto da angosce di sabbie,

pure è figlia tua –

la mia canzone

con una calza traforata

davanti ai caffè.








Amore


La fanciulla spaurita s’avvolgeva nella palude,

lugubri dilagavano le cadenze delle rane,

tra i binari ondeggiava un chissà chi rossastro,

e, rimbrottando, passavano tutte boccoli le locomotive.


Fra coppie di nuvole, attraverso lo stordimento solare,

irrompeva la furia d’una spensierata mazurca,

ed eccomi, torrido marciapiede di luglio,

mentre una donna getta baci come cicche!


Abbandonate le città, stupida gente!

Andate nudi a versare al solleone

vini ubriachi negli otri-petti,

pioggia-baci sulle braci-guance.








Dietro la donna


Scostato col gomito il lievito della nebbia,

colava biacca da una nera borraccia,

e, gettate al cielo le briglie oblique,

barcollava tra le nubi, canuto e affaticato.


Di rame fuso la lega delle case,

i brividi delle case appena contenibili,

eccitati al manto rosso della lussuria,

i fumi conficcavano le corna nel cielo.


Cosce-vulcani sotto il ghiaccio delle vesti,

le spighe dei seni mature per la messe.

Dai marciapiedi con ghigni malandrini

scattavano di gelosia frecce spuntate.


Spaventate con gli zoccoli le preghiere della sommità,

in cielo hanno preso al laccio Iddio,

e, spennatolo con un sorriso topesco,

schernendolo, l’hanno trascinato per una fessura della soglia.


L’oriente li ha scorti in un vicolo,

ha rovesciato più in alto la smorfia del cielo,

e, strappato il sole dalla nera borsa,

ha colpito rabbiosamente i tetti sulle costole.








Per una signorina


Quella sera stavo decidendo –

e se diventassimo amanti? –

È buio,

nessuno ci vedrà.

Mi sono chinato davvero,

e davvero

io,

chinandomi,

le ho detto

come un buon genitore:

«Scosceso è il dirupo della passione –

fate la brava,

fate un passo indietro

fate un passo indietro,

fate la brava».








Notte di luna


Paesaggio

ci sarà la luna.

Ce ne sta

già un po’.

Eccola che pende piena nell’aria.

È Dio, probabilmente,

che con un meraviglioso

cucchiaio d’argento

rimeste la zuppa di pesce delle stelle.








Pena


In una vana disperazione il vento

si dibatteva disumanamente.

Gocce di sangue annerendosi

si gelavano sulle lastre d’ardesia.

E uscì, a isolarsi nella notte,

vedova la luna.








Il poeta è un operaio


Gridano al poeta:

“Ti vorremmo vedere davanti a un tornio!

Cosa sono i versi? Parole inutili!

Certo che per lavorare fai il sordo”.

Forse, a noi, il lavoro

sta a cuore più d’ogni altra occupazione.

Sono anch’io una fabbrica.

E se mi mancano le ciminiere,

forse, senza di esse,

ci vuole ancor più coraggio.

Lo so: voi non amate le frasi oziose.

Quando tagliate del legno, è per farne dei ciocchi.

E noi, non siamo forse degli ebanisti?

Noi intagliamo Il legno delle teste dure .

Certo, la pesca è cosa rispettabile.

Tirare le reti e, nelle reti, storioni, forse!

Ma il lavoro del poeta non è da meno:

è pesca d’uomini, non di pesci.

Fatica enorme è bruciare agli altiforni,

temprare i metalli sibilanti.

Ma chi oserà chiamarci pigri?

Noi limiamo i cervelli

con la nostra lingua affilata.

Chi è superiore: il poeta o il tecnico

che porta agli uomini vantaggi pratici?

Sono uguali. I cuori sono anche motori.

L’anima è un’abile forza motrice.

Siamo uguali. Compagni d’una massa operaia.

Proletari di corpo e di spirito.

Soltanto uniti abbelliremo l’universo,

l’avvieremo a tempo di marcia.

Contro la marea di parole innalziamo una diga.

All’opera! Al lavoro nuovo e vivo!

E gli oziosi oratori, al mulino! Ai mugnai!

Che l’acqua dei loro discorsi

faccia girare le macine.








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