Pollock, Buso, e i tempi dell’arte

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Pollock, Buso, e i tempi dell’arte


Ieri, alla presentazione del Catalogo della Samuele Editore, nel momento dell’inaugurazione della mostra di Luigi Buso è emersa un’interessante discussione, anche se un po’ polemica, tra un ragazzo e il pittore. Al pittore il ragazzo evidentemente criticava una visione troppo limitata dell’arte, troppo univoca. Luigi dal canto suo devo ammettere aveva delle posizioni troppo forti, quasi estreme, contro una visione dell’arte concettuale e (per dirla con sue parole) troppo poco sostanziale. Luigi in maniera del tutto provocatoria affermava che artisti come Pollock non posso essere definiti artisti ma solo imbonitori dell’arte. Posto che Luigi Buso è un ottimo pittore (nel blog della Samuele Editore si possono vedere alcuni suoi quadri) voglio un poco ridimensionare le sue affermazioni non per difenderlo, ma solo per contestualizzare una sua linea artistica che evidentemente non era riuscito in sede di presentazione ad esprimere adeguatamente.

Il primo elemento che vorrei sottolineare, e che anche ieri ho tentato di esporre, è che all’artista può e deve essere perdonata una visione unidirezionale dell’arte. L’artista per concetto può permettersi d’essere totalizzante all’interno della sua posizione. Questo perchè la sua visione è in qualche modo la sua identità, il risultato della sua vita. Per cui all’artista quanto al poeta deve ben essere perdonata l’affermazione forte contro cose diverse da lui. Non che questo atteggiamento sia giusto, ma dimostra la genuinità del percorso, e la sua profondità.

Un secondo elemento, sempre tratto dalla presentazione di ieri (a brevissimo presente nel blog della Samuele Editore in formato video), che vorrei considerare è la possibilità o impossibilità di creare un reale dialogo tra l’artista e il critico. L’artista (quanto il poeta) vede la sua arte come unica e superiore a tutte le altre. Se così non fosse non spenderebbe la sua vita in quell’arte. Il critico invece contempla e comprende elementi e forme diverse e distanti tra di loro, studiandone l’evoluzione, la rottura, la violazione (come benissimo ha espresso ieri Angela Felice). Per questo ha ragione Luigi Buso (non però nella forma) a dire che Pollock non è un pittore, e ha allo stesso modo ragione quel ragazzo a dire che invece lo è come Picasso e Fontana e via dicendo. La ragione che ambedue hanno nasce dalla differenza delle due nature, l’una autoriale l’altro da critico. E dimostra che il dialogo è impossibile. A livello di poesia abbiamo esempi lampanti di immensi critici che poi quando fanno poesia lasciano un po’ a desiderare. Perchè autore e critico hanno due punti di partenza e due percorsi mentali troppo diversi per poter essere comparati.

Un altro elemento che poi mi fa un po’ propendere per Luigi Buso è una sua argomentazione, interessante, sulla tempistica della fruibilità dell’arte. Luigi afferma che molti quadri ti lasciano un’emozione, una comunicazione, forte e immediata che però si risolve in breve tempo. Guardi e tutto quello che c’è da prendere dal quadro è lì. Questa cosa in realtà non è tanto sciocca. Basti pensare appunto ai graffi di Fontana, grandissimo gesto artistico del quale però si può pensare e parlare anche senza avere il quadro davanti. Mentre altri esempi hanno bisogno di un rapporto continuativo col quadro, con la tela, appunto perchè la comunicazione quadro/fruitore dura nel tempo. Non sono fuochi di paglia come dice Luigi. Posto che considero anch’io grandissimo Fontana quanto Pollock (preso in questo post solo perchè ieri se ne è parlato molto e Luigi lo ha, ingiustamente, denigrato, ma è la sua posizione autoriale) e considero che hanno creato momenti importanti per l’arte elaborando e segnando un concetto, non rifiuto però il discorso sulla tempistica della fruizione che Luigi ha proposto. Che pone effettivamente un dubbio.

Non voglio qui dare risposte di cui non sono comunque in grado, non occupandomi se non in via del tutto amatoriale di pittura. Però se portiamo i medesimi discorsi sulla poesia devo ammettere di trovarmi molto d’accordo col pittore riconoscendo esempi forti e scioccanti ma poco sostanziali. Ci sono poesie che sono belle ma quando le leggi le capisci e le abbandoni. Mentre le più belle poesie sono quelle che continuano a dire qualcosa lettura dopo lettura. Un’opera d’arte insomma credo anch’io debba dover mantenere il dialogo con chi la riceve. Sopratutto in questo momento storico in cui l’uomo ha già ampiamente esaurito i concetti (e la fiducia nei concetti) portandoli ad epigoni stanchi e ripetitivi. Dimostrando l’esigenza di un’arte (pittorica quanto poetica) più materica, più operaia e contadina, più fondamentalmente umana. Spesa con le mani nella terra della vita.








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