Scarabattole – poesie ai bambini

Ray Sheldon

 

Quasi due anni fa mi era stato commissionato, da un Editore pordenonese, questa (corposa) antologia di poesie per bambini attraverso i secoli. La mia scelta era stata più sugli ultimi due secoli (con qualche autorevole eccezione) in quanto il materiale era veramente troppo ampio e vasto per poterne fare un’antologia al minimo rappresentativa (di cosa poi, nemmeno io lo so, ma al tempo questa era la domanda che mi assillava). Già così il lavoro può essere criticato su molti versanti, anche se spero il lettore apprezzerà la ricerca di piccole chicche inedite e inaudite, altrimenti introvabili e poco conosciute. Con una piccola ricerca minuziosa (per quanto mi è stato possibile) tra carte, cartoline, e libri molto molto vecchi.

Ho cercato un equilibrio tra nomi di chiara fama e testi che mi parevano degnissimi di nota. Il lavoro devo dire mi soddisfa, e dato che l’Editore di cui sopra non si è più fatto sentire (probabilmente non ha considerato l’opera all’altezza delle sue aspettative) la pubblicherò a breve come Samuele Editore, risolte le impellenze di legge sull’uso di testi altrui.

Propongo qui il lavoro come regalo di Natale a tutti i bambini e a tutti i bambini che gli adulti sono stati (per parafrasare De Saint Exupery). Il titolo Scarabattole deriva da un libro di Giovanni Giudici. Mi sono permesso di inserire anche qualche amico (Giacomo Vit, Renato Pauletto).

Buon Natale. Alessandro Canzian

 

 

 

 

 

SCARABATTOLE

a cura di Alessandro Canzian

 

 

 

 

 

Aleksàndr Blok

 

 

Per la città correva un uomo nero.

Si arrampicava a spegnere i lampioni.

 

Lenta, bianca l’aurora si avvicinava,

salendo assieme all’uomo sulla scala.

 

Là dov’erano quiete, morbide ombre

– le gialle strisce dei lampioni a sera, –

 

la prima luce ha coperto i gradini,

penetra da tendine e da spiragli.

 

Ah, com’è scialba la città sull’alba!

L’omino nero piange sulla via.

 

(Poesie, Guanda, Parma 1975)

 

 

 

 

 

 

 

 

Aldo Palazzeschi

 

 

Vi sono alla proda del tetto

quattordici teste di marmo

corrose e annerite dal tempo.

La gente le chiama “i fantocci”.

Il grande castello è senza finestre.

La piccola porta di legno, corrosa dal tarlo,

è scossa dal vento e sembra cascare.

La gente passando si volge e procede

davanti al castello ch’è senza finestre.

Si sa di broccati, di seggiole d’oro,

di mobili grandi cosparsi di gemme,

di cofani zeppi di perle e rubini: un tesoro.

La gente passando si volge e procede

davanti al castello ch’è senza finestre.

La piccola porta di legno, corrosa dal tarlo,

è scossa dal vento e sembra cascare,

si dice: “dal tetto si vede il bel mondo!”.

E solo “i fantocci” lo stanno a guardare.

 

 

 

 

 

La fontana malata

 

Clof, clop, cloch,

cloffete,

cloppete,

clocchete

chchch…

È giù nel

cortile

la povera

fontana

malata:

che spasimo

sentirla

tossire!

Tossisce,

tossisce,

un poco

si tace,

di nuovo

tossisce.

 

Mia povera

fontana,

il male

che hai

il cuore

mi preme.

Si tace,

non getta

più nulla;

si tace,

non s’ode

rumore

di sorta;

che forse…

sia morta?

Che orrore!

Ah, no!

Rieccola,

ancora,

tossisce.

Clof, clop, cloch,

cloffete,

cloppete,

clocchete,

chchch…

 

 

 

 

 

Rio bo

 

Tre casettine

dai tetti aguzzi,

un verde praticello,

un esiguo ruscello: rio Bo,

un vigile cipresso.

Microscopico paese, è vero,

paese da nulla, ma però…

c’è sempre disopra una stella,

una grande, magnifica stella,

che a un dipresso…

occhieggia con la punta del cipresso

di rio Bo.

Una stella innamorata?

Chi sa

se nemmeno ce l’ha

una grande città.

 

(Paesi e figure, Poesie, Mondadori, Milano 1990)

 

 

 

 

 

 

 

 

Vladimir Majakovskij

 

 

Il cavallino di fuoco

 

Il bambino chiede al padre:

“Vorrei tanto un bel cavallo,

ho deciso che da grande

vorrò esser un cavaliere.

E per questo a cavalcare

voglio adesso incominciare”.

Anche il babbo si è convinto

e decidono di andare

un cavallo a comperare.

Colmi sono gli scaffali

d’ogni sorta di balocchi;

nel negozio invece ahimè

di cavalli non ce n’è!

Cosa dire? Cosa fare?

Sì… dal mastro si può andare

che i cavalli sa approntare.

Questo mastro pensa e dice:

“Qui ci vuole un buon cartone

per piantare l’ossatura

che va fatta con gran cura!”

Tutti e tre in fila indiana

vanno dritti alla cartiera.

“Carton fino o carton grosso?”

chiede ai tre un omaccione.

E dà loro tre bei fogli

del miglior cartoncino

e la colla da spalmare

perchè possano ben saldare.

Cavalcare: una parola!

Non si corre senza ruote.

Vi provvede il falegname

con prontezza e precisione.

Svelto e alacre in un minuto,

taglia, pialla, sega, lima…

e le ruote eccole qua.

Ora manca la criniera!

Via di corsa per cercare

fra le setole e le spazzole,

chi dia loro la maniera

di crear coda e criniera.

Ben gentile è l’artigiano

che è contento di donare

peli e ciuffi in quantità.

Che distratti! Che sbadati!

Chi ha pensato per i chiodi?

“Ecco a te quel che ti serve”

dice il fabbro compiacente.

Con i chiodi e il cartoncino,

con le setole e la colla

ben sbiadito è il cavallino.

Un pittor dobbiam trovare!

Un pittore ecco è già pronto

ben felice di aiutare

il cavallo a colorare.

Per nessuno c’è più tregua,

la giornata è laboriosa

col migliore materiale

costruito è l’animale.

Tutti insieme in gran daffare

incollando e ritagliando

or preparan zampe e dorso

or gli mettono un gran morso.

Batti e batti sopra il chiodo,

lima e pialla quelle ruote,

rosso e giallo usa il pittore

e il cavallo è uno splendore.

Trotta innanzi, trotta indietro:

come è ardente il suo galoppo!

Son turchini i grandi occhi,

macchie gialle ha sui ginocchi.

Con l’incedere marziale,

con la sella di gran pregio,

con la ricca bardatura,

va col bimbo alla ventura.

 

(Il cavallino di fuoco, Emme Edizioni, Milano 1973)

 

 

 

 

 

 

 

 

Federico Garcìa Lorca

 

 

Arbolè arbolè

 

Arbolè arbolè

secco e verde.

 

La bambina dal bel viso

raccoglie raccoglie olive.

Il vento, amico di torri,

la prende per la cintura.

Passan quattro cavalieri

sopra cavalle andaluse,

di verde e azzurro vestiti

con lunghi mantelli scuri.

“Bambina, vieni a Còrdoba.”

La bambina non li ascolta.

Passano tre toreri

che hanno stretta la cintura,

vestiti color arancio

con la spada argento antico.

“Vieni a Siviglia, bambina.”

La bambina non li ascolta.

Quando la sera si fece

violetta, di luce vaga,

passò un giovane che aveva

rose e mirti di lana.

“Vieni a Granada, bambina.”

La bambina non lo ascolta.

La bambina dal bel viso

raccoglie, raccoglie olive,

col braccio grigio del vento

che la tiene per la vita.

 

Arbolè arbolè

secco e verdè.

 

(Cinque lire di stelle, Bompiani, Milano 1970)

 

 

 

 

 

 

 

 

Sergio Corazzini

 

 

– Perché, mia piccola regina,

mi fare morire di freddo?

Il re dorme, potrei, quasi,

cantarvi una canzone,

ché non udrebbe! Oh, fatemi

salire sul balcone!

– Mio grazioso amico,

il balcone è di cartapesta,

non ci sopporterebbe!

Volete farmi morire

senza testa?

– Oh, piccola regina, sciogliete

i lunghi capelli d’oro!

– Poeta! Non vedete

che i miei capelli sono

di stoppa?

– Oh, perdonate!

– Perdono.

– Così?

– Così…?

– Non mi dite una parola,

io morirò…

– Come? per questa sola

ragione?

– Siete ironica… addio!

– Vi sembra?

– Oh, non avete rimpianti

per l’ultimo nostro convegno

nella foresta di cartone?

– Io non ricordo, mio

dolce amore… Ve ne andate…

Per sempre? Oh, come

vorrei piangere! Ma che posso farci

se il mio piccolo cuore

è di legno?

 

(Poesie, Rizzoli, Milano 1992)

 

 

 

 

 

 

 

 

Maria Pawlikowska Jasnorzewska

 

 

Aeroplano

 

L’aeroplano, il più bello degli uccelli bianchi,

vola nella distanza sopra un grigiore di nubi.

Ha l’ala di cavalletta. È audace come l’aquila.

E ha gli occhi e il cuore dell’uomo.

 

(da Poeti polacchi contemporanei, Silva Editore, Milano 1961)

 

 

 

 

 

 

 

 

T.S. Eliot

 

 

Il nome dei gatti

 

E’ una faccenda difficile mettere il nome ai gatti;

niente che abbia a che vedere, infatti,

con i soliti giochi di fine settimana.

Potete anche pensare a prima vista,

che io sia matto come un cappellaio,

eppure, a conti fatti,

vi assicuro che un gatto deve avere in lista,

TRE NOMI DIFFERENTI. Prima di tutto quello che in

famiglia

potrà essere usato quotidianamente,

un nome come Pietro, Augusto, o come

Alonzo, Clemente;

come Vittorio o Gionata, oppure Giorgio o Giacomo

Vaniglia –

tutti nomi sensati per ogni esigenza corrente.

Ma se pensate che abbiano un suono più ameno,

nomi più fantasiosi si possono consigliare:

qualcuno pertinente ai gentiluomini,

altri più adatti invece alle signore:

nomi come Platone o Admeto, Elettra o

Filodemo –

tutti nomi sensati a scopo familiare.

Ma io vi dico che un gatto ha bisogno di un nome

che sia particolare, e peculiare, più dignitoso;

come potrebbe, altrimenti, mantenere la coda

perpendicolare,

mettere in mostra i baffi o sentirsi orgoglioso?

Nomi di questo genere posso fornirvene un quorum,

nomi come Mustràppola, Tisquàss o Ciprincolta,

nome Babalurina o Mostradorum,

nomi che vanno bene soltanto a un gatto per volta.

Comunque gira e rigira manca ancora un nome:

quello che non potete nemmeno indovinare,

né la ricerca umana è in grado di scovare;

ma IL GATTO LO CONOSCE, anche se ma lo confessa.

Quando vedete un gatto in profonda meditazione,

la ragione, credetemi, è sempre la stessa:

ha la mente perduta in rapimento ed in contemplazione

del pensiero, del pensiero, del pensiero del suo nome:

del suo ineffabile effabile

effineffabile

profondo e inscrutabile unico NOME.

 

(Il libro dei gatti tuttofare, Bompiani, Milano 1990)

 

 

 

 

 

 

 

 

Walter De La Mare

 

 

Il topolino

 

C’era un topolino piccino piccino

che abitava a Gibilterra.

Non riusciva a prendere neppure un pezzettino di formaggio

a causa del micino-gattino-birichino.

 

E disse al formaggino:

“Oh, mi piacerebbe tanto mangiarti,

se non fosse per le zampette crudeli

di quel micino-gattino-birichino.”

 

(Storie di animali, Longanesi, Milano 1984)

 

 

 

 

 

 

 

 

Clemente Rebora

 

 

Ninna nanna delle risaiuole lombarde

 

Ninna qua, ninna là,

ninna nanna ninna nà,

va nel sonno, anima mia,

c’è la Mamma c’è il Papà,

c’è una Mamma sulla tua via,

che nel buio ti veglierà,

avanzando in armonia,

la tua notte si schiarirà,

e il tuo bel cuore sarà

svegliato in verità;

c’è un gran giuoco in mezzo ai guai,

che fidando scoprirai,

c’è una luce laggiù, in fondo,

che fa cenno a questo mondo,

meritando a poco, a poco

la tua vita giocherà,

e sfavillerà.

Non temer, se l’ombra spia,

ché il tuo sole spunterà,

segui ben la voce mia,

l’ansia tua si snebbierà,

e il tuo cuore andrà,

dove il mio pure va.

 

(Le poesie, Garzanti, Milano 1988)

 

 

 

 

 

 

 

 

Rudyard Kipling

 

 

Lettera al figlio

 

Se puoi vedere distrutto il lavoro di tutta la tua vita

e senza dire una parola ricominciare,

se puoi perdere i guadagni di cento partite

senza un gesto e senza un sospiro di rammarico,

se puoi essere un amante perfetto

senza che l’amore ti renda pazzo,

se puoi essere forte senza cessare di essere tenero

e sentendoti odiato non odiare, pure lottando e difendendoti.

Se tu sai meditare, osservare, conoscere,

senza essere uno scettico o un demolitore,

sognare senza che il sogno diventi il tuo padrone,

pensare senza essere soltanto un pensatore,

se puoi essere sempre coraggioso e mai imprudente,

se tu sai essere buono e saggio

senza diventare nè moralista, nè pedante.

Se puoi incontrare il Trionfo e la Disfatta

e ricevere i due mentitori con fronte eguale,

se puoi conservare il tuo coraggio e il tuo sangue freddo

quando tutti lo perdono.

Allora i Re, gli Dei, la Fortuna e la Vittoria

saranno per sempre tuoi sommessi schiavi

e, ciò che vale meglio dei Re e della Gloria,

Tu sarai un uomo.

 

(Lettera al figlio, Rizzoli, Milano 2010)

 

 

 

 

 

 

 

 

Elli Michler

 

 

Ti auguro Tempo

 

“Non ti auguro un dono qualsiasi,

ti auguro soltanto quello che i più non hanno.

ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;

se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa.

 

Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare, non

solo per te stesso,ma anche per donarlo agli altri.

ti auguro tempo, non per affrettarti a correre,

ma tempo per essere contento.

 

Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,

ti auguro tempo perché te ne resti:

tempo per stupirti e tempo per fidarti

e non soltanto per guardarlo sull’orologio.

 

Ti auguro tempo per toccare le stelle

e tempo per crescere, per maturare.

 

Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.

Non ha più senso rimandare.

Ti auguro tempo per trovare te stesso,

per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.

 

Ti auguro tempo anche per perdonare.

 

Ti auguro di avere tempo,

tempo per la vita”.

 

(Dir zugedacht, Don Bosco Verlag, München 2010)

 

 

 

 

 

 

 

 

Angelo Petrosino

 

 

Un bambino che legge

 

Un bambino che legge

si dimentica dei piedi

ha schegge di luce

negli occhi ardenti.

Un bambino che legge

è un bambino che va

lontano

senza che nessuno

lo prenda per mano.

 

(inedita)

 

 

 

 

 

 

 

 

Kahlil Gibran

 

 

Sui figli

 

E una donna che reggeva un bambino al seno disse:

parlaci dei Figli.

E lui disse:

i vostri figli non sono figli vostri.

Sono figli e figlie della sete che la vita ha di sé stessa.

Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi, e benché vivano con voi non vi appartengono.

Potete donare loro amore ma non i vostri pensieri: essi hanno i loro pensieri.

Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime: esse abitano la casa del domani, che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno.

Potete tentare di essere simili a loro, ma non farli simili a voi: la vita procede e non s’attarda sul passato.

Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti.

L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.

Affidatevi con gioia alla mano dell’Arciere;

poiché come ama il volo della freccia così ama la fermezza dell’arco.

 

(Tutte le poesie e i racconti, Newton, Roma 1993)

 

 

 

 

 

 

 

 

Janus Korczack

 

 

Dite

 

Dite:

è faticoso frequentare bambini.

Avete ragione.

Poi aggiungete:

bisogna mettersi al loro livello,

abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli.

Ora avete torto.

Non è questo che più stanca.

E’ piuttosto il fatto di essere obbligati ad innalzarsi

fino all’altezza dei loro sentimenti.

Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi.

Per non ferirli.

 

(Quando ridiventerò bambino, Luni, Milano 1995)

 

 

 

 

 

 

 

 

D.W. Winnicot 

 

 

In ogni bambino

 

In ogni bambino

c’è una scintilla di vita:

questo impulso verso

la crescita e lo sviluppo

fa parte di lui,

è qualcosa

con cui è nato e che lo

sollecita ad andare

avanti

in modi che non

dobbiamo nemmeno

cercare di capire.

 

(Il bambino e il mondo esterno, Giunti e Barbera, Firenze 1973)

 

 

 

 

 

 

 

 

Loris Malaguzzi

 

 

Invece il cento c’è

 

Il bambino

è fatto di cento.

 

Il bambino ha

cento lingue

cento mani

cento pensieri

cento modi di pensare

di giocare e di parlare

 

cento sempre cento

modi di ascoltare

di stupire di amare

cento allegrie

per cantare e capire

 

cento mondi

da scoprire

cento mondi

da inventare

cento mondi

da sognare.

 

Il bambino ha

cento lingue

(e poi cento cento cento)

ma gliene rubano novantanove.

 

La scuola e la cultura

gli separano la testa dal corpo.

 

Gli dicono:

di pensare senza mani

di fare senza testa

di ascoltare e di non parlare

di capire senza allegrie

di amare e di stupirsi

solo a Pasqua e a Natale.

 

Gli dicono:

di scoprire il mondo che già c’è

e di cento

gliene rubano novantanove.

 

Gli dicono:

che il gioco e il lavoro

la realtà e la fantasia

la scienza e l’immaginazione

il cielo e la terra

la ragione e il sogno

sono cose

che non stanno insieme.

 

Gli dicono insomma

che il cento non c’è.

Il bambino dice:

invece il cento c’è.

 

(I cento linguaggi dei bambini, Edizioni Junior, Bergamo 1995)

 

 

 

 

 

 

 

 

Vivian Lamarque

 

 

Il Signore del bastimento

 

Abitava su un bastimento fermo in mezzo al mare.

Gli dicevano sempre torna a casa ma lui non ci pensava affatto.

Si spostava con calma da poppa a prua, guardava le onde, le

stelle quando c’erano, l’altezza del sole.

I pesci ormai lo conoscevano.

Un ippopotamo tutte le notti, verso mezzanotte, mezzanotte

e un quarto, usciva dal mare, lo guardava fisso come per

chiedergli chi sei?

 

(Il Signore degli spaventati, Pegaso Editore, Forte dei Marmi 1992)

 

 

 

 

 

Quando in terra

scende il buio

e ogni cosa

si fa nera

non temere

tu bambino

non temere

tu bambina

perchè la notte

nera nera

è solo un giorno

in vestito da sera.

 

 

 

 

 

Mamma ho paura

ho sentito un passo.

Non temere mio bambino

è la notte che avanza

a passo di danza.

 

Mamma ho paura

ho visto un topo

mi guardava

era proprio lì.

Non temere mia bambina

era un sogno della notte

come un film, un dvd.

 

Mamma ho paura

ho sentito un passo.

Non temere mio bambino

la notte è entrata

nel suo lettino.

 

(Poesie della notte, Rizzoli, Milano 2009)

 

 

 

 

 

Letterina di Natale

 

È arrivata una letterina

anzi sono un milione

anzi sono un miliardo

c’è una lettera

per ogni bambino

è una letterina di Natale

è una letterina

di Babbo Natale.

 

Evviva apriamo!

Evviva leggiamo!

 

Cari bambini

sono stato buono

proprio buono tutto l’anno

ecco l’elenco

l’elenco dei doni

grazie mille anticipate

ecco l’elenco

incominciate:

 

Uno sciroppo

in damigiana

ho tanta tosse

e le renne idem

cento litri di latte

e cento chili di fieno

e uno scatolone

di medicine

per quando ho la febbre

a trentanove

e non posso uscire

che nevica o piove.

Degli stivali

mi raccomando rossi

e un berretto nuovo

e…  ccì! eccì!

e un chilometro di fazzoletti

e anche un nuovo dvd.

 

Ma come???

E niente a noi???

 

“Per quest’anno

faremo il contrario

siete d’accordo?

Non c’è avere

senza dare

per un anno si può fare…”

 

(Poesie di dicembre, Emme Edizioni, San Dorligo della Valle 2010)

 

 

 

 

 

 

 

 

Edward Lear

 

 

C’era una signorina il cui naso

 

C’era una signorina il cui naso

le arrivava alle scarpe di raso;

assoldò quindi una vecchia signora,

dall’andatura molto decorosa,

che reggesse quel portento di naso.

 

 

 

 

 

C’era un vecchio in riva al mare

 

C’era un vecchio in riva al mare

che non sapeva mai cosa fare;

si mise quindi a correre con zelo,

fin che il sole lo fece tutto nero,

quel forsennato vecchio in riva al mare.

 

(Il libro del nonsense, Einaudi, Torino 1970)

 

 

 

 

 

 

 

 

Nico Orengo

 

Canzonette

 

In una tazza la Camomilla

si mette a dormire

bionda e tranquilla.

 

*

 

Il grillo sbadato

ha lasciato sul prato

la sua gamba di violino.

 

*

 

Nel ’68 un merlo magro d’Ormea

faceva la corte alla rosa Tea.

 

*

 

La patella che balla

sui fondali di Portofino

non chiude occhio

fino al mattino.

 

*

 

La mela Rosmarina

fa ron-ron

alla mattina.

 

*

 

La triglia di Camogli

sbadiglia sugli scogli

la triglia di Zoagli

piange ancora i propri sbagli.

 

 

 

 

 

La biro di Bice

 

La biro di Bice

mi dice:

non sono felice

di scrivere a te.

 

*

 

Un merluzzo ruzzolò

dalla Cina fino al Po.

Con la schiena arrotolata

al primo che incontrò

chiese della marmellata.

 

*

 

Un leone beone

seduto al caffè

faceva il cafone

con la figlia del Re.

 

*

 

Sulla spiaggia di Paraggi

una zebra abbronzata

urlava disperata:

ho perso la fidanzata.

 

*

 

Una barca da sola sciolse la vela

e a piccoli morsi mangiava una mela.

 

*

 

Un bruco stropicciato

sternutiva nel prato:

soffriva la febbre del fieno,

ma del prato non poteva farne a meno.

 

*

 

Un aereo volò e volò

e uno strappo nel cielo lasciò.

 

*

 

Intorno alla minestra

c’è una lepre che fa festa.

Mi tira piselli e maccheroni,

coltelli e cucchiaioni.

 

Ma dura da qui a lì

perchè poco dopo è già in salmì.

 

*

 

Un passero col cassero

della nave corsara

chiese una maglia marinara

perchè tutti lo sapessero.

 

*

 

Per non dire una bugia

la pioggia mogia

che dal cielo scendeva

sotto le scale si nascondeva.

 

*

 

A B,

non far così.

 

*

 

Il re del Portogallo

suonando la cornamusa

urtò un gallo

e non gli chiese scusa.

 

*

 

La lumaca

che dondola sull’amaca

pigramente

pensa a meno che niente.

 

*

 

La luna con la chioma bruna

si sentiva bene

e con Saturno si mise insieme.

 

*

 

Il fiume Po

le gambe accavallò

e tutti i pesci attorcigliò.

 

*

 

Una sardina cercava

un trifoglio sotto uno scoglio,

non lo trovò

e senza fortuna se ne andò.

 

*

 

Correva l’ago

dietro lo spago.

E lo spago di fretta

gli urlava: la smetta,

la smetta.

 

*

 

Un albero di pero

starnutiva etcì, però

e il freddo per cortesia

si infilò in terra ed andò via.

 

*

 

Il fuoco nel camino

ritagliava una cascata

di acqua gelata,

pensava all’estate,

con trote fresche e bagnate

e signorine bionde e sdraiate.

 

*

 

La palla che balla al caffè

prima beve del latte

e poi chiede un frappè.

 

(Canzonette, Einaudi, Torino 1981)

 

 

 

 

 

 

 

 

Bertold Brecht

 

 

Ciascuno a modo proprio

 

Verdi i cespugli

nel giardino, a Pasqua

mentre i pioppi attendono

vicino all’acqua.

Là una nuvola

si vuole affrettare,

qui un’altra, bianca,

vuole indugiare.

 

Lavano i piatti

fratello e sorella.

Lui lentamente

e lei più in fretta.

Solo il nostro ciccio

lui non collabora,

resta seduto

e mangia la pappa.

 

 

 

 

 

I bambini giocano

 

I bambini giocano alla guerra.

E’ raro che giochino alla pace

perché gli adulti

da sempre fanno la guerra,

tu fai “pum” e ridi;

il soldato spara

e un altro uomo

non ride più.

E’ la guerra.

C’è un altro gioco

da inventare:

far sorridere il mondo,

non farlo piangere.

Pace vuol dire

che non a tutti piace

lo stesso gioco,

che i tuoi giocattoli

piacciono anche

agli altri bimbi

che spesso non ne hanno,

perché ne hai troppi tu;

che i disegni degli altri bambini

non sono dei pasticci;

che la tua mamma

non è solo tutta tua;

che tutti i bambini

sono tuoi amici.

E pace è ancora

non avere fame

non avere freddo

non avere paura.

 

(Poesie 1933-1956, Einaudi, Torino 1977)

 

 

 

 

 

Gli uccelli aspettano in inverno davanti alla finestra

 

Io sono il passero.

Bambini, la mia fine è quasi certa.

E sempre vi chiamai nella trascorsa annata,

quando il corvo era di nuovo

in mezzo all’insalata.

Vi prego, una piccola offerta.

 

Passero, fatti avanti.

Passero, ecco il tuo grano

e tante grazie per il tuo lavoro.

 

Io sono il picchio rosso.

Bambini, la mia fine è quasi certa.

E picchio tutta la stagione estiva

e distruggo ogni bestia nociva.

Vi prego, una piccola offerta.

 

Picchio, fatti avanti.

Picchio, ecco il tuo verme.

E tante grazie per il tuo lavoro.

 

Io sono il merlo.

Bambini, la mia fine è quasi certa.

Eppure sono io che nel grigio del mattino

cantai tutta l’estate nell’orto del vicino.

Vi prego, una piccola offerta.

 

Merlo, fatti avanti.

Merlo, ecco il tuo grano.

E tante grazie per il tuo lavoro.

 

(da Tante poesie, Vita e pensiero editrice, Milano 1990)

 

 

 

 

 

 

 

 

Kostas Kariotakis

 

 

Michelino

 

Chiamarono soldato Michelino.

Tutto contento e con aria marziale,

partì con Panaioti e Mariolino.

Ma neppure “spall’arm!” seppe imparare.

E brontolava: “Signor caporale,

al mio paese lasciami tornare!”.

 

All’ospedale, l’anno successivo,

guardava il cielo senza mai parlare.

Guardava lungi un punto fisso e vivo

con l’occhio pieno di malinconia,

e pareva pregare e scongiurare:

“Lasciatemi tornare a casa mia”.

 

Poi Michelino da soldato è morto.

Con Panaioti e Mario, altri soldati

all’ultima dimora l’hanno scorto.

La fossa hanno coperto per benino,

però o piedi di fuori hanno lasciati:

era un po’ troppo lungo, il poverino.

 

(Fase, in “Almanacco dello Specchio”, n. 7, Mondadori, Milano 1978)

 

 

 

 

 

 

 

 

Hugo Ball

 

 

Gatti e pavoni

 

baubo sbugi ninga gloffa

 

siwi faffa

sbugi faffa

olofa fafamo

faufo halja finj

 

sirgi ninga banja sbugi

halja hanja golja biddim

 

mâ mâ

piaûpa

mjâma

 

pawapa baungo sbugi

ninga

gloffalor

 

(da L’avventura dada 1916-1922 di G. Hugnet, Mondadori, Milano 1972)

 

 

 

 

 

 

 

 

Theodore Roethke

 

 

L’ippopotamo

 

Che cosa gli manca – la Coda o la Testa?

Per conto mio è il suo Avanti che arretra!

Vive di Fieno, Carote, e di Porro;

per sbadigliare gli ci vuole Un Giorno –

 

A volte penso che vivrò così.

 

 

 

 

 

La sedia

 

Questa è buffa, riguardo a una Sedia:

non ti viene mai in mente che c’è.

Per sapere che una Sedia è davvero una Sedia,

devo ogni tanto metterti a sedere.

 

(Sequenza nordamericana e altre poesie, Mondadori, Milano 1966)

 

 

 

 

 

 

 

 

August Strindberg

 

 

Il canto dell’usignolo

 

Ih, ih, ih , ih , ih! Var de vi? De var vi!

Vi var de! Voj, oj, oj, oj, oj, oj!

Titta, lullan, lull-lull-lull-lull-lull – var de vi?

Ihih! Titta! lullan; den girar, arrrrrrrrrrr-itz!

Lull-lull-lull-lull-lull-lull! Var de vi? Titta!

Sir’u, sir’u, sir’u?

Dadda! – Dadda! Sjätt, sjätt, sjätt, sjätt, sir’u, sir’u?

Nappen; napp, app, app, app, app, app!

Vit, vit, vit, vit, vit, vit, sir’u lillan!

Tut, tut, tut, tut, tut, tut, sat’n, sat’n, sat’n si!

Lip, lip, lip, lip, lip, lip, ih!

Så, så, så, nä, nä, nä, sa, sa, sa, nå!

Ji, jih, guh, guh, guh, guh, gu’hjälp, dadda, aitsch!

 

(Notti di sonnambulo a occhi aperti, Einaudi, Torino 1974)

 

 

 

 

 

 

 

 

E. E. Cummings

 

 

pss sst

 

pss sst

spiritelli

in punta

d’alluce

 

piccole streghe

pepate e folletti

sonaglianti

piglia-dai     piglia-dai

 

ranocchietti felici

saltellanti

in velluto

topine pizzicate

 

con occhi

furtivi corrono e frusciano        e

nasconditinasconditi

psst

 

psst   scopa-scopetta bada alla vecchia

col porro sul naso

quel che ti fa

nessuno lo sa

 

lei conosce il diavolo       uhh

diavolo        ahu

diavolo

ahi     il grande

 

verde

diavolo che

zompa

zompa

 

zompa

diavolo

 

villla

 

*

 

!

 

o (rotonDa) luna,co

me

più (toN

da

di rotOnda)vaghi;

intera

mente e (più Tonda)

do

:rata(Rotondis

sima)

 

(Poesie, Lerici, Milano 1963)

 

 

 

 

 

 

 

 

Robert Graves

 

 

Le gambe

 

C’era questa strada

e portava in cima alla collina

e dal colle scendeva giù

avanti e indietro, e giù e su.

 

E c’era un traffico di gambe,

gambe dai ginocchi in giù,

gambe che andavano, che venivano

che non si fermavano più.

 

E i rigagnoli gorgogliavano

per la pioggia straripante,

e i bastoni sul selciato

ciechi picchiavano, picchiavano.

 

Ciò che trascinava le gambe

era l’inarrestabile

l’insensato, lo spaventoso

fato d’essere gambe.

 

Gambe per la strada

la strada per le gambe,

risolutamente senza meta

in una direzione, in entrambe.

 

Le mie gambe, perlomeno,

erano fuori da quel trambusto:

io me ne stavo intero

sull’erba al margine della via

 

a osservare le inarrestabili

gambe passarmi vicino

senza mai che una inciampasse

tra un passo e il successivo.

 

Benché il mio sorriso fosse largo

le gambe non potevano vederlo,

benché il mio riso fosse forte

le gambe non potevano udirlo.

 

Allora fui preso da una vertigine.

Non starai camminando anche tu

– ad un tratto mi domandai –

dalle ginocchia in giù?

 

Mi toccai le tibie appena

e il dubbio le scatenò:

avevano corso in venti pozzanghere

prima che potessi riacciuffarle.

 

(Lamento per Pasifae, Guanda, Parma 1991)

 

 

 

 

 

 

 

 

D.H. Lawrence

 

 

Il piccolo della gazzella

 

Il piccolo della gazzella, bambini,

va dietro a sua madre per il deserto,

va dietro a sua madre allegramente a piedi nudi,

non reclamando scarpe di sorta, bambini.

 

 

 

 

 

Willy dalla gamba molle

 

Non sopporto Willy dalla gamba molle,

non lo sopporto a nessun costo,

rassegnato com’è, che se lo picchiate

si lascia picchiare due volte.

 

 

 

 

 

Gli elefanti nel circo

 

Gli elefanti nel circo

hanno ère di stanchezza intorno agli occhi.

Tuttavia si tengono ritti

e mostrano i ventri enormi ai ragazzi.

 

(Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1959)

 

 

 

 

 

 

 

 

Günter Kunert

 

 

Come diventai un pesce

 

1

 

Il 27 maggio alle tre si sollevarono dal loro letto

i fiumi della terra e si sparsero

sul territorio abitato. Per salvarsi

la gente a piedi o con veicoli fuggì sulle alture.

 

 

 

 

 

2

 

Quando, dopo la terribile sommossa dei fiumi,

gli oceani tuonando incalzarono sulla spiaggia

e tutto ciò che ancora c’era inghiottirono

senza distinzione, e fu un’infinità di cose.

 

 

 

 

 

3

 

Per un attimo potemmo nuotare ancora sull’acqua

poi si affondò uno dopo l’altro.

Alcuni ancora cantavano e le loro voci stridule

seguirono gli affogati nell’umida tomba.

 

 

 

 

 

4

 

Poco prima che le ultime forze mi abbandonassero

mi venne in mente ciò che un tempo m’avevano insegnato:

solo chi si trasforma non è infastidito

dal mutamento che il suo mondo subisce.

 

 

 

 

 

5

 

Vivere significa: mutarsi all’infinito.

Chi al vecchio si aggrappa, non diventa vecchio.

Così decisi di agire subito

e l’acqua non mi parve più fredda.

 

 

 

 

 

6

 

Le mie braccia si allungarono in ampie pinne

versi squame mi crebbero lentamente;

quando l’acqua mi ebbe chiuso anche la bocca,

m’ero adattato al nuovo elemento.

 

 

 

 

 

7

 

Mi lascio scivolare pigramente per oscure profondità,

e non sento né onde né vento

ma ora temo i luoghi asciutti

e che un giorno l’acqua di nuovo scorra via.

 

 

 

 

 

8

 

Poiché ridiventare uomo

quando da tempo non lo si è più,

è difficile per un come noi in questo mondo

ché l’esser uomo troppo facilmente si scorda.

 

(Ricordo di un pianeta, Einaudi, Torino 1970)

 

 

 

 

 

 

 

 

Kenneth Patchen

 

 

Sempre un altro punto di vista

 

Sali tre “gradini dorati”

supera alcuni amichevoli “leoni”

e “lo scheletro

di un re!” I “leoni”

 

appartengono a una donna

 

di cui si dice che

sia un po’ scentrata. In realtà è

un’ottima persona. Io

la ritengo più incompresa che pazza.

 

Io abito alla porta di fianco.

 

Nella

casa con i cactus

che crescono

attraverso il tetto.

Seduti a bere mi racconta

storie del tempo

in cui lei era una

 

Regina. Nelle sere piovose.

 

(Lo stato della nazione, Guanda, Parma 1967)

 

 

 

 

 

 

 

 

Nanni Balestrini

 

 

Gio e Gia

 

ride

stai lì

guarda

ma cosa fai

tutta storta

qui è caldo

lo faccio io

io lo so fare

l’ho detto io

ti arrivo qui

è questa qua

così col nodo

ti ho fermato

sono le undici

guardalo pieno

mi ha fermato

io sono di qua

dammelo è mio

lo butto in alto

no l’ho detto io

adesso lo prendi

dove batte GIA

da nessuna parte

che l’ha nascosta

prima lo asciugo

ho indovinato io

vuoi smettere di

mi dai la calamita

c’è scritto diverso

sí ma non lo dico

io devo andare a O

ahia il mio braccio

facciamolo insieme

me lo sono dato io

ma io lo sapevo già

è calda la tua mano

chi è che l’ha messo

poi io lo leggo tutto

si capisce che ci sono

guarda ti fa sbagliare

io sono 68 GIO è 15

non così che lo rompi

ma poi non vanno più

quello che dici perché

guarda che ti schiaccio

quella griglia si è rotta

li tiri via sai cosa ti do

no ma la vuoi smettere

e io invece ce lo lascio

ma cosa scrivi un tema

perché così sta attaccato

qua sbandava anche qua

no mi ha presa la penna

non ce l’ho nemmeno io

non si capisce mica tanto

mettilo aperto spalancato

continua a cadermi quello

e io te l’ho dato indietro

ne compri un altro uguale

ma qua non va giù l’acqua

ti è andato a finire in faccia

perché vai fuori dal foglio

guarda cosa ti ho fatto fare

tu batti lì io batto la schiena

togliti che me lo fai sbagliare

sai cosa ha detto la sua pancia

vediamo con una cosa di ferro

quando ho due zeri me lo dici

adesso va ma continua a uscire

io avevo scelto questa roba qui

invece di fare così ho fatto così

e la tua falla andare con questo

non te la volevo dare io la mia

mi ha fatto male un’altra volta

ti do una scatola li metti dentro

più quella grigia di quella rossa

adesso mi metto dove ti metti te

l’hai preso poi non l’ho più vista

fanne uno così copialo da questo

ci devono essere anche questi qui

adesso mi sono spogliato ho finito

scrivi con la mano con l’inchiostro

ma il GIA vuol fare andare la mia

e qui cosa c’è scritto cosa vuol dire

dimmi un animale e io faccio il verso

vedo che qui ha fatti sbagliare vero

io lo faccio così così viene più pulito

sai che rosa lo posso fare con questo

ecco lo vedi che me lo hai fatto uscire

mi ha fatto così forte in faccia qual è

fattene un altro di questi che faccio io

fatto col filo lo devi fare così impari no

ti leggo un po’ lo sai cosa c’è scritto qui

ben ti sta perché tu volevi andare avanti

dicono che non ci devono stare questi punti

è mia e non voglio che GIO me la tocchi

un poco sono nero perché sono abbronzato

io lo faccio senza il nodo che si può tagliare

la GIO non mi lascia andare nella mia pista

i punti ci devono essere qui non qui ma qui

hai fatto un segnettino sulla carta avevi scritto

no non c’è nessuna cosa che fa quel rumore lì

e quando vanno fuori qui le metto a posto io

le pagine bianche non le tocchi se non le sporchi

fai così poi fai così te lo tiri via tutto nelle mani

non sono mica capace di scriverlo con quell’altra

si era rotta dentro e me l’ha aggiustata il dottore

quei fiammiferi che hai in tasca li metto dentro là

comprare questi qua ma ormai ci sono cosa scrivi

con le mani sporche mi ha sporcato il mio bianco

ma lo rompi a scrivere così qui c’è uno scarabocchio

è come questa ma la prima è arrotolata poi è piegata

vediamo un po’ se c’è una cosa che fa questo rumore

sento suonare trombette e tamburi e non sento niente

guarda qui c’era già il buco qui è plastica non può uscire

te ne serve uno per quello così li attacchi tutti e due insieme

qui c’è scritto GIA così se mi perdono il dito me lo riconosco

adesso la metti a posto te perchè la tua l’ho messa a posto io

 

(da Pin pidìn, Feltrinelli, Milano 1978)

 

 

 

 

 

 

 

 

Corrado Costa

 

 

Canta una ninna-nanna secondo lo stile Araphos

 

chiamano

bambino/CORRERE VIA.

bambino/CORRERE VIA

non cammina ancora.

chiamano

bambino CANTARE SOLO.

bambino/CANTARE SOLO

tace.

e

bambino/TACERE?

cosa dice

bambino/TACERE?

 

è tardi!

è tardi!

 

in fondo ai territori

dell’erba

che non cresce

UOMO/UOMO

cerca

bambino/CAMPO-DI-ERBA.

bambino/CAMPO-DI-ERBA

 

ha gli occhi verdi e

ha gli occhi ancora

chiusi.

cercano

bambino/LUNA NUOVA.

bambino/LUNA NUOVA

è nascosto

in aria.

bambino/ARIA

non c’è.

non c’è

nessuna foglia

per dire

a bambino/VENTO

di stare fermo.

non c’è

nessuna pietra

per dire

a bambino/PIETRA

– “mettiti in movimento!”

non c’è

nessuna formagginoper dire

a bambino/FORMA

di cominciare a esprimersi.

 

è tardi!

è tardi!

 

in fondo ai territori

di pietra levigata

DONNA/DONNA/DONNA

cerca

bambino/PIETRA.

bambino/PIETRA

non cresce.

DONNA/DONNA/DONNA

cerca

bambino/ORME-DI-PESCI-

CHE-VANNO-SULLE-GAMBE

bambino/ORME…

non è passato di qui.

cerca

bambino/ORME-DI-PROCIONE

CON-OTTO-ALI-IN-PIU’?

bambino/ORME…

non è passato di qui.

ci sono solo

orme

sul territorio

e ci sono orme

sulla volta celeste

 

è tardi!

è tardi!

 

in fondo ai territori

della volta celeste

UOMO/UOMO

cerca.

– “bambino/EVOLUZIONE

non è passato di qui?”

non c’è nessuno?

non c’è nessuno

che dica

a bambino/CRESCERE

di crescere?

DONNA/DONNA/DONNA

cerca

bambino/SOGNO.

bambino/SOGNO

è sveglio.

bambino/PIOMBO-CHE-SI-

TRASFORMA-IN-ORO

ha gli occhi ancora

chiusi.

UOMO/UOMO

chiede

– “bambino/OGGI

hai visto

bambino/DOMANI?

avete visto

bambino/FORZA-CHE-

NON-HAIL-POTERE?

avete visto

bambino/FUOCO?

bambino/CHE-PIANGE-

SOLO-DI-GIOIA?

 

è tardi!

è tardi!

 

DONNA/DONNA/DONNA

chiama

– “avete visto

bambino/FIUME?

è passato di qui?”

chiamano a casa

anche

bambino/CASA.

viene

a mezzanotte

bambino/NOTTE

con

bambino/QUARTO-

DI-LUNA

 

è tardi!

è tardi!

 

cercano

bambino/TEMPO.

bambino/TEMPO

non si muove.

bambino/TEMPO

non sa che ore sono.

bambino/CHE-NON-SA-

CHE-ORE-SONO

si sveglia.

vede UOMO/UOMO

vede DONNA/DONNA/DONNA.

sono insieme.

insegnano a parlare

ai bambini/PAROLA.

 

(da Pin pidìn, Feltrinelli, Milano 1978)

 

 

 

 

 

 

 

 

Michelangelo Coviello

 

 

Brighella

 

Una conta una nenia una storia

che lui presto impara a memoria

scandali rime fiori farfalle

che però fan girare le balle

amori canti millefrutti

uccelli variopinti millegusti

tuttiveri tuttiscritti

e fuori quasi tutti sono fritti

mamme dolci e canzoncine

giochi seri e frittelline

le più belle cantilene

filastrocche e tiritere

girotondi e palloncini

per bambine e per bambini

nina nanne un po’ cretine

una storiella una poesia

bruttabella sia Brighella.

 

 

 

 

 

Filastrocca popolare

 

Ecco il tempo che cambia stagione

si gira il foglio si vede il burrone

 

ecco il burrone che squarcia la terra

si gira il foglio si vede la guerra

 

ecco la guerra non è mai finita

si gira il foglio si vede la vita

 

ecco la vita che costa lavoro

si gira il foglio si vede l’oro

 

ecco l’oro che luccica e brilla

si gira il foglio si vede il lilla

 

ecco il lilla che gioca al colore

si gira il foglio si vede l’amore

 

ecco l’amore che canta il poeta

si gira il foglio si vede l’atleta

 

ecco l’atleta che vinca il più forte

si gira il foglio si vede la morte

 

ecco la morte che porta via la gente

si gira il foglio si vede più niente

 

ecco il più niente che fa dispiacere

si gira il foglio si torna a vedere.

 

(da Pin pidìn, Feltrinelli, Milano 1978)

 

 

 

 

 

 

 

 

Maurizio Cucchi

 

 

Un’estate bellissima

 

         Nei primi tempi il piccolo S.

         dalla rotonda faccia rossa,

         dal raro sorriso agricolo

         e dagli occhi inespressivi o modestamente

         bovini, si addormentava volentieri

         sbarrando lo sguardo; quasi posava

         pesante la testa inebetita… Adesso lo vedi,

         gentile supplente, semi partecipe e vivo:

         ammirane la forbitezza dei solecismi.

         Sempre più spesso proteso con la mano,

         non senza divertenti sortite intempestive

         allegramente a vanvera.

 

 

 

Un giorno d’estate era

bello ed era brutto.

Quest’anno è stato

veramente bello dell’

anno scorso.

 

“Si esprime bene e usa sempre

la lingua italiana. Riesce sempre

a dire quello che pensa anche se

non riflette se è giusto o sbagliato.”

 

Nella gabbia del mio oste

c’erano due babbuini

e il maschio mi ha sgagnato una mano.

 

Ma è più bello girare per il bosco

e ho visto tra le piante un cacciatore,

un orso grosso grosso che scappava

e correvano, qua e là, tanti animali…

 

Il gatto selvatico, che cià dei baffi

che sembrano radar e gli servono

sopratutto per la caccia; la bocca

del gatto si trova di solito

nella parte superiore del corpo.

 

“È impedito dalla troppa sicurezza di sé,

non ha mai dubbi sulle proprie convinzioni

sul proprio lavoro.”

 

Invece lei

perché cià le ossa vuote e ciò permette

al piccione di volare.

Molti animali cadono in letargo,

per esempio il serpente ecc..:

il letargo è un lungo sonno

che prende tutti i sensi.

 

Ma il cacciatore cadde a terra astuto

per un suo tranello o per la gran paura.

Fatto sta che l’orso avvicinatosi, mentre lo spiavo

 

lo usmò a lungo e lo rese morto.

 

“dimostra uno scarso interesse

per le libere letture”

 

“verso di lui sarà usata senza meno

la massima clemenza.”

 

In conclusione dico

che quest’anno non

è mai stato bello anzi

bellissimo.

 

(da Pin pidìn, Feltrinelli, Milano 1978)

 

 

 

 

 

 

 

 

Milo De Angelis

 

 

Ninna-nanna della freccia

 

Dormi, bambino, camoscetto, castagnuccia

togli il berretto, il golf, la babbuccia

 

sogna i cacciatori e la bianca faina

lascia che una freccia ti fori la testina

 

riempi di sangue questa tua gola

lascia la mamma più sola, più sola

 

lascia la mamma più sola e più bella

mio unico amore mia unica stella.

 

 

 

 

 

Giochi con gli animali scampati al nubifragio

 

Giochi con i nubífraghi salvi

muffa sui putridi

e vita sui vivi! giochi

con guizzi e spiaggia calmata e secchielli

giocano le foche ancora nude e ridono

ridono all’onda calma

 

giochi

con arazzi e soglioline e il tri

checcone raggiante e collane d’uva

al pingue pinguotto, pellicciotto

di astrakan, capriole del riccio

tra i pesci spadaccini e i duelli: canta

anche l’opossum abbraciandola

 

e altri canti tra i salterini

salvi, altri cori alle onde placide

e all’arcobaleno e al balenottoro

e ananas, acquarellu e acqua

mite e diversa, ampolle di riso e acrobati

e dirindollà e tralallero!

 

(da Pin pidìn, Feltrinelli, Milano 1978)

 

 

 

 

 

 

 

 

Giulia Niccolai

 

 

Creonte camaleonte

 

Sugli alberi del Madagascar viveva creonte Camaleonte, un gran sbruffone

dall’aspetto feroce e un po’ cialtrone.

Era Creonte quasi un drago, quasi un marziano,

molto più grosso ma pur sempre cugino lontano

delle nostre docili, veloci, lacerte lucertole.

 

Ma, “sono invincibile”, pensava Creonte compiaciuto

e soddisfatto di sé, tronfio, gonfio di vanagloria,

convinto di passare alla storia.

 

E immobile, passava tutto il suo tempo da solo,

proprio come un vero drago,

come uno che non dà spago a nessuno,

sempre occupato a enumerare

le molte armi difensive e offensive

sulle quali poteva contare.

 

“Ho tre corna,” diceva Creonte,

“due in più del rinoceronte.”

“Ho un bel cimiero

come quello sull’elmo di un guerriero.”

“ho più bugni, bozzi, gnocchi IO di una clava,”

si gloriava.

“Sono squamato, bardato, corazzato,

saldo e tenace come un carro armato

e sono anche ben mimetizzato!”

 

Era vero.

A suo piacere, secondo il suo volere

Creonte diventava

giallo, rosso, verde o nero.

“Cambio colore

secondo l’umore.”

“Sono introvabile perchè per finire,

posso addirittura SCOMPARIRE.”

 

E così, lucido e verde come una foglia di magnolia,

o in autunno, quando gli alberi cambiano colore,

rosso e giallo come un pappagallo,

e in inverno, bruno e nero

come la corteccia di un albero di pero,

Creonte Camaleonte, sempre immobile e invisibile

dava la caccia a larve, mosche e zanzare

che per lui erano le squisitezze migliori e più rare.

 

Sempre immobile perchè a Creonte bastava la lingua.

La sua infatti era una lingua tutta particolare

che non era solo lingua normale ma anceh un elastico

e un lungo braccio e una mano e un cucchiaio

e un battipanni e un laccio.

 

Anche gli occhi di Creonte erano eccezionali:

gli spuntavano in cima alla testa come due fanali,

ruotavano come torrette di sommergibili

perchè per tutti i versi erano dirigibili.

 

Si è già capito che era brutto,

ma questo ancora non è tutto.

La sua lunga coda arrotolata

che aveva anche una buona presa

gli serviva come una doppia corda tesa

e ben tirata.

Allora Creonte trapezista

da un ramo ruotava, volteggiava, capriolava

come fanno gli acrobati del circo

su in alto, sopra il pubblico e la pista.

 

Non c’è da sorprendersi perciò

se con tutte queste originalità e singolarità

Creonte si desse grandi arie di superiorità.

 

Per darsele ancora di più,

in una notte di luna piena,

invece di star giù, in mezzo alle foglie del tè

che gli facevano da letto o da canapè,

Creonte salì sù,

sù, sù, su

fino al ramo più alto

usando, come gradini, le foglie più verdi e di smalto

finchè non arrivò proprio lassù

in cima, sul ramo superiore

dell’albero maggiore:

la Magnolia Grande Foglia.

 

Là si trovò allo scoperto,

senza foglie, senza riparo, sotto il cielo aperto,

a tu per tu con la luna.

Cercò di diventare d’argento, di rifletterla come una laguna.

Cercò di cambiare la sua vita e per farlo

sibilò degli scongiuri, una formula magica e propiziatoria:

 

Tibilissi fili fissi

profilassi tutta prassi

biribissi fitti passi

sibilitti fiti lissi

tili fatti tili pitti.

 

Non servì a niente.

Creonte quella notte aveva iniziato la sua scalata tutto nero e invisibile, lassù, riflettendo i raggi della luna diventò come al solito verde, rosso, giallo ma luminoso come un semaforo e visibilissimo al buio.

Fu una fortuna. Nessuno prima d’allora aveva mai visto un camaleonte.

Furono scoperti proprio quella notte e da allora si sa anche che ci sono certe cose che i camaleonti non sono in grado di fare.

 

(da Pin pidìn, Feltrinelli, Milano 1978)

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonio Porta

 

 

Filastrocche

 

1

 

luna di lana

lana di luna

più c’è una lama

che taglia una piuma

 

 

 

 

 

2

 

rana balzana

melanzana panzana

rospo non ti conosco

se salti nel bosco

 

scendi allo stagno

pungi il suo ragno

 

panza melàna

balza la rana

rospo di bosco

acqua non ha

 

scendi nel ragno

bacia lo stagno

bacia la luna

che specchio si fa

 

 

 

 

 

3

 

abbiategrasso

abbiate fede

abbiate pazienza

nel posto delle rane

non ci sono le liane

abbiate coraggio

la mamma è partita

sono rimasti senza le dita

ma c’è pure un cammello

aperto come un ombrello

qui siamo in campagna

ci son pure i piragna

grida una vecchina dentuta

che dice le bugie

come tutte le spie

 

 

 

 

 

4

 

con la valigia

nel pigia pigia

strappa le mani

mordono i cani

corre sul treno

dà un colpo di freno

fermo in stazione

sta in punizione

la gente chiede

batte col piede

nessun lo sa

se partirà

con la valigia a rotelle

rimasta fra quelle

dimenticate in stazione:

tutti stan fermi

son tutti eterni

 

 

 

 

 

5

 

la filastrocca è sciocca

la si manda giù

quando si è sciolta in bocca

 

la filastrocca è in bocca

quando diventa sciocca

la si gusta di più

 

(da Pin pidìn, Feltrinelli, Milano 1978)

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovanni Raboni

 

 

Cos’è un soffione

 

Un soffione non è

un uomo alto

e grasso

che gonfiando le gote

soffia

molto forte ma un fiore

leggero

e giallo, credo

e

tondo

come una palla che

al minimo soffio

sparisce

 

 

 

 

 

Canzoncina del pane fresco

 

Le foglie secche

volano via

i rami secchi

si spezzano

per bruciarli

a poco a poco

nella stufa

il pane secco

si mette nel forno sperando

che ridiventi

buono

 

 

 

 

 

Canzoncina per febbre

 

Se il termometro sale

(37…38…39…)

non prenderti paura.

Non c’è niente di male.

Magari, oltretutto, piove.

E una faccia sudata

non è più brutta

né più scura

di una faccia asciutta.

Un bambino malato

non lo si butta

via

soltanto perchè scotta.

Non è mica un peccato

un po’ di malattia.

 

(da Pin pidìn, Feltrinelli, Milano 1978)

 

 

 

 

 

 

 

 

Toti Scialoja

 

 

Una rapa con la foglia

 

Una rapa con la foglia

una casa con la soglia

una guancia con la voglia

una cuoca con la sfoglia

una pappa con la soia

una sala con la stuoia

una nana con la noia

una tana con la paglia

una talpa con la maglia

 

 

 

 

 

Una noce in un sacco

 

Una noce in un sacco

non fa rumore

una croce in un pacco

non fa terrore

una voce in un parco

non fa tremore

una prece in un palco

non dà torpore

 

(Da Quando la talpa vuol ballare il tango, Mondadori, Milano 1997)

 

 

 

 

 

Un rospo fuori sesto

provò a inghiottire Agosto,

ma Agosto, grande e grosso,

gli si fermò nel gozzo.

Ditemi voi che gusto

con mezza estate al buio!

Tornò di corsa Luglio:

il rospo sputò l’osso

e Agosto inghiottì il rospo.

 

 

 

 

 

Un giorno il rospo

sbucò dal bosco

nuotò nel botro

montò sul bordo

e in fondo all’orto

scovò del mosto:

un tino colmo.

Com’era torbo!

Pareva inchiostro.

Gli girò intorno

ne bevve un sorso

rimase assorto.

Corse il bifolco

con viso torvo

gridò: “T’ho colto!

Mica son orbo

pagami un soldo!”.

Allora il rospo

la bile in corpo

si finse sordo

e senza intoppo

col petto scosso

col fiato grosso

col freddo addosso

saltò nel fosso

lasciando il conto.

 

 

 

 

 

Ghiro ghiro tonto

mi sbrigo e non son pronto

da Rovereto a Trento

la ruga sotto il mento

il rigo senza senso

il rogo in mezzo al campo

il campo pieno d’erba

da Rimi a Viserba

gora gora torba

il ghiro odia la purga

da Bevagna a Foligno

si lascia il ghiro e io ghigno.

 

(Ghiro ghiro tonto, Stampatori, Torino 1979)

 

 

 

 

 

La strada bianca va in lontananza

la torta calda spande fragranza

la porta bianca tiene a distanza

la santa scalza fa penitenza

la scarpa bianca finge eleganza

la serva ladra fruga la stanza

la carta bianca basta ed avanza

la pancia tonda non fa una grinza

la barca bianca reca speranza

la mosca stolta ronza e non ronza

la gatta bianca si gratta a Monza.

 

(L’ippopotamo disse: “Mo…”, Mondadori, Milano 1990)

 

 

 

 

 

“Buona sera!” mi dice la zanzara

strofinando le zampe allo zerbino,

“ho tanta sete!” e, zaffete! mi azzanna

come zitella che scocchi un bacino.

 

 

 

 

 

Canta un merlo sceso al suol:

“La mi sol do re mi do

dammi un soldo e me ne vo!

Re mi fa si sol do sol

che mi fa s’è un soldo sol?

Do sol sol do mi fa re

un sol soldo mi fa Re!

 

(Una vespa! Che spavento, Einaudi, Torino 1975)

 

 

 

 

 

 

 

 

Cesare Viviani

 

 

La prima e la seconda infanzia di Pasquale

ovvero

l’educazione senti mentale

 

 

1

 

Pasquale è nato il giorno di Natale.

La madre era al bar con le amiche, a un ratto

è sbiancata e ha detto:

“ohi ohi, mi sento ovale…”

Il barman, rimasto illeso, è corso nel prato e ha preso

le ortiche al posto dei sali: le annusa la signora e son fatali…

le vengono narici madornali!

Gonfia, arrossata fortemente,

con tutte le doglie ha dichiarato:

“voglio far finta di niente, continuo il mio gelato!”

E lui nato sotto il tavolo,

venuto alla luce del locale,

ha un naso che sembrava carnevale!

 

(Un Natale che si immedesima

col carnevale e con la quaresima…)

 

 

 

 

 

2

 

Passavano i giorni e i mesi

ed erano inquieti e tesi.

Poi, un mercoledì mattina, la madre lo mise in carrozzina

e disse con tre puntini: “ti mancano i cavallini…”

Ma il figlio non le sorrise

e lei con parole ancor più lise…

“mah! visto che si va di male in peggio

andiamocene a passeggio!”

E ai giardini meno male

c’eran le amiche della mamma di Pasquale

che per ricuperare lo svantaggio avevan fatto tutte

un figlio saggio.

“Il mio è pulito e bello!”

“Il mio ha la forza di un cancello!” “Il mio…

è preciso come un orologio!”

“Il mio si merita un elogio!”

“Il mio non ha pretese!”

“Il mio fa il conto delle spese!”

“Il mio sente il tempo e lo prevede!”

“Il mio ha una grande fede!”

Pasquale che era lì ad ascoltare

aveva cominciato a vomitare.

 

 

 

 

 

3

 

Ha detto le prime parole, “urrà non siamo più sole!”

urlavano la nonna e la zia, guardiane quotidiane

di Pasquale. La madre lavorava con quel tale

imprenditore edile di Pavia.

Ora il piccolo, così sia!

ha imparato anche il nome del padre.

Ma dopo quante insistenze ladre!

E sapete come ha iniziato?

Una sera il televisore

era alto a tutto volume,

Pasquale molto frastornato non avendo ancora il cerume

trovò il modo di dire: “l’audio!”

E la zia trionfando: “evviva!

Pasquale ha principiato a dire Claudio!”

 

 

 

 

 

4

 

Lo portavano all’asilo di buon’ora

quando il sole era appena uscito fora,

lo riprendevano la sera molto tardi

quando il sole già calava in mezzo ai cardi.

Se ne stava tutto il giorno parcheggiato

lì in via Togliatti all’ultimo isolato.

Ma Pasquale si era fatto molti amici, specie

quei tre che avevano la bici. E tra gli altri

c’era anche Stanislao, che aveva al collo

il ritratto di Mao; e Giovannino pieno di colori

perchè era figlio di due assessori; e Franco che era il più egoista

aveva il padre che era un fascista.

La maestra era molto singolare. Ogni ora smetteva di insegnare…

si dirigeva al banco di Pasquale

e gli diceva con aria infernale:

“sei il più basso e sei il più corto,

hai la faccia di un bel morto!”

 

 

 

 

 

5

 

Con la tela della vela cela la gola un tale

spala la sala, sala la scuola e bela il mio Pasquale

cala la gala, vola la suola e gela per le scale…

 

Un polo è sempre solo…

Un filo di cielo,

un pelo di velo,

un volo sul molo,

un calo di dolo e poi lo consolo…

tutelo il mio Pasquale

 

 

 

 

 

6

 

La sera sono stanchi i genitori, raccontano gli autori

della storia

ed è la verità, non c’è la scoria.

Papà non si sa bene quel che fa ma è stato tutto il giorno

forse via; la mamma torna adesso da Pavia.

Pasquale accorre chiede vuole affetto… “Aspetta, aspetta un po’!”

“Vabbène, appètto…”

“Papà mammina, quetto è immìo disegno…”

con gli occhi che domandano se è degno…

“Bello bello” fa il babbo “bello bello…”

e già chiede alla moglie “…ma l’ombrello,

l’ombrello mio l’hai fatto riparare?…”

 

(Una vita che si lubrifica

con il sabato e la domenica…)

 

 

 

 

 

7

 

Sono iniziate le scuole elementari

“cercate d’essere buoni e cari…”

ripete ogni mattina la maestra

nel controluce di quella finestra…

“I vostri due doveri basilari sono il profitto

e la condotta…

poi all’intervallo… biscotti Motta!

E ora i miei consigli da seguire:

nell’incertezza è meglio tacere,

se si ha paura è meglio non uscire,

lo sconosciuto è sempre da temere,

l’eccesso e l’insistenza da evitare…

Pasquale, per favore, non parlare!”

 

(Chi insegna sogna il regno…)

 

 

 

 

 

8

 

Gli dicono i compagni “tu sei nato

da un cannocchiale e da Ponzio Pilato…”

oppure “tu sei figlio di Gegè

che aveva un occhio lontano da sé…”

 

Pasquale dalla sabbia è lì che sbava

cola la lava

 

 

 

 

 

9

 

Incuriosito da tante notizie

sollecitato poi da tante voci

che mai potranno essere primizie

né tantomeno saranno precoci,

Pasquale si rivolge a destra e a manca,

cerca una spiegazione un po’ più franca.

La mamma gli racconta che sui fiori

si posano gli insetti oppure il vento…

ma lui non si soddisfa ed è scontento.

La maestra gli dice che il pisello quanto è maturo

s’apre e perde i semi…

questi adulti gli sembrano un po’ scemi!

Mentre i compagni scherzano pesanti:

“Pasquale hai la pistola… è lì davanti!”

 

“Poi ho chiesto al babbo,

la solita volpe!

mi ha messo addosso una serie di colpe.”

 

 

 

 

 

10

 

D’estate venti giorni a Ventimiglia

eran le ferie di questa famiglia.

Passavan tutto il giorno all’arenile,

gli era sembrata la scelta meno vile…

Pasquale non aveva compagnie,

passava il tempo a leggere i fumetti

dentro le barche al secco. “Ci scommetti…”

diceva il padre alla madre e alle zie

“che Pasquale fa troppe fantasie!”

 

(da Pin pidìn, Feltrinelli, Milano 1978)

 

 

 

 

 

 

 

 

Edoardo Sanguineti

 

 

questo è il gatto

 

questo è il gatto con gli stivali, questa è la pace di Barcellona

fra Carlo V e Clemente VII, è la locomotiva, è il pesco

fiorito, è il cavalluccio marino: ma se volti il foglio, Alessandro,

ci vedi il denaro:

 

questi sono i satelliti di Giove, questa è l’autostrada

del Sole, è la lavagna quadrettata, è il primo volume dei Poetae

Latini Aevi Carolini, sono le scarpe, sono le bugie, è la Scuola d’Atene, è il burro,

è una cartolina che mi è arrivata oggi dalla Finlandia, è il muscolo massetere,

è il parto: ma se volti il foglio, Alessandro, ci vedi il denaro:

 

e questo è il denaro,

e questi sono i generali con le loro mitragliatrici, e sono i cimiteri

con le loro tombe, e sono le casse di risparmio con le loro cassette

di sicurezza, e sono i libri di storia con le loro storie:

 

ma se volti il foglio, Alessandro, non ci vedi niente:

 

(da Pin pidìn, Feltrinelli, Milano 1978)

 

 

 

 

 

 

 

 

Andrea Zanzotto

 

 

Cantilena londinese

 

Pin pidin

valentin

pan e vin

o mio ben,

un giosso, solo che un giosso,

te serco drento inte ‘l masso

te serco fora dal masso

te serco te serco e indrio sbrisso,

chi xé che me porta ‘l mio ben

chi me descanta

chi me desgàtia

chi me despira,

pan e pidin

polenta e nasin

polenta e late

da le tetine mate

da le tetine beate –

 

i xé i zoghessi de la piavoleta

le xé le nosse i caprissi de chéa

de chéa

che jeri la jera putèa.

 

*

 

Pin pidin

cossa gastu visto?

‘Sta piavoleta nua

‘sto corpesin ‘ste rosete

‘sta viola che te consola

‘sta pele lissa come séa

‘sti pissigheti de rissi

‘sti oceti che te varda fissi

e che sa dir “te vòi ben”

‘ste suchete ‘sta sfeseta –

 

le xé le belesse da portar a nosse

a nosse conposte de chéa

che jeri la jera putèa.

 

*

 

Pin penin

valentin

pena bianca

mi quaranta

mi un mi dòi mi trèi mi quatro

mi sinque mi sie mi sète mi òto

buròto

stradèa

comodèa –

 

Pin penin

fureghin

perle e filo par inpirar

e pètena par petenar

e po’ codini e nastrini e cordèa –

 

le xé le comedie i zoghessi de chèa

che jeri la jera putèa

 

 

 

 

 

Piè-piedino

valentino

pane e vino

o mio bene,

un goccio, soltanto un goccio,

ti cerco dentro il mazzo

ti cerco fuori dal mazzo

ti cerco ti cerco e scivolo indietro,

chi mi porta il mio bene

chi mi disincanta

chi mi sgroviglia

chi mi sfilza,

pan e piedino

polenta e nasino

polenta e latte

dalle tettine matte

         dalle tettine beate –

 

sono i capricci della bambolina

sono le nozze i capricci di quella

di quella

che ieri era bambina.

 

*

 

Piè-piedino

che hai visto?

Questa bambolina nuda

questo corpicino queste rosette

questa viola che ti consola

questa pelle liscia come seta

questi riccioli pizzichini

questi occhietti che ti guardano fissi

e che san dire “ti voglio bene”

queste zucchette questa fessurina –

 

sono le bellezze da portare a nozze

nozze composte di quella

che ieri era bambina.

 

*

 

Piè-piedino

valentino

penna bianca

io quaranta

io uno io due io tre io quattro

io cinque io sei io sette io otto

buròto

stradèa

comodèa –

 

Piè-piedino

ficchino

perle e filo per infilzare

e pettine per pettinare

e poi codini e nastrini e cordicella –

 

sono i giochi i giochini di quella

che ieri era bambina.

 

(da Pin pidìn, Feltrinelli, Milano 1978)

 

 

 

 

 

 

 

 

Michael Ende

 

 

Il desiderio di tutti i desideri

 

Nella ridente città dei bambini

apparvero un bel giorno tre stregoni:

il primo si chiamava Alzazerbini,

un altro Settesturalavandini,

il terzo invece Privodintenzioni.

Facevano magie ai quattro venti

creazioni colorate e sorprendenti

e i bambini erano grati e contenti

per tutti quei magnifici portenti.

Rimaneva però una questione:

quei tre stregoni eran cattivi o buoni?

Spesso non si sa.

 

Quando venne il momento di partire

i tre stregoni avevano richiesto

che i bambini venissero a sentire

quello che loro avevano da dire,

che, se volete saperlo, era poi questo:

“Siamo commossi dalla vostra accoglienza,

vi offriamo gli onori del magistero

e inoltre, in segno di riconoscenza,

esauriremo un vostro desiderio.

Che sia un desiderio piccolo o grande

verrà esaudito subito, all’istante”.

Be’, tu che ne pensi?

 

Meditarono a lungo i bambini:

era un fatto da prendere sul serio,

un’occasione davvero sopraffina.

Pensarono e pensarono ed infine

dissero ai maghi: “Ecco il desiderio,

e scusate se è troppo che chiediamo:

ci sarebbe a tutti assai gradito

se ogni desiderio che esprimiamo

venisse subito esaudito”.

Dissero i maghi: “A noi fa lo stesso.

Se è questo che volete, sia concesso”.

Be’, che te ne pare?

 

Partirono i tre maghi in automobile

e i bambini rimasero interdetti,

perchè non pareva molto credibile

che una formula strana e incomprensibile

potesse sortire tali effetti.

Ma dopo un attimo d’esitazione

ognuno provò coi desideri,

e con estrema esaltazione

vide che i maghi eran sinceri:

ogni desiderio, piccolo o grande,

venne esaudito subito, all’istante.

Insomma, niente male.

 

Facevano appena in tempo a pensare,

venivan desideri a non finire:

chi voleva una moto da guidare,

chi dieci cartoline da guardare,

chi burattini, chi cose da dire,

dolci, trenini, bambole, ghiaccioli,

velluti, sete, broccati, gioielli,

trottole, pattini che van da soli,

scarpe, prosciutti, libri (però belli),

oro, smeraldi, raso e taffetà,

e tutti diventavano realtà.

E tu cosa vorresti?

 

E dopo un anno niente era cambiato,

la magia continuava a funzionare;

ma più d’un bambino era preoccupato:

non c’è sugo a vedere tutto realizzato,

a non aver più niente da sperare.

Desideravano meno ogni giorno:

avere tutto è cosa insopportabile,

con i loro desideri tutti intorno

i bambini erano proprio inconsolabili.

Lo sguardo triste, la mascella mesta,

non avevan più voglia di far festa.

Be’, tu che ne pensi?

 

Fu così che decisero i bambini

di inviare una grande spedizione

che andasse a cercare Alzazerbini,

oppure Settesturalavandini,

o, altrimenti, Privodintenzioni,

e dicesse loro: “Abbiate pieta!

Della vostra magia ormai siam paghi,

noi rivogliamo la felicità!”

Ma la spedizione non trovò i maghi.

E intanto si è chiarita una questione:

i tre maghi eran cattivi, non buoni.

O non sei d’accordo?

 

E i bambini eran proprio disperati

finchè uno non ebbe la trovata:

“Desideriamo, tutti concentrati,

che i desideri non sian più realizzati:

la magia sarà come evaporata”.

Così fecero, e dopo men di un’ora

la vita aveva ritrovato il sale.

A tutti era tornato il buonumore

e avevano imparato la morale.

Ma ora vorrei saper la tua opinione:

quei tre stregoni, eran cattivi o buoni?

 

 

 

 

 

Da mormorare per addormentarsi

 

Dormi dormi dolcemente,

pensa a tutto, pensa a niente.

L’orologio nel salotto

fa tic-tac tutta la notte.

 

Il cuscin sotto la faccia,

l’orsacchiotto tra le braccia,

la mia mamma ed il papà,

quel che amo è tutto qua.

 

Nessun luogo è come il letto,

così morbido e perfetto.

Cosa voglio per domani?

Un bel pieno di emozioni.

 

Dormi dormi dolcemente,

pensa a tutto, pensa a niente,

e ti cullano le onde

nei tuoi sogni più profondi.

 

(Il libro delle poesie, Salani Editore, Firenze 1994)

 

 

 

 

 

 

 

 

Luigi Sailer

 

 

La vispa Teresa

 

La vispa Teresa

avea tra l’erbetta

al volo sorpresa

gentil farfalletta;

e tutta giuliva

stringendola viva

gridava a distesa:

L’ho presa! l’ho presa!

 

A lei sospirando

l’afflitta gridò:

Vivendo, volando

che male ti fo?

Tu sì, mi fai male,

stringendomi l’ale;

deh! lasciami! anch’io

son figlia di Dio!

 

Confusa pentita

Teresa arrossì,

dischiuse le dita:

l’insetto fuggì.

 

(L’arpa della fanciullezza, Agnelli Editore, Milano 1870)

 

 

 

 

 

 

 

 

Angiolo Silvio Novaro

 

 

Ci vuole così poco

 

Ci vuole così poco

a farsi voler bene,

una parola buona

detta quando conviene,

un po’ di gentilezza,

una sola carezza,

un semplice sorriso

che ci baleni in viso.

Il cuore sempre aperto

per ognuno che viene:

ci vuole così poco

a farsi voler bene.

 

 

 

 

 

I doni

 

Primavera vien danzando

vien danzando alla tua porta

Sai tu dirmi che ti porta?

Ghirlandette di farfalle,

campanelle di vilucchi,

quali azzurre, quali gialli;

e poi rose, a fasci e a mucchi.

E l’estate vien cantando,

vien cantando alla tua porta.

Sai tu dirmi che ti porta?

Un cestel di bionde pesche

vellutate, appena tocche,

e ciliege lustre e fresche,

ben divise a mazzi e a ciocche.

Vien l’autunno sospirando,

sospirando alla tua porta.

Sai tu dirmi che ti porta?

Qualche bacca porporina,

nidi vuoti, rame spoglie,

e tre gocciole di brina,

e un pugnel di morte foglie.

E l’inverno vien tremando,

vien tremando alla tua porta.

Sai tu dirmi che ti porta?

Un fastel d’aridi ciocchi,

un fringuello irrigidito;

e poi neve neve a fiocchi

e ghiacciuoli grossi un dito.

La tua mamma vien ridendo.

vien ridendo alla tua porta,

sai tu dirmi che ti porta?

Il suo vivo e rosso cuore,

e lo colloca ai tuoi piedi,

con in mezzo ritto un fiore:

Ma tu dormi e non lo vedi.

 

 

 

 

 

Che dice la pioggerellina

di marzo, che picchia argentina

sui tegoli vecchi

del tetto, sui bruscoli secchi

dell’orto, sul fico e sul moro

ornati di gèmmule d’oro?

 

Passata è l’uggiosa invernata,

passata, passata!

Di fuor dalla nuvola nera,

di fuor dalla nuvola bigia

che in cielo si pigia,

domani uscira’ Primavera

guernita di gemme e di gale,

di lucido sole,

di fresche viole,

di primule rosse, di battiti d’ale,

di nidi,

di gridi,

di rondini ed anche

di stelle di mandorlo, bianche…

 

Che dice la pioggerellina

di marzo, che picchia argentina

sui tegoli vecchi

del tetto, sui bruscoli secchi

dell’orto, sul fico e sul moro

ornati di gèmmule d’oro?

 

Ciò canta, ciò dice:

e il cuor che l’ascolta è felice.

Che dice la pioggerellina

di marzo, che picchia argentina

sui tegoli vecchi

del tetto, sui bruscoli secchi

dell’orto.

 

(La pioggerellina di marzo e altre poesie, San Marco dei Giustiniani, Genova 2004)

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovanni Pascoli

 

 

Valentino

 

Oh! Valentino vestito di nuovo,

come le brocche dei biancospini!

Solo, ai piedini provati dal rovo

porti la pelle de’ tuoi piedini;

porti le scarpe che mamma ti fece,

che non mutasti mai da quel dì,

che non costarono un picciolo: in vece

costa il vestito che ti cucì.

Costa; ché mamma già tutto ci spese

quel tintinnante salvadanaio:

ora esso è vuoto; e cantò più d’un mese

per riempirlo, tutto il pollaio.

Pensa, a gennaio, che il fuoco del ciocco

non ti bastava, tremavi, ahimè!,

e le galline cantavano, Un cocco!

ecco ecco un cocco un cocco per te!

Poi, le galline chiocciarono, e venne

marzo, e tu, magro contadinello,

restasti a mezzo, così con le penne,

ma nudi i piedi, come un uccello:

come l’uccello venuto dal mare,

che tra il ciliegio salta, e non sa

ch’oltre il beccare, il cantare, l’amare,

ci sia qualch’altra felicità.

 

 

 

 

 

Orfano

 

Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca.

Senti: una zana dondola pian piano.

Un bimbo piange, il piccol dito in bocca;

canta una vecchia, il mento sulla mano.

La vecchia canta: Intorno al tuo lettino

c’è rose e gigli, tutto un bel giardino.

Nel bel giardino il bimbo s’addormenta.

La neve fiocca lenta, lenta, lenta.

 

 

 

 

 

E nella notte nera come il nulla,

a un tratto, col fragor d’arduo dirupo

che frana, il tuono rimbombò di schianto:

rimbombò, rimbalzò, rotolò, cupo,

e tacque, e poi rimaneggiò rifranto,

e poi vanì. Soave allora un canto

s’udì di madre, e il moto di una culla.

 

(Poesie, Luigi Reverdito Editore, Trento 1995)

 

 

 

 

 

 

 

 

Diego Valeri

 

 

Paesaggio

 

Lungo la spiaggia di sabbia fine,

sull’orlo di un mare a pecorelle,

lento procede in triplice fila

un branchettino di paperelle.

Vanno di passo regolare

come un collegio di chierichini,

girano solo la testa, a beccare

pallidi insetti salterini.

Dietro c’è un mare che freme selvaggio,

sopra c’è un sole che avvampa in leone.

Restano, a traccia del lieve paesaggio,

tante crocette a fior del sabbione.

 

(Poesie piccole, All’insegna del pesce d’oro, Milano 1969)

 

 

 

 

 

 

 

 

Renzo Pezzani

 

 

Farfalle

 

Or su un’erba ed or su un fiore

mi rincorri e non mi cogli….

Sono un libro di due fogli

del più splendido colore.

Della dolce primavera

son l’immagine leggiera.

Vado, vengo, fuggo, torno;

bacio un fior tocco uno stelo;

son caduta giù dal cielo,

non vivrò che un breve giorno.

Non uccidermi, bambino!

Son la grazia del mattino.

 

(Sole solicello, La Scuola Editrice, Brescia 1933)

 

 

 

 

 

 

 

 

Jacques Prévert

 

 

Esercizio di scrittura

 

Due più due quattro

quattro più quattro otto

otto più otto sedici…

Ripetete! Dice il maestro

due più due quattro

quattro più quattro otto

otto più otto sedici.

Ma ecco che nel cielo

passa l’uccello lira

il bambino lo vede

il bambino lo sente

il bambino lo chiama:

Aiuto, vieni

a giocare con me

uccello!

E l’uccello viene giù

e gioca col bambino

due più due quattro…

Ripetete! Dice il maestro

e il bambino gioca

e gioca l’uccello con lui…

Quattro più quattro otto

otto più otto sedici

e sedici più sedici che fa?

Non fa un bel niente sedici più sedici

sopratutto non fa

in nessun caso trentadue

e così pianta tutto e se ne va.

E il bambino ha nascosto

l’uccello nel suo banco

e tutti i bambini

l’ascoltano cantare

e tutti i bambini

ascoltano la musica

e otto più otto se ne va anche lui

e quattro più quattro e due più due

se ne vanno anche loro

e uno più uno non ci mette né uno né due

e a sua volta sparisce.

E l’uccello lira suona

e il bambino canta

e il professore grida:

quando la smetterai di fare il pagliaccio!

Ma tutti gli altri bambini

ascoltano la musica

e i muri della classe

crollano buoni buoni.

E i vetri ridiventano sabbia

l’inchiostro ridiventa acqua

i banchi ridiventano alberi

il gesso ridiventa falesia

il portapenna ridiventa uccello.

 

(Parole, Guanda, Parma 1989)

 

 

 

 

 

Asino che dorme

 

È un asino che dorme,

bambini, guardatelo dormire

non svegliatelo

non fategli qualche scherzo

quando non dorme, è spesso infelice.

Non mangia tutti i giorni.

Ci si dimentica di dargli da bere.

E spesso lo picchiano.

Guardatelo

è più bello di tutte le statue che vi dicono

di ammirare e che vi annoiano.

È vivo, respira, confortevolmente

installato nel suo sogno

i grandi dicono che la gallina sogna

il grano e l’asino l’avena.

Ma i grandi lo dicono così

per dire qualcosa,

farebbero meglio a occuparsi dei loro sogni

e dei loro piccoli incubi personali.

Sull’erba vicino alla sua testa ci sono due

piume. Se le ha viste prima di addormentarsi

forse sogna d’essere un uccello e di volare.

O forse sogna qualcos’altro.

Per esempio che è a scuola tra i ragazzi

nascosto nell’armadio

tra i fogli da disegno.

C’è un ragazzino che non sa risolvere

il suo problema.

Allora il maestro gli dice:

tu sei asino, Nicolas!

È disastroso per Nicolas.

Sta per piangere.

Ma l’asino viene fuori dal nascondiglio

il maestro non lo vede.

E così l’asino risolve il problema

del ragazzino.

Il ragazzino porta il suo problema

al maestro e il maestro gli dice:

Molto bene Nicolas!

Allora l’asino e Nicolas

ridono sottovoce fragorosamente

ma il maestro non li sente.

E se l’asino non fa questo sogno

vuol dire che sta sognando qualcos’altro.

Tutto ciò che sappiamo è soltanto che sogna.

Tutti quanti sognano.

 

(Foglie morte, Guanda, Parma 1981)

 

 

 

 

 

 

 

 

Roger McGough

 

 

5 modi per fermare un pupazzo di neve che vuole scheggiarvi il frigo

 

1) Cospargete il pavimento della cucina di bucce di banana

 

2) Appendete ovunque delle bottiglie di acqua bollente

 

3) Riempite il frigo con calzini puzzolenti

 

4) Assumete un buttafuori

 

5) Trasferitevi ai Caraibi

 

 

 

 

 

5 modi per evitare che un orso grigio vi rovini il picnic

 

1) Tirategli una o più scarpe

 

2) Prestategli il vostro orsacchiotto per farlo giocare

 

3) Portatevi cibi che agli orsi non piacciano

(Teste di Pesce… cacche d’asino… unghie di topo… occhi di rana… baffi di maiale… ombelichi di scimmia… latte di pipistrello).

Non portate mai e poi mai del miele

 

4) Fate il picnic dove non ci sono orsi grigi: ad esempio in sud America. (però lì dovete stare attenti alle tarantole, ai coccodrilli, ai boa constrictor, ai criceti giganti e ai pesci rossi mangiatori di bambini!)

 

5) Imparate a memoria alcune frasi nella lingua dell’orso grigio come “Grrr”1, “Grr Grr”2 e “G R R R R R R”3

 

 

1 “Buongiorno

2 “Mi dispiace, questo è un picnic privato”

3 “Smamma o chiamo i carabinieri”

 

 

 

 

 

5 modi per individuare una strega vera a una festa di Halloween

 

1) Tira il naso a tutti (ma attento: anche lei potrebbe portarne uno falso)

 

2) Assaggia tutti i brodi di coda di topo e di ramarro (ma attento: anche lei potrebbe aver portato una bella zuppa inglese)

 

3) Prova tutte le scope volanti (ma attenzione: la sua, quella vera, potrebbe essere parcheggiata sul tetto)

 

4) Accarezza i gatti di tutti (ma attenzione: siccome il suo è senz’altro il più furbo, potrebbe sembrare il più simpatico)

 

5) Dì a voce alta e chiara: “Il filatoio che apparteneva a mia nonna, che una volta era una bella principessa, si è rotto. C’è nessuno che vuole aggiustarlo?” (Attento ai volontari!)

 

(Gattacci, Elle, Trieste 2001)

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovanni Giudici

 

 

Le streghe

 

Per chi ci crede e chi non ci crede

parleremo delle streghe.

Dice la gente che sono vecchie

con i pidocchi fin dentro le orecchie,

con gli occhi storti e affumicati,

con i vestiti sporchi e stracciati.

Vivono dentro castelli in rovina

con gli uccellacci di rapina:

perchè gufi e barbagianni

son delle streghe gli eterni compagni.

Durante il giorno stan chiotte chiotte

aspettando che faccia notte.

Ma quando è buio vispe e allegre

spiccano il volo le brutte streghe:

vanno a cavallo delle scope,

corrono come milioni di ruote;

passano monti, passan pianure,

passano buchi di serrature;

bevono il latte dei pipistrelli,

di ragnatele hanno i capelli;

mastican vermi vivi tra i denti,

per questo sono così puzzolenti;

e più dei ladri e degli assassini

vogliono fare paura ai bambini.

 

Così ti dicono se fai i capricci

e a far la nanna non ti spicci.

Ma io t’insegno il modo sicuro

per inchiodare la strega al muro;

e ti spiego come fare

a ruzzolarla giù per le scale.

Se la senti che sta arrivando

non devi piangere tremando;

se cerca di farti un dispetto

non rannicchiarti nel tuo letto;

e se ti fa il solletico ai piedi

digli: stupida, cosa credi?

Fagli in faccia una gran risata

e la strega sarà spacciata.

 

Questo è il sugo dell’avventura:

la paura è di chi ha paura.

 

Tu fagli solo: coccodè

e ogni strega ha paura di te.

Pazza di rabbia e di spavento

se ne scappa via come il vento,

via lontano per mai più tornare:

e tu puoi andartene a russare.

 

 

 

 

 

Il lupo

 

Qui del lupo ti voglio parlare

che è un bel tipo originale.

Quando c’è il sole lui sta nella tana

mentre la neve sui campi lo chiama.

Il lupo è pigro, vuole dormire,

ma quando ha fame non può poltrire.

Fa di mestiere il cacciatore

e delle pecore sente l’odore.

Ma a caccia non va con lo schioppo

il povero lupacchiotto.

La mamma lupa nella capanna

gli grida: “basta fare la nanna!”

Gli grida: “Corri brutto mostro,

voglio la carne per fare l’arrosto!”

Pasce le pecore la pastorella

che fa ricotte e mozzarella.

“Oh signorina” gli dice il lupetto,

“Avrei bisogno di un bel capretto.

Oh signorina me lo dia in dono,

le dirò grazie e sarò buono”.

Ma la ragazza è una cretina

e gli risponde: “Perdindirindina!”

Il lupo torna tutto avvilito

alla tana da dove è partito.

“Bel fannullone” Cosa hai portato?”

Gli chiede il padre lupo affamato.

E il lupettino si mette a frignare

perchè niente ha da mostrare.

La mamma lupa gli dà i consigli:

“Quel che non danno tu te lo pigli.”

Il lupacchiotto impara a memoria:

dice: “Mammina io bravo sarò,

l’arrosto gratis ti porterò.”

E quatto quatto corre alla stalla

mentre il padrone gioca alla palla.

La schiena inarca, arrota i denti,

drizza la coda, le unghie pungenti.

Spicca un gran salto alla finestrella

dov’è affacciata una pecorella.

L’acchiappa in fretta, la porta via.

E lei che bela: “Madonna mia!”

La pastorella chiama il padrone:

“Al ladro! Al ladro! Quel lupacchione!”

Ma il lupacchio è già scappato.

Alla sua tana trionfante è arrivato.

Il lupo è pigro, non sa fare il pane,

ma ruba solo quando ha fame,

perchè nessuno gli dà da mangiare

lui deve andarselo a cercare.

Così alla fine come all’inizio

perde il pelo e non perde il vizio.

 

(Scarabattole, Mondadori, Milano 1989)

 

 

 

 

 

 

 

 

Giacomo Vit

 

 

IL PESCIOLINO DARIO E LA BOLLICINA D’ARIA

 

Il pesciolino Dario

nel vetro è solitario,

ma un fatto straordinario

un giorno capitò.

 

Una bollicina d’aria

anch’ essa solitaria

un poco temeraria

con esso ci giocò.

 

E Dario innamorato

guizzò emozionato,

ma tutto addolorato

di colpo si trovò.

 

La bella bollicina

con il tutù di trina

come una ballerina

in alto si librò.

 

 

 

 

BALLATA DELLE PARTENZE

 

Parte la foglia

con il treno del vento,

parte il fiore

con l’autobus del fiume,

la rondine va

con l’aereo di piume…

 

Parte ogni cosa

e ti lascia un po’ triste

il ricordo però

dentro di te resiste

 

 

 

 

 

AMICI

 

Ho un amico: è il fiume

vado spesso a trovarlo,

a parlargli, a consolarlo,

se lui ha una brutta cera.

 

Ho un’ amica, è la luna,

spesso io la guardo in alto,

e vorrei spiccare un salto,

per toccarle una guancia.

 

Ho un amico: è il vento,

che mi spettina contento,

che mi tira le orecchie,

che mi soffia storie vecchie.

 

 

 

 

 

LE MANI DEL NONNO

 

Ruvide, come carta vetrata

che il legno gratta;

secche, come terra arsa

dove la vita sembra scomparsa;

goffe, come equilibrista

di un circo sotto la neve.

 

Ma quando esplode il temporale,

e la parola che rassicura non vale,

ma quando il buio è proprio troppo,

ed ha paura anche l’orsacchiotto,

ecco la stretta di caldo buono,

il soffice calore che t’addormenta:

le mani del nonno son cavalieri

di serenità nella tormenta.

 

 

 

 

 

LA PAROLA       

 

Cos’è più dolce di una parola

gustata con un’ amica quando sei sola,

e quel franco confidarsi ti consola?

 

Quale bibita ti può dissetare

come il fresco e pacato colloquiare

con il nonno, a piedi scalzi, in riva al mare?

 

Cosa ti può saziare più di un piatto di parole

offerte da un gentile viaggiatore,

mentre il treno sfreccia su binari di sole?

 

Cibo dell’uomo è la parola,

cibo del cuore, della mente,

fiore della gola.

 

 

 

 

 

 

 

 

Ana Blandiana

 

 

Un tempo gli alberi avevano occhi

 

Un tempo gli alberi avevano occhi,

posso giurarlo,

so di certo

che vedevo quando ero albero,

ricordo che mi stupivano

le strane ali degli uccelli

che mi sfrecciavano davanti,

ma se gli uccelli sospettassero

i miei occhi,

questo non lo ricordo più.

Invano ora cerco gli occhi degli alberi.

Forse non li vedo

perché albero non sono più,

o forse sono scivolati lungo le radici nella terra,

o forse,

chissà,

solo a me m’era parso

e gli alberi sono ciechi da sempre.

Ma allora perché

quando mi avvicino

sento che

mi seguono con gli sguardi,

in un modo che conosco,

perché, quando stormiscono e occhieggiano

con le loro mille palpebre,

ho voglia di gridare

Cosa avete visto?…

 

 

 

 

 

L’armatura

 

Il mio corpo

non è che l’armatura

scelta da un arcangelo

per attraversare il mondo

e,così travestito,

con le ali impacchettate

dentro sé,

con la visiera del sorriso

 

calata impenetrabile sul volto,

si getta nella mischia,

si lascia accostare dalla feccia,

 

infangato di sguardi,

e carezzato perfino

sulla cotta fredda della pelle

e sotto, il disgusto cova

l’angelo sterminatore

 

Solo l’amore

 

Solo l’amore fra genitori e figli

 

è sementa.

 

Amore mio,sei figlio mio,

da qui nasce tutto.

 

Ciò che non si può distruggere

scorre tra genitori e figli.

 

Non tapparti le orecchie

con le leggi di questo mondo,

l’intero universo è appeso

al filo di sangue che ci lega

come un santo sacramento.

 

Tu chinati soltanto e, come un bimbo,

baciami sulla bocca, papà.

 

(Un tempo gli alberi avevano occhi, Donzelli 2004)

 

 

 

 

 

 

 

 

Lewis Carroll

 

 

Il Ciarlestrone

 

Era brillosto e gli alacridi tossi

Succhiellavano scabbi nel pantùle:

Mèstili eran tutti i papparossi,

E strombavan musando itartarocchi.

 

“Attento al Ciarlestrone, figlio mio!

Fauci che azzannano, zampe che ti artigliano!

Attento all’uccel Giuggio, e attento ancora

Al fumíbondo Chiappabanda!”

 

Afferrò quello la sua vorpida lama:

A lungo il manson nemico cercò…

Così sostò presso l’albero Tonton,

E riflettendo alquanto dimorò.

 

E mentre in bellico pensier si trattenea,

Il Ciarlestrone con occhi di brage

Venne sifflando nella tulgida selva,

Sbollentonando nella sua avanzata!

 

Un, due! Un, due! E dentro e dentro

 

Scattò saettante la vorpida lama!

Ei lo lasciò cadavere, e col capo

Se ne venne al ritorno galumpando.

 

“E hai tu ucciso il Ciarlestrone?

Fra le mie braccia, o raggioso fanciullo!

O giorno fragoso! Callò! Callài!”

Stripetò quello dalla gioia.

 

Era brillosto, e gli alacridi tossi

Succhiellavano scabbi nel pantùle:

Méstili eran tutti i papparossi

E strombavan musando i tartarocchi.

 

(Jabberwocky, Orecchio acerbo Editore, Roma 2012)

 

 

 

 

 

 

 

 

Luigi Bertelli – Vamba

 

 

I miei grilli

 

Un tempo la mia testa

su cui negri e sottili

s’intrecciavano i fili

come in rete molesta

era una gabbia piena

di grilli canterini:

e che canti argentini

su, nell’aria serena,

che concerto di trilli

al volger d’ogni dì!…

Avevo tanti grilli!…

 

Crì-crì, crì-crì, crì-crì…

 

Uno con gli arabeschi

sulla corazza d’oro

strillava in mezzo al coro

i suoi sogni guerreschi,

in nome del progresso

saltando in ogni luogo

a liberar dal giogo

ogni popolo oppresso.

Che strage di tiranni!…

eppur son sempre lì,

grillo de’ miei vent’anni!

 

Crì-crì, crì-crì, crì-crì…

 

V’era un grillo poeta

tutto nervosetto

incompreso e tradito,

che dall’anima inquieta

sfogava impeti ed ire

in versi mal costrutti

e credeva che tutti

lo stessero a sentire.

Ma intorno a te nessuno

giammai s’impietosì,

povero grillo bruno…

 

Crì-crì, crì-crì, crì-crì…

 

E v’eran grilli d’ogni

specie e d’ogni colore,

grilli pieni d’amore,

grilli pieni di sogni,

grilli mesti e gioviali,

timidi ed arroganti,

ma ugualmente inneggianti

a tutti gli ideali,

in un coro di trilli

ripetuto ogni dì.

Avevo tanti grilli!…

 

Crì-crì, crì-crì, crì-crì…

 

 

Quanto tempo è passato!

Qualcuno è morto in gabbia

di dolore, di rabbia,

di mancanza di fiato;

altri poi son fuggiti

via, di tra i fili, allora

sì folti e neri ed ora

sì radi e arrugginiti.

Il poeta, rammento,

un bel giorno morì

del male dello stento…

 

Crì-crì, crì-crì, crì-crì…

 

Ma non tutti son morti

o andati in altri lidi:

son rimasti i più fidi,

i più sani, i più forti,

e inneggiano e fan festa

a nuovi sogni e d’alti

canti e sgambetti e salti

mi riempion la testa.

Bravi grilli! Ch’io v’abbia

sempre allegri, così,

finchè dura la gabbia…

 

Crì-crì, crì-crì, crì-crì…

 

E poi… Sotto i capelli

del caro figliuol mio

sento già lo stridio

de’ grilli tenerelli,

e son molti, e ciascuno

ha un inno da cantare,

e dal giallo collare

erge il capino bruno

con l’occhio, come i cento

grilli de’ miei bei dì,

oltre le nubi intento.

 

Crì-crì, crì-crì, crì-crì…

 

O eterna fantasia

che popoli i cervelli

di tanti sogni bellissimapieni di poesia,

fa’ che un giorno il mio figlio

canti i sogni migliori

sull’Alpi, tra i fulgori

d’un tramonto vermiglio

che all’Italia prepari

l’alba di un lieto dì,

signora dei due mari…

 

Crì-crì, crì-crì, crì-crì…

 

(da una cartolina)

 

 

 

 

 

 

 

 

Hans Christian Andersen

 

 

La diligenza di capodanno

 

Mezzanotte suonò sopra il villaggio

nella placida piazza solitaria…

le ore sobbalzano nell’aria

per la tacita volta senza raggio;

recava da lontano, intanto il vento

come un tintinnio garrulo d’argento,

e pel villaggio solitario; errare

un trotto di cavali si sentì;

un cavallo vicino, ecco nitrì

il gabellier si sporse per guardare;

qualche finestra ancor s’illuminò

e mezzanotte, lenta, risonò.

La diligenza a dodici cavalli

arriva con dodici signori.

e tutti, presto presto, venner fuori

con valige, con scatole, con scialli;

e il primo, un vecchio tremulo e bonario:

« Lode a Dio – esclamò – siamo in orario! »

Era il trentun dicembre ed era l’ora

che l’anno vecchio, curvo, se ne va,

nel mare eterno dell’eternità

svanisce, si disperde, si scolora,

mentre vanno per ville e per tuguri

baci e abbracci, brindisi e auguri.”

 

(Kjendte Og Glemte Digte , BiblioBazaar, Charleston 2012)

 

 

 

 

 

 

Se solo fossi ricco! pregai molte volte,

quando ancora ero un bambinetto.

Se solo fossi ricco, diventerei ufficiale,

avrei una sciabola, l’uniforme e una piuma.

Quel tempo poi venne, e io divenni ufficiale,

ma non divenni mai ricco, purtroppo

Mi aiutasse il Signore!

 

Felice e giovane, mi trovavo di sera,

una fanciulla di sette anni mi baciava la bocca,

perché ero ricco di fiabe e di racconti,

ma povero ero di denari;

ma la fanciulla era interessata solo alle favole,

di quelle ero ricco, ma non di oro,

e questo il Signore lo sa!

 

Se solo fossi ricco! è finita la mia preghiera a Dio,

ora la bimba di sette anni è cresciuta,

è così bella, intelligente, buona,

se lei capisse la favola del mio cuore,

se lei, come prima, mi fosse amica

ma io sono povero, e perciò taccio, così vuole il Signore.

 

Se io fossi ricco di consolazione e di pace,

allora il mio dolore non sarebbe stato scritto sulla carta!

Tu, che io amo, se tu mi capissi,

leggi questo, come una poesia degli anni della gioventù!

Ma è meglio se tu non lo comprendi,

io sono povero, il mio futuro è buio,

che il Signore ti benedica!

 

(Le soprascarpe della felicità, Edizioni El, Trieste 2005)

 

 

 

 

 

 

 

 

Elena Farago

 

 

La chioccia

 

Cot, cot, cot

faccio quel che si può, che si può,

cot-co-dac,

cot-co-dac,

i pulcini stiano buoni qua.

 

Cinguetto

il mio arruffetto,

e li chiamo, li chiamo ancora,

che non li lascio

nemmeno fare un passo

senza di me, allora.

 

E raccolgo

per loro il cibo migliore,

e la sera racconto loro

Cot-co-de,

Cot-co-de,

Tante belle favole.

 

Clonc-clonc-clonc,

Clonc-clonc-clonc,

e si addormentano così

riscaldati

e riparati

sotto la mia ala.

 

(Poezii, Herra, Romania 2006, traduzione di Rita Takacs)

 

 

 

 

 

 

 

 

Otilia Cazimir

 

 

Nevica

 

Ssst!… La mammina del gelo

con la sua fredda manina

bussa alla porta del cielo

e domanda un po’ arcigna:

 

“Ma dove sono le stelle lassù?”

“Beh, non ci sono!

Il vento le ha dissipate,

nel paese sparpagliate.

 

Eccone una: si è staccata

dal lembo di una nuvoletta

e scende senza fretta…”

“È forse la neve?

 

È una stella di neve, la prima,

col vento porta che la neve,

bianchi sentieri sulla cima,

nei tuoi occhi una limpida risata,

slittini,

campanellini…”

 

(Poezii, Nicol, Romania 2008, traduzione di Rita Takacs)

 

 

 

 

 

 

 

 

Alfonso Gatto

 

 

Ogni uomo è stato un bambino

 

Ogni uomo è stato un bambino

– pensate – un bel bambino.

Ora ha i baffi, la barba,il naso rosso,

si sgarba  per nulla…

Ed era grazioso, ridente, arioso

come una nube nel cielo turchino.

Ogni uomo è stato un monello

– pensate – un libero uccello

tra alberi case colori.

Ora è solo un signore fra tanti signori,

e non vola, e non bigia la scuola.

Sa tutto e si consola

con una vecchia parola

“Io sono… Chi è?

Ditelo voi bambini ignari

che camminate con un sol piede sui binari,

e scrivete “abbasso tutti gli uomini brutti”

col gesso e col carbone

sul muro del cantone.

Ditelo voi, bambini. Egli è…

“… un gallo chioccio che fa coccodè!”

 

 

 

 

 

Girotondo

 

Ho preso tutti i bambini per mano,

andiamo in corsa per la città.

Alto più alto, nano più nano,

evviva evviva la libertà!

Il cielo è netto col mare d’intorno,

il sole odora di pane croccante

e l’acqua è fresca, fragrante,

ride alla bocca del giorno.

 

Io sono pazzo di tutti i colori,

il rosso è forte come un cazzotto,

il verde spilla bibite e fiori,

il bianco a sacchi di neve e brina,

ride il pagliaccio che s’infarina.

 

Ho perso tutti i bambini per mano,

ho preso tutti i colori e pennelli.

Tingiamo a nuovo case e ruscelli,

le porte, i chioschi, la barba al sultano.

Ho preso tutte le nuvole per mano.

Tutti i rumori, gli strilli, il baccano.

Alto più alto, nano più nano,

evviva evviva la libertà.

 

(Il vaporetto, Nuova Accademia, Milano 1963)

 

 

 

 

 

 

 

 

Alda Merini

 

 

Bambino

 

Bambino, se trovi l’aquilone della tua fantasia

legalo con l’intelligenza del cuore.

Vedrai sorgere giardini incantati

e tua madre diventerà una pianta

che ti ricoprirà con le sue foglie.

Fa’ delle tue mani due bianche colombe

che portino la pace ovunque

e l’ordine delle cose.

Ma prima di imparare a scrivere

guardati nell’acqua del sentimento.

 

(Poesie, Mondadori, Milano 1998)

 

 

 

 

 

 

 

 

Dino Buzzati

 

 

La famosa invasione degli orsi in Sicilia

 

Dunque ascoltiamo senza batter ciglia

la famosa invasione degli orsi in Sicilia.

 

La quale fu nel tempo dei tempi

quando le bestie eran buone e gli uomini empi.

In quegli anni la Sicilia non era

come adesso ma in un’altra maniera:

alte montagne si levavano al cielo

con la cima coperta di gelo

e in mezzo alle montagne i vulcani

che avevano la forma di pani.

Specialmente uno ce n’era

con un fumo che pareva una bandiera

e di notte ululava come un ossesso

(non ha finito di ulular neppure adesso).

 

Nelle buie caverne di queste montagne

vivevano gli orsi mangiando castagne,

funghi, licheni, bacche di ginepro, tartufi

e se ne cibavano finchè erano stufi.

 

(La famosa invasione degli orsi in Sicilia, Mondadori, Milano 1977)

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovanni Arpino

 

 

Michelaccio

 

Voglia di lavorar saltami addosso

però non consumarmi fino all’osso

 

voglia di lavorar saltami in testa

ma moltiplicami i giorni della festa

 

voglia di lavorar saltami in braccio

ma non ridurmi mai come uno straccio

 

voglia di lavorar saltami al collo

ma non spennarmi nudo come un pollo

 

voglia di lavorar saltami al naso

però di rado, però quasi per caso

 

voglia di lavorar saltami agli occhi

ma non strapparmi in mille e mille tocchi

 

voglia di lavorar vienimi in mente

ma non mischiarmi a tutta l’altra gente

 

voglia di lavorar dammi un bacio

ma non ridurmi a solo pane e cacio

 

voglia di lavorar va’ da qualcuno

ma lascia in pace me che son nessuno

 

voglia di lavorar dormi a Natale

e seguita a dormir a carnevale

 

voglia di lavorar non starmi intorno

e lasciami dormire tutto il giorno

voglia di lavorar batti il martello

ma non chiedere aiuto al mio cervello

 

voglia di lavorar, cara signora

ho avuto gran pazienza sino ad ora

voglia di lavorar non s’offenda

mi lasci solo con la mia merenda…

 

Corre la tartaruga e corre Achille

tutti e due volendo far scintille,

corre la lepre e dietro a lei il cane

il povero insegue pane con salame

insegue il ricco un nuovo patrimonio

fino a perdere fiato e comprendonio,

corre il leopardo dietro alla gazzella

corre brucia scompare ogni stella.

 

Che posso farci se io son nato stanco,

pigro, tranquillo, e subito mi sfianco?

Mi chiaman Michelaccio, perchè dormo

seduto e in piedi, sera notte e giorno.

Quando mi corico sogno difilato

ventitremila sogni colorati.

 

Non corro, io, non faccio. Non mi muovo.

Non cerco. Non mi agito. Non trovo.

Son milioni le gambe a questo mondo

che corrono in tremendo girotondo:

le vedo e dico: e se cascano in un fosso?

Voglia di lavorar saltami addosso…

 

(da Le nuove filastrocche, Rizzoli, Milano 1968)

 

 

 

 

 

 

 

 

Emanuele Luzzati

 

 

Alì Babà

 

Chi lo sa, chi non lo sa

questa è la storia di Alì babà

che per passare il tempo allegramente

faceva di tutto per non far niente.

 

Un giorno per gioco si era nascosto

fra le foglie di un albero

nel bel mezzo di un bosco

e mentre al chiaro di luna

contava le foglie una per una

sente un rumore, il cuore gli dà un botto:

…quaranta ladroni stanno lì sotto.

 

Quaranta ladroni, più un uomo a cavallo

vestito di blu, di rosso e di giallo

come se andasse alla festa da ballo;

per Allah! Lo conosco questo qua:

è il feroce Mustafà,

il terror della città

e questi altri lestofanti

sono i celebri briganti

ladri d’oro e di diamanti

e vengono avanti, vengono avanti.

Poi Mustafà dice: “Alto là

fermate il passo davanti a quel masso

e ripetete tutti con me:

apriti Sesamo, uno, due e tre…”

 

Apriti Sesamo: a questa parola

la roccia s’apre tutta da sola;

Alì Babà sempre nascosto

al solito posto

dalla sua pianta vede i ladroni

tutti e quaranta

l’un dopo l’altro

entrare in quell’antro

posare il sacco,

girare il tacco

e zitti zitti venirsene via

mentre la roccia

per nuova magia

si chiude di botto

…e Alì Babà casca di sotto.

 

(Alì Babà, Emme Edizioni, Milano 2003)

 

 

 

 

 

 

 

 

Yang Xiaping

 

 

Un chicco di riso

 

Vi racconto un pezzo d’una storiella:

– C’era una volta una formica piccola,

trovò un chicco di riso per strada,

per portarlo via con sé non ce la faceva.

Chiamò una sua buona amica,

le due traballarono, e che peso sulle spalle ancora!

Un’altra amica venne fuori,

tutte e tre insieme a passi leggeri

portarono via il chicco dentro la tana.

 

 

 

 

 

Due grilli si vantavano

 

C’erano una volta due grilli,

stavano insieme come due fratelli,

si vantavano per passar il tempo libero.

 

L’uno disse: – domani voglio mangiare un albero!

L’altro disse: – domani mangerò un asino intero!

 

Mentre chiacchieravano muso a muso,

arrivò un gran gallo all’improvviso.

Quei due fratelli tutti furiosi

andarono incontro al gallo,

il quale a capo chino li beccò tranquillo.

 

 

 

 

 

Coperchio di ghiaccio

 

C’era una volta una vecchia scimmia,

un giorno voleva fare la cucina.

Prese un gran pezzo di ghiaccio,

ne voleva fare un coperchio.

Si preparò per bene un fuoco,

mise su una pentola col coperchio di ghiaccio,

da lì guardava sotto il cielo fosco.

Ma le cose andarono troppo male:

il coperchio nel cielo volò via

trasformandosi in una nube bigia.

La vecchia scimmia era stupefatta,

non sapeva che grattar la testa spelacchiata.

 

(da Poesie e filastrocche cinesi, Idest, Campi Bisenzion 2001)

 

 

 

 

 

 

 

 

Leo Lionni

 

 

Questo è l’albero dell’alfabeto, – disse la formica.

Perché si chiama così? – le chiese un’amica.

Perché non molto tempo fa era carico di lettere che vivevano felici e contente saltando di foglia in foglia, lasciandosi cullare dalla brezza.

Ma un giorno la brezza si trasformò in vento, poi in burrasca.

Molte lettere furono spazzate via, e le altre si spaventarono molto.

Così si nascosero tra le foglie. Un buffo insetto rosso e nero con le ali gialle le vide tutte nascoste.

Abbiamo paura del vento, – spiegarono le lettere. – Ma tu chi sei?

Mi chiamo insetto parolaio, – replicò quello.

Posso insegnarvi a formare delle parole.

Se vi unite a gruppi, nessun vento sarà forte abbastanza da spazzarvi via.

E con pazienza, insegnò alle lettere a unirsi per formare delle parole.

Tutte contente le lettere tornarono in cima ai rami più alti, e quando arrivò il vento si strinsero forte; senza paura.

L’insetto parolaio aveva avuto ragione!

 

(Le favole di Federico, Einaudi, Torino 1997)

 

 

 

 

 

 

 

 

Trilussa

 

 

Er leone riconoscente

 

Nel deserto dell’Africa, un Leone

che j’era entrato un ago drento ar piede,

chiamò un Tenente pe’ l’operazzione-

– Bravo! – je disse doppo – io t’aringrazzio:

vedrai che te sarò riconoscente

d’avemme libberato da ‘sto strazzio;

qual’è er pensiere tuo? d’esse promosso?

Embè, s’io posso te darò ‘na mano… –

E in quela notte istessa

mantenne la promessa

più mejo d’un cristiano;

ritornò dar Tenente e disse: – Amico,

la promozzione è certa, e te lo dico

perchè me so’ magnato er Capitano.

 

 

 

 

 

L’omo e la scimmia

 

L’Omo disse a la Scimmia:

– Sei brutta, dispettosa:

ma come sei ridicola!

ma quanto sei curiosa!

 

Quann’io te vedo, rido:

rido nun se sa quanto!…

La scimmia disse: – Sfido!

T’arissomijo tanto!…

 

 

 

 

 

La ranocchia ambizziosa

 

Una Ranocchia aveva visto un Bove.

– Oh! – dice – quant’è grosso! Quant’è bello!

S’io potesse gonfiamme come quello

me farebbe un bel largo in società…

Je la farò? chi sa?

Basta… ce proverò. –

Sortì dar fosso e, a furia de fatica,

s’empì de vento come ‘na vescica,

finché nun s’abbottò discretamente;

ma ammalappena je rivenne in mente

quela ranocchia antica

che volle fa’ lo stesso e ce schiattò,

disse: – Nun è possibbile ch’io possa

diventà come lui: ma che me frega?

A me m’abbasta d’esse la più grossa

fra tutte le ranocchie de la Lega…

 

(Cento favole, Mondadori, Milano 2012)

 

 

 

 

 

 

 

 

Adīb Kamāl ad-Dīn

 

 

Divertente, strano e stupendo

 

1

 

– “Oh poeta come ti chiami ?”

– “L’uccello”.

– “E poi?”

– “ Il pesce”.

– “Il pesce?”

– “Sì”.

– “Questo si che è divertente!”

 

 

2

 

– “ Di che colore è il mare?”

– “Il suo colore è fatto di barche e di donne”.

– “E la libertà che colore ha?”

– “ Ha il colore del pane e del sale”.

– “Del pane e del sale?”

– “Sì”.

– “Questo si che è simpatico!”

 

 

3

 

– “E come scrivi?”

– “Entro nella lettera, e circondo la mia vite con il suo segreto,

piango e mi addormento.

Sogno, deliro, ballo e poi muoio”.

– “ e poi muori?”

– “Sì”.

– “Questo si che è triste!”

 

(Traduzione a cura di Asma Gherib)

 

 

 

 

 

 

 

 

James Joyce

 

 

Per un fiore dato alla mia bambina

 

Gracile rosa bianca e fragili dita

di chi l’offerse, di lei

che ha l’anima più pallida e appassita

dell’onda scialba del tempo.

 

Fragile e bella come una rosa, e ancora

più fragile la strana meraviglia che veli

ne’ tuoi occhi, o mia azzurro-venata figlia.

 

(Tutte le poesie – Eugenio Montale, Mondadori, Milano 1995)

 

 

 

 

 

 

 

 

Gianni Rodari

 

 

Il povero ane

 

Se andrete a Firenze

vedrete certamente

quel povero ane

di cui parla la gente.

 

È un cane senza testa,

povera bestia.

Davvero non si sa

ad abbaiare come fa.

 

La testa, si dice,

gliel’hanno mangiata…

(La “c” per i fiorentini

è pietanza prelibata).

 

Ma lui non si lamenta,

è un caro cucciolone,

scodinzola e fa festa

a tutte le persone.

 

Come mangia? Signori,

non stiamo ad indagare:

ci sono tante maniere

di tirare a campare.

 

Vivere senza testa

non è il peggio dei guai:

tanta gente ce l’ha

ma non l’adopera mai.

 

 

 

 

 

Il povero Tommaso

 

E questa è la canzone

del povero Tommaso

che passava le giornate

a guardarsi la punta del naso.

 

Dalla mattina alla sera

al suo naso stava attento:

lo riparava dalla pioggia,

d’estate gli faceva vento;

 

se una mosca, per caso,

gli volava vicino

le gridava: – Pussa via!

Sta’ alla larga dal mio nasino.

 

Dove il suo naso finiva

per lui finiva il mondo:

non spinse mai più in là

il suo sguardo meditabondo.

 

E intanto che meditava

gli accadde pure questa:

la sua casa andò in rovina

e il tetto gli cadde in testa…

 

Lo sfasciarono tutto quanto,

lo portarono all’infermeria,

lo si sentiva piangere

in Austria e in Ungheria.

 

Non piangeva per il tetto,

questo bravo Tommaso,

ma perchè non vedeva più

la punta del suo naso.

 

(Il libro degli errori, Einaudi, Torino 1964)

 

 

 

 

 

La luna bambina

 

E adesso a chi la diamo

questa luna bambina

che vola in un “amen”

dal Polo Nord alla Cina?

 

Se la diamo a un generale,

povera luna trottola,

la vorrà sparare

come una pallottola.

 

Se la diamo a un avaro

corre a metterla in banca:

non la vediamo più

né rossa né bianca.

 

Se la diamo a un calciatore,

la luna pallone,

vorrà una paga lunare:

ogni calcio un trilione.

 

Il meglio da fare

è di darla ai bambini,

che non si fanno pagare

a giocare coi palloncini:

 

se ci salgono a cavalcioni

chissà che festa;

se la luna va di fretta,

non gli gira la testa,

 

anzi la sproneranno

la bella luna a dondolo,

lanciando grida di gioia

dall’uno all’altro mondo.

 

Della luna ippogrifo

reggendo le briglie,

faranno il giro del cielo

a caccia di meraviglie.

 

 

 

 

 

Il paese dei bugiardi

 

C’era una volta, là

dalle parti di Chissà,

il paese dei bugiardi.

In quel paese nessuno

diceva la verità,

non chiamavano col suo nome

nemmeno la cicoria:

la bugia era obbligatoria.

 

Quando spuntava il sole

c’era subito uno pronto

a dire: “Che bel tramonto!”

Di sera, se la luna

faceva più chiaro

di un faro,

si lagnava la gente:

“Ohibò, che notte bruna,

non ci si vede niente”.

 

Se ridevi ti compativano:

“Poveraccio, peccato,

che gli sarà mai capitato

di male?”

Se piangevi: “Che tipo originale,

sempre allegro, sempre in festa.

Deve avere i milioni nella testa”.

Chiamavano acqua il vino,

seggiola il tavolino

e tutte le parole

le rovesciavano per benino.

Fare diverso non era permesso,

ma c’erano tanto abituati

che si capivano lo stesso.

 

Un giorno in quel paese

capitò un povero ometto

che il codice dei bugiardi

non l’aveva mai letto,

se senza tanti riguardi

se ne andava intorno

chiamando giorno per giorno

e per la pera,

e non diceva una parola

che non fosse vera.

Dall’oggi al domani

lo fecero pigliare

dall’acchiappacani

e chiudere al manicomio.

“È matto da legare:

dice sempre la verità”.

“Ma no, ma via, ma va’…”

“Parola d’onore:

è un caso interessante,

verranno da distante

cinquecento e un professore

per studiargli il cervello…”

La strana malattia

fu descritta in trentatre puntate

sulla “Gazzetta della bugia”.

 

Infine per contentare

la curiosità

popolare

l’Uomo-che-diceva-la-verità

fu esposto a pagamento

nel “giardino zoo-illogico”

(anche quel nome avevano rovesciato…)

in una gabbia di cemento armato.

 

Figuratevi la ressa.

Ma questo non interessa.

Ca più sbalorditiva,

la malattia si rivelò infettiva,

e un po’ alla volta in tutta la città

si diffuse il bacillo

della verità.

Dottori, poliziotti, autorità

tentarono il possibile

per frenare l’epidemia.

Macché, niente da fare.

Dal più vecchio al più piccolino

la gente ormai diceva

pane al pane, vino al vino,

bianco al bianco, nero al nero:

liberò il prigioniero,

lo elesse presidente,

e chi non mi crede

non ha capito niente.

 

(Filastrocche in cielo e in terra, Einaudi, Torino 1972)

 

 

 

 

 

Il nome

 

E adesso che sai fare il tuo nome

in bella scrittura,

non avere premura

di metterlo dappertutto,

non graffiarlo col carbone, col mattone

sui muri delle scale,

sugli alberi del viale, sui chiusini,

sui busti dei letterati e patrioti

che fanno la guardia ai giardini

con le barbe di marmo e gli occhi vuoti.

Soldati e scolari in libera uscita

si firmano sulla spada di Garibaldi,

sul cavallo di Anita.

Tu non lo fare. Il nome

è una moneta preziosa:

per le cose da poco non la spendere,

per oro e per argento non la vendere,

tienila sempre da conto

ma per le cose grandi

a gettarla sii pronto.

 

 

 

 

 

Tutto il mondo in filastrocca

 

Io metto il mondo in filastrocca,

sotto a chi tocca!

L’arrotino, lo stagnino,

il fornaio, lo spazzacamino,

l’operaio, il contadino,

il dottore, il fattorino,

la scopa della nettezza urbana,

la gru che svetta, la Befana,

e i Sette nani che strizzano l’occhio

alla Fatina di Pinocchio.

Quanta gente. A metterli in fila

sono più di centomila.

Io li metto in filastrocca:

sotto a chi tocca!…

 

E in filastrocca andremo a trovare

i bimbi d’Italia, dalle Alpi al mare:

quello che succhia una lagrimuccia

e rosicchia una cannuccia,

quello che dorme su un vecchio divano

e per coperta ci ha un pastrano,

quello che ha freddo, quello che ha pena,

quello che resta senza cena…

In filastrocca ad essi diremo:

“Tutto il mondo vi doneremo!

Vi metteremo nelle mani

città, palazzi, di cento piani,

i monti, il mare, la felicità:

è tutto vostro guardate qua!

Prendete tutto, la vita è bella!”

 

Anche tu, filastrocca, sei bella.

 

(Il secondo libro delle filastrocche, Einaudi, Trieste 1996)

 

 

 

 

 

 

 

 

Edmondo De Amicis

 

 

Sopra una culla

 

I

 

Sono tre giorni che ha ‘l visetto bianco

e gira l’occhio illanguidito e lento,

e non cerca la madre, e leva a stento

le braccia dimagrite e il capo stanco.

 

Parla, dottore- dimmi aperto e franco

la triste verità ch’io già presento;

e tu fa core, amica; – ecco il momento;

dammi la mano – e sta stretta al mio fianco.

 

È grave? -… assai? -… C’è da temer la morte?

Ebbene, amica – qui – qui sul cor mio,

e opponiamo al dolor l’anima forte.

 

Ma no! non posso! mi si spezza il core!

Ho bisogno di piangere! Mio Dio,

pietà! M’uccido se il mio bimbo muore!

 

 

 

 

 

II

 

Bambino mio, cos’hai? cosa ti senti?

Sorridi – guarda – moviti – respira;

non vedi il padre tuo, qui, che delira?

Non le senti le sue lacrime ardenti?

 

Non lacerarmi il cor co’ tuoi lamenti!

Oh dottore – soccorrilo – egli spira;

vedi come già trema, e come gira

gli sguardi tralunati e semispenti.

 

Che aspetti dunque? Di parole vane

non è più tempo! Salvalo per Dio!

Prova! Tenta! Non hai viscere umane?

 

No, no, perdona! Io son pazzo, lo vedi;

ma salva dalla morte il bimbo mio,

e bacierò l’impronta de’ tuoi piedi!

 

 

 

 

 

III

 

Come ha già il volto smorto ed affilato,

povero bimbo, povero angioletto!

Ah per pietà, coprite quel visetto;

non lo posso veder così mutato.

 

Appena appena gli si sente il fiato

ed un leggiero tremito nel petto;

sembra già morto – ha già mutato aspetto;

ha chiuso gli occhi – è immobile – è diacciato!

 

Dottore! Amica mia! Ma dunque è vero!

Egli morrà! Lo porteranno via!

Porteranno il mio bimbo al cimitero!

 

Il mio bimbo! Il mio cor! Ma rispondete!

Dite che è un sogno della mente mia,

o mi spezzo la fronte alla parete!

 

 

 

 

 

IV

 

Che? – C’è speranza ancor ch’egli non mora?

Non è la tua pietà – dottor – che mente?

È salvo se fra un’ora si risente?

Se fra un’ora il suo volto si colora?

 

Un’ora! Un’ora eterna! Un’ora ancora

per vederlo morir più lentamente!

Ma prima sarò anch’io morto – o demente,

o invecchierò di trenta anni in quest’ora.

 

Ebben – coraggio – starò qui prostrato,

muto – aspettando colle braccia in croce

che il mio povero bimbo sia spirato.

 

Ed aspetta anche tu – cara – pregando;

non alzar contro Dio l’incauta voce…

inginocchiati qui… te lo comando!

 

 

 

 

 

V

 

Pietà, tremendo Iddio! Pietà, Signore,

nel santo nome della madre mia.

Pietà del mio bambino in agonia,

non rapite quest’angelo al mio core.

 

Io redento dal pianto e dal dolore

vivrò una vita santa, umile e pia,

e non avrò più senso che non sia

bontà, dolcezza, pentimento, amore.

 

E se è fermo nel Vostro alto consiglio

ch’egli debba morir – ch’io non intenda

la voce che dirà: – non hai più figlio!

 

Datemi, eterno Iddio, questo conforto;

ch’io non la senta la parola orrenda,

ch’io resti prima o forsennato o morto.

 

 

 

 

 

VI

 

Povero core! Povero bambino!

Era un angiolo d’anima e d’aspetto;

pareva un fiore e qualche riccioletto

gli usciva già di sotto al cuffiettino.

 

La notte, lo cullavo – e sul mattino

venìa – nudo e ridente – nel mio letto,

e sgambettando mi puntava al petto

e contro il volto il suo rosso piedino.

 

Ed ogni sera – in lui rapito – chino

teneramente sul suo bianco nido

gli coprivo di baci il corpicino;

 

e in mezzo ai baci mi fuggìa dal core

un gemito, un singhiozzo, un riso, un grido,

e cadevo in ginocchio ebbro d’amore.

 

 

 

 

 

VII

 

Addio, mia bella vision fuggita,

bel sogno mio svanito sull’aurora,

larva adorata che brillasti un’ora

sul deserto cammin della mia vita!

 

Non tutta ancor l’anima mia smarrita

può intender il dolor che la divora;

ancor vaneggio; non lo sento ancora

tutto lo strazio della mia ferita.

 

Avrò per sempre il mio bimbo morente

dinanzi agli occhi – ed il mio labbro muto

cercherà la sua fronte eternamente.

 

Arte, fede, avvenir, gloria, fortuna,

speranze, gioventù – tutto è perduto;

tutto è morto e sepolto in questa cuna.

 

 

 

 

 

VIII

 

No! Non lo credo! Tu m’inganni! Giura

che dici il vero! Per pietà, dottore,

non lacerarmi un’altra volta il core,

non ti far gioco della mia sventura!

 

È uno scherno crudel della natura!

È un vano inganno! È un sogno mentitore!

È salvo? Vive? Vive ancor? Non muore?

Ah! la povera mente mia s’oscura!

 

Indietro tutti – via da me – lasciate

ch’io profonda sul mio santo angioletto

questa piena di lacrime infocate!

 

Ride! Parla! Mi guarda! Eterno Iddio,

che il grande nome tuo sia benedetto!

Mio figlio è salvo – l’universo è mio!

 

(Pagine sparse, Zorini Editore, Milano 1896)

 

 

 

 

 

 

 

 

Edward Walsh

 

 

Ninnananna dei folletti

 

Dolce piccino! Una culla d’oro t’accoglie,

e lieve ti avvolge la coltre, bianca come neve;

ti veglierò in un arioso pergolato,

dove le fronde degli alberi ondeggiano nel vento.

Shuhin sho, lula lo.

 

Quando le madri languiscono, il cuore spezzato,

e le giovani spose han perduto i loro bei mariti,

ah! certo non sanno, povere addolorate,

che piangono solo un folletto, dal tempo consumato.

Shuhin sho, lula lo.

 

Dentro le nostre magiche e splendenti sale

passano molti piedi bianchi come neve:

fanciulle rapite, regine dei folletti,

e re e condottieri, tutta la fatata schiera.

Shuhin sho, lula lo.

 

Riposa, piccino! Ché io t’amo tanto,

quasi quanto la tua mamma mortale;

nostro è il destriero più veloce e fiero

che va ove il nemico calpestio è più forte.

Shuhin sho, lula lo.

 

Riposa, piccino! Ché preso il tuo sonno

svanirà con le note della koelshie1;

ti veglierò in un arioso pergolato,

dove le fronde degli alberi ondeggiano nel vento.

Shuhin sho, lula lo.

 

 

 

1 musica fatata

 

(Fiabe irlandesi raccolte da W.B. Yeats, Newton, Roma 1994)

 

 

 

 

 

 

 

 

Sergej Stratanovskij

 

 

Per bambini

 

L’orso di zucchero

e il panino leporino ai semi di papavero

ma molto più buono di tutto è, certo, il kolobok

Soltanto lui è vivo

e non vuol essere cibo

sentilo, borbotta in lingua cotta

nella favella fornarella, farinella

vedi: trotrotta e si trasporta oltre la porta

e poi via via, a rotta

di collo per il campo nero della notte.

 

(Buio diurno, Einaudi, Torino 2009)

 

 

 

 

 

 

 

 

Iosif Brodskij

 

 

Discovery

 

Nel principio c’erano soltanto onde

a battere gli scogli.

Le stelle sfilavano tra le fronde

senza pretendere Oscar.

 

Le nuvole si spingevano un po’ oltre

con fare impertinente,

bisticciavano gettando una coltre

buia sul continente.

 

Scoprirono l’America per primi

i pesci, che sapendosi mortali

e destinati a piatti sopraffini,

non tramandano note e memoriali.

 

Poi la scoprì la stirpe degli uccelli,

gli striduli gabbiani e gli stornelli.

Pellegrini erranti per natura, solo

alcuni trovarono una casa sicura.

 

Per milioni di anni o più – dice la gente –

la Natura rimase a guardare:

l’America c’era e non c’era,

chissà, forse aspettava primavera.

 

Ma all’America importava poco o niente

che di lei non si facesse menzione.

Quando sei un grande continente

non cerchi l’altrui attenzione.

 

Allora la Natura prese la penna, perchè tutti

e non solo gli uccelli, i pesci e i flutti,

sapessero che l’America era vera,

così il mare portò genti della terra intera.

 

Percorsero con le loro greggi

questa terra di latte, miele e fiori,

vi trapiantarono molte leggi,

fattorie, città, ori e tesori.

 

Ora l’America trabocca di mappe e di cartigli,

tanti da riempire credenze e ripostigli.

Ma guarda in fondo al cuore, e sii sincero:

l’America è stata scoperta per davvero?

 

Non credi che sia piena di misteri

ancora da svelare? E che a te ora

spetta scoprirli, mentre volentieri

la Natura instancabile lavora?

 

(Discovery, Mondadori, Milano 1999)

 

 

 

 

 

 

 

 

Umberto Saba

 

 

Ninna-nanna

 

Fa la nanna, bambin. Nell’altra stanza

veglia tua madre, e il cuore le si spezza,

sola. E una lieta ti annuncio certezza:

più non ritorna il tuo cattivo padre.

 

Oggi tuo padre

son io. Mi assumo, e m’è lieve, il tuo affanno.

I tuoi dolori e le tue gioie vanno

pei cieli azzurri come squille d’oro.

 

Se v’è un tesoro

nel mondo sarà tuo – e lo senti – un giorno.

Domani, come il sol farà ritorno,

tra balio e balia ti sveglierai.

 

Tu li vedrai,

le manine battendo come a un gioco,

portarti il cibo appena desto, un poco

contendersi i tuoi primi ingenui amori.

 

Semplici cuori

ti concede, all’inizio, il tuo destino,

perchè, riconoscente ad essi, e fino

alla morte, non ami tu altra cosa.

 

La paurosa

notte è nemica ai pargoli mal desti.

Possono indizi scoprirvi funesti,

veder cosa che impetra al muto orrore.

 

Nessun dolore

ti viene in sogno dalla tua adorata.

È la goccia di nettare che data

t’è per sola una volta, e per nulla.

 

Nella sua culla

dorme il tuo amico e rivale Armando,

che ti piace col pugno a quando a quando

mandar piangente sulla nuda terra.

 

Diversa guerra

t’attende, di maggiori rischi ingombra.

Forse presso ad avvolgerti è già l’ombra

che muterà in tristezza il tuo coraggio.

 

Del tuo viaggio,

che lungo io penso e quasi occulto, un’orma

dietro ti lascerai, profonda. Or dorma

l’anima tua; di più dirti non posso.

 

Domani in rosso

dipinto o in giallo, e col suo verde stelo,

la balia un fiore ti farà di un velo

di carta, a riguardar meraviglioso.

 

Lieto il suo sposo,

a lei tornando dal lavoro, un dono

ti recherà, molto gradito. È buono

con te il tuo balio, il mite macellaio.

 

Qual è il più gaio

lo sai di tutti i giochi e il più piacente.

E lo sa la tua amica, che ridente

si getta, o ad arte minacciosa, al suolo;

 

e là, tra strilli acutissimi, solo

ti gode a sola. Ché, nel suo pensiero,

è lei tua madre, e il suo figlio vero,

cui prende e giura amorosa costanza.

 

Nell’altra stanza

veglia una donna e il cuore le si spezza,

sola. Ti viene di là la tristezza

che avvolge la tua vita a poco a poco.

 

(Il Canzoniere, Einaudi, Torino 2004)

 

 

 

 

 

 

 

 

Aleksandr Puskin

 

 

Zar Nikita e le sue quaranta figlie

 

C’era un tempo zar Nikita,

ricco, in ozio, in allegria,

bene o male non faceva,

e fioriva la sua terra.

Un pochino egli lavora,

mangia, beve, prega Iddio;

e da più madri diverse

generò quaranta figlie.

Quarant’ottime fanciulle,

quarant’angeli del cielo,

belle d’anima e di cuore.

Dio mio! che piedino, –

che testina, chioma bruna;

che incanto, occhi e voce;

ed il senno: da impazzire.

Dalla testa ai piedi: tutto

ti prendeva, anima e cuore.

Sol mancava una cosina.

Che cos’è questo qualcosa?

Ma così, inezie, un nulla.

Beh: o nulla, o molto poco,

tuttavia essa mancava.

Come fare per spiegarlo,

e non far montare in bestia

quella sciocca, pia, altezzosa,

della rigida censura?

Come fare?… Dio mio, aiuto!

Tra le gambe, alle zarevne…

No: così è troppo in chiaro

– e il pudore violerebbe, –

beh, mettiamola a tal modo:

amo in Venere io il seno,

e le labbra, e più il piede,

ma acciarino dell’amore,

mèta della mia passione…

Che cos’è?… Ma niente, niente!…

Niente, ovvero molto poco…

Proprio quello che mancava

alle giovani zarevne

tutte vispe e birichine.

Quella nascita sì strana

gettò proprio in imbarazzo

tutti i cuori della corte.

Che tristezza, per il padre,

per le povere mammine…

Come il popolo lo seppe

dalle donne-levatrici –

spalancò ciascun la bocca:

che stupore, che sgomento;

se qualcuno ridacchiava,

lo faceva di soppiatto,

a Nercinsk per non andare.

Convocò lo zar la corte,

e le njane e le mammine –

ed emise un’ordinanza:

«Se qualcuno tra di voi

corrompesse le bambine,

o facesse far pensieri,

o soltanto vi alludesse

(dico a ciò di cui son prive),

o facesse doppi sensi,

o facesse dei gestacci, –

non son uso di scherzare:

alle donne, zac!, la lingua,

ed ai maschi un ché di peggio,

che talor si fa più duro».

Era zar severo e giusto,

e il suo ordine eloquente;

s’inchinò ciascun con tema,

ben decisi a stare all’erta

con le orecchie bene tese,

a guardare il proprio bene.

Paventavano le mogli

che sgarrassero i mariti;

e i mariti, dentro dentro:

«Fanne una, moglie mia!»

(quanta rabbia c’era in cuore!)

Venner su le mie zarevne:

quale pena! Nel consiglio

lo zar porta il suo problema:

è così e cosà, è chiaro?

zitto, piano, sottovoce,

fate più attenzione ai servi.

Rifletterono i bojari

come rimediare al guaio.

Ecco, un vecchio consigliere

riverì tutti – e d’un tratto

si batté la calva fronte

con la mano, e gracchiando:

«o saggissimo sovrano!

Non punire il mio ardimento,

se racconto una sconcezza

corporale, d’una volta.

Conoscevo una ruffiana

(dove sta? che farà oggi?

certo, quel che già faceva).

La tenevano per strega,

rimediava a tutti i guai,

e dei membri all’impotenza.

Giusto lei devi trovare,

e la strega farà tutto,

metterà quel che bisogna».

«Che si mandi alla ricerca! –

zar Nikita prende a urlare,

aggrottando i sopraccigli:

«Trovar subito la strega!

E se poi c’ingannerà,

– non ottiene quel che serve,

o ci mena per il naso,

o se mente a bella posta, –

non sarò più zar, ma un fesso,

se un lunedì di magro

non farò bruciar la maga:

e con ciò supplico il cielo».

 

In segreto, di soppiatto,

con mandato di corriere,

messi vennero inviati

agli estremi della terra.

Al galoppo, ovunque vanno,

alla cerca della maga.

Passa un anno, passa l’altro –

non ne giunge alcuna nuova.

Ma, ecco, infine uno zelante

imboccò la traccia buona.

S’inoltrò in un cupo bosco

(certo, lo portò il demonio),

c’è nel bosco una casetta,

e la strega, una vecchina.

Era un messo dello zar,

quindi entrò dritto da lei,

riverì la strega, asciutto,

ed espose la questione:

come nacquer le zarevne

e di cosa erano prive.

Capì tutto in un istante…

Alla porta spinse il messo

e gli fece: «Esci in fretta:

non ti devi poi voltare,

che, se no, febbre ti colga…

Torna quindi fra tre giorni,

per l’inoltro, e la risposta;

ma ricorda: al far dell’alba».

Poi la strega si rinchiuse,

si munì d’un carboncino,

strologò per tre giornate,

adescò il suo demonio.

Quello le portò uno scrigno,

– per l’inoltro poi a palazzo –

tutto pieno di cosine

sconvenienti, e idolatrate.

E ve n’eran d’ogni fatta:

d’ogni taglia e d’ogni tinta,

tutte scelte e ricciolute…

Le selezionò, la strega,

scelse le quaranta meglio

ed avvolte in un bel panno

le richiuse nello scrigno;

quindi licenziò il messo,

con dei soldi per il viaggio.

Egli va; rosso è il tramonto…

Ebbe voglia di riposo,

e di fare uno spuntino,

di saziarsi poi di vodka:

era un provvido ragazzo,

ben munito per il viaggio;

e così sbrigliò il destriero,

a mangiar si mise calmo.

Pascolò il cavallo. Lui

pensa alla ricompensa:

conte, principe; chissà.

Ma che c’è dentro lo scrigno?

Cosa invia allo zar la strega?

Spia da una fessura: niente!

Proprio chiuso. Che peccato!

La curiosità lo prende,

e lo rende tutto ansioso.

Alla toppa pon l’orecchio –

ma l’udito nulla avverte;

fiuta – sente un noto odore…

Accidenti! che cos’è?

Ma che male c’è, a guardare?

Più non resistette il messo…

Ma, lo scrigno appena aperto,

via!, le passere a volare:

si posarono sui rami

rigirando le codine.

Dài, le chiama, il nostro messo,

e le invoglia coi biscotti:

sparge briciole, ma invano

(non è ciò di cui han fame):

là sui rami il canto è bello,

ma perché restar rinchiuse?

Si trascina per la strada

una vecchia con la gruccia,

tutta curva come un arco.

Si gettò ai suoi piedi il messo:

«Ci rimetto qui la testa!

dammi aiuto, mia mammina!

Guarda tu quale disgrazia:

io non riesco più a acchiapparle!

Come mi trarrò d’impaccio?»

La vecchina guardò in alto,

poi sputò, e bisbigliando:

«Non ti sei portato bene,

ma non piangere, su, forza…

Basta sol che gliela mostri,

e vedrai che volan giù».

«Bene, grazie!», disse quello…

Non appena lo mostrò,

giù le passere da lui,

e ripresero l’alloggio.

Per non correre altri guai,

senza fare tante storie

le rinchiuse sotto chiave

e si mosse verso casa.

Consegnate alle zarevne,

le ingabbiarono all’istante.

Gioia immensa dello zar:

diede subito gran festa.

Sette giorni di baldoria,

di riposo un mese intero.

Decorò il Consiglio tutto,

né dimenticò la strega:

le inviò dalla Kunstkàmera

sotto spirito un bel móccolo

(che stupiva tutti quanti),

due scheletri e due vipere,

dal medesimo museo…

Anche il messo fu insignito,

e qui termina la fiaba.

 

(Fiabe in versi, Marsilio, Venezia 2004)

 

 

 

 

 

 

 

 

Anna Achmatova

 

 

Fiaba dell’anello nero

 

1

Dalla nonnetta-tatara

di rado avevo doni;

perchè ero battezzata

assai s’adirava.

Ma avanti di morire s’addolcì

ed allora mi compatì

e sospirò: “Ah, gli anni!

Ecco che è giovane la nipotina”.

E, perdonato il mio brutto carattere,

volle lasciarmi un anello nero.

Disse così: “È fatto per lei,

le renderà più allegra la vita”.

 

 

 

 

 

2

Ai miei amici ho detto:

“Molta pena, poca gioia”.

E sono uscita coprendomi il viso;

l’anello avevo smarrito.

Hanno detto i miei amici:

“L’anello ovunque abbiamo cercato:

nella sabbia sul mare,

nel praticello fra i pini”.

A raggiuntami al viale

il più ardito di tutti loro

mi voleva far aspettare

fino al declivio del giorno.

Mi stupii del consiglio

e con l’amico m’arrabbiai

perchè i suoi occhi erano teneri:

“A cosa mi giovate?

Non sapete che scherzare

e vantarvi l’un con l’altro

e portare fiori qui”.

Dissi a tutti di andar via.

 

 

 

 

 

3

Ed andando nel tinello

gemevo come un uccello di rapina,

mi gettai sul letto

cento volte a ricordare:

come a cena sedevo,

gli occhi scuri guardavo,

come non mangiavo, non bevevo

alla tavola di quercia,

come sotto la tovaglia ricamata

io tesi il nero anello

come in viso mi guardò,

e levatosi all’entrata se ne andò.

…………………………………………

Ciò che ho perduto non mi porteranno.

Lontano sulla barca veloce

biancheggiarono le vele,

rosseggiarono i cieli.

 

(Luna allo zenith e altre poesie, Passigli, Firenze 2007)

 

 

 

 

 

 

 

 

Sibilla Aleramo

 

 

Per ore da bimbo…

 

Per ore da bimbo ascoltavi

un filo d’acqua cadere e cantare.

Amo quel bimbo ch’era solo.

Negli occhi di color chiaro

era tanta già eco d’armonia.

Per ore il mondo della tua speranza

silenzioso ornavi di bei fiumi

e d’alte rive certo e di alti cuori.

Un filo d’acqua cadeva e cantava.

Amo quel bimbo ch’era solo.

 

 

 

 

 

Grandi occhi, figlio

 

Grandi occhi, radianti, buoni,

figlio, avevi stanotte nel mio sogno,

nel tuo viso d’uomo che m’è ignoto,

figlio,e a me t’accostavi e mi baciavi,

tutto era assolto in silenzio e sorriso,

un tremore una dolcezza santa

ci riunivano come all’alba tua natale

dopo che da me staccato a me ti strinsi.

 

(Tutte le poesie, Mondadori, Milano 2009)

 

 

 

 

 

 

 

 

Fedro

 

 

La rana scoppiata ed il bue

 

Il povero, mentre vuole imitare il potente, muore.

Una volta una rana nel prato vide un bue,

e toccata dall’invidia per le sue enormi dimensioni

gonfiò la pelle rugosa. Poi chiese ai suoi

figli se fosse più grossa del bue.

Loro dissero di no. Di nuovo gonfiò la pelle

con maggiore sforzo e chiese allo stesso modo

chi fosse il più grande. Loro dissero “Il bue”.

Alla fine sdegnata, mentre voleva di più ancora

gonfiarsi, scoppiato il corpo, morì.

 

(traduzione di Alessandro Canzian)

 

 

 

 

 

 

 

 

Fernando Pessoa

 

 

Meditazione del nonno e balocchi del nipote

 

Vedendo il nipote giocare

dice il nonno, rattristato:

“Ah, potessi tornare

a essere così occupato!

 

Tornare al tempo in cui

facevo castelli così,

lasciando che restassero

a volte per il giorno dopo;

 

e tutta la mia tristezza

era, destandomi per vederlo,

vedere che la serva già aveva

riposto il mio castello”.

 

Ma il nipote non lo ode

perchè è preoccupato

per l’errore che c’era

al portone per il soldato.

 

E, mentre il nonno pensa, e, triste,

rimembra l’infanzia andata,

mai più una casa esiste

o un altro castello cade;

 

e il nipote, infine guardando

e vedendo il nonno piangere,

dice “È caduto, non importa:

lo rifaccio subito”.

 

 

 

 

 

Il mio bambino

 

Il mio bambino non dorme,

non so come dormirà.

Fuori la notte è enorme

e non c’è luna, non c’è…

 

il mio bambino piange, piange,

non riesce a riposare.

Or l’ho girato verso me,

ma non dorme, non riesco…

 

già ho cantato quanto si canta…

già gli ho parlato dell’orco…

già gli ho detto come incanta

la fata che ne ha potere…

 

Ma lui non dorme; vedo

sempre i suoi occhi aperti…

Gli do un bacio e ancor un bacio

e stende le braccia destate…

 

Dormi, bambino, dormi

che la mammina dormirà!

Fuori la notte è enorme…

Dormi, bambino mio, dormi

che già ti vedo sorridere…

 

(Il mondo che non vedo, Bur, Milano 2010)

 

 

 

 

 

 

 

 

Mihai Eminescu

 

 

Tra uccelli

 

Perchè non siamo due uccelli

sotto il ripario di una macchia,

per star vicini, becco nel becco,

in un nido di sole piume?

 

Non mi farai mica rimproveri

coll’appuntito tuo beccuccio,

e fianco a fianco con me

starai poi davvero bene?

 

Lascia che per pianga di pietà

e che baci le tue mani…

Care manuzze, che avete fatto

per tante settimane?

 

(Poesie d’amore, Bona, Torino 1964)

 

 

 

 

 

 

 

 

Pieraldo Marasi

 

 

La rivolta dei burattini

 

C’era un burattinaio,

purtroppo senza bambini,

che aveva un salvadanaio

e diciotto burattini.

 

Nel salvadanaio metteva

solo quei pochi soldini

che alla sera raccoglieva

in piazza dai cittadini

 

con le cento piroette

del signor Pulcinella,

con lazzi e canzonette

di Colombina, la sua bella.

 

Ma vedendo che il guadagno

era sempre magrolino

si chiuse dentro al bagno

per studiare un programmino.

 

Guardandosi allo specchio

si disse minaccioso:

“Che fai, stupido vecchio,

vuoi metterti a riposo

 

o dichiari fallimento?

La gente vuol vedere

qualcosa di violento:

il sangue vuol vedere

 

e botte e pugni e spari,

feriti a tonnellate

e un morto che magari

vien preso a bastonate.

 

Ebbene, da stasera

miei cari burattini

farete una cagnara

che porti più quattrini!”

 

Armati fino ai denti

di fucili e manganelli,

senza tanti complimenti

cominciarono i duelli

 

e già il pubblico felice

incitava il più forzuto

ad uccidere anche Alice

con il cane sordomuto.

 

Ma i diciotto burattini,

visto il brutto cambiamento,

non sentendosi assassini

se ne andaron contro vento.

 

Quando il vecchio brontolone

che tirava tutti i fili

ordinava un gran ceffone

da spostare cento chili,

 

il pupazzo rispondeva

ritirando la manina

che a mezz’aria rimaneva

una manina bandierina.

 

Il coltello non feriva

ma cadeva lì per terra,

il fucile non sparava

e sembrava una chitarra.

 

Imbrogliati tutti i fili

i pupazzi han contestato

nelle piazze e nei cortili

finchè il vecchio s’è accasciato:

 

è tornato a far cantare

Colombina e Pulcinella,

Alice ancora fa volare,

al cane dà una caramella.

 

E i diciotto burattini

son convinti di una cosa:

guadagnar meno quattrini

è una sorte favolosa

 

se puoi dare un po’ d’amore

anche a chi non vuol sentire.

 

 

 

 

 

Giovannino sbruffoncello

 

Se al caffè entro per caso

non mi dite ficcanaso:

 

potrei rompere anche un vaso

se mi vien la mosca al naso!

 

Sono bravo e coraggioso

sono un tipo strepitoso

 

e parlar farò di me.

 

Voglio fare il cavadenti

per leoni ed elefanti,

 

voglio andare a Singapore

con i pattini a vapore,

 

voglio prendere i serpenti

e farne poi stuzzicadenti

 

per il Mago del Perù.

 

Andrò anch’io sulla luna

e aprirò una pensioncina

 

con tre cuochi giù in cucina

e nel parco una piscina

 

colma d’acqua e granatina:

dalla sera alla mattina

 

farò soldi come un re.

 

………………………………………………….

 

(Ma cos’è questa vocina

che mi sento dentro al cuore

mentre parlo della luna

e dei viaggi a Singapore?)

 

………………………………………………….

 

 

“Giovannino, sbruffoncello…

 

Scendi, scendi, amico bello

dal tuo fragile castello

fatto solo di parole.

Apri gli occhi, guarda il sole:

 

con curiosa fantasia

scopri questa tua città,

vedi quanto giusto sia

imparare la realtà.

 

Troverai cose soavi

cose tristi e brutti guai,

non le cose che speravi

ma la vita troverai…”

 

(La rivolta dei burattini, Rizzoli, Milano 1971)

 

 

 

 

 

 

 

 

Renato Pauletto

 

 

Il vento

 

Da quando le navi vanno a motore

il vento s’è messo a fare il barbone.

 

Dimora sui marciapiedi e alza

le gonne alle donne,

raccoglie carte e cartoni

sibila come un solista all’angolo della strada.

 

Beve la birra che costa meno:

la schiuma che lui stesso

dal mare solleva;

 

così ha messo un gran pancione

e quando s’infila in qualche soffitta,

non passa, rovescia tegole e mattoni.

 

E i giornali pronti a parlare

di tromba d’aria, e perché

non di clarinetto?! O di viola?!

 

Il vento non conosce mica

una musica sola.

 

 

 

 

 

Sono entrato in un nebbione denso:

una mano andava a spasso,

si muoveva senza senso

l’ho stretta a più non posso;

un sorriso ballava nell’aria

l’ho ricambiato appena s’è avvicinato,

s’è parato davanti un addome

senza braccia nè nome

ci siamo calpestati

e a malapena salutati.

Poi la nebbia s’è fatta fine,

è finita infine;

quelle visioni stanno appese alle mie ciglia

dentro ad ogni umida e  minuscola biglia.

 

 

 

 

 

Il grillo

 

Che strano suonatore è il grillo:

intanto non canta solo di sera,

ma ogni volta che ne ha voglia,

poi non vuole nessuno tra i …

fili d’erba,

e se sente il tuo piede

rimette via la chitarra

e ritorna nelle tasche della terra.

 

Se proprio lo vuoi vedere,

lo devi solleticare

con un docile filo d’erba,

allora compare

e fa l’inchino da soprano

ma non risuona il suo brano.

 

 

 

 

 

L’albero delle risate

 

Melograno

più melo d’estate

poi pieno di facce,

bocche rotte dalle risate

piene di denti,

teste di clowns sul ramo,

in autunno più grano

che melo il melograno.

 

 

 

 

 

La brina

 

Ogni ciuffo rivestito di bianco

ogni albero coperto d’argento,

ricami sui rami, merletti sui tetti

trama e matassa… tutto sparso

per la fuga dell’invisibile sarto,

fili di seta sorti come viole

e sciolti dal primo alito del sole.

 

 

 

 

 

Giocogiglio

 

Alla prima altalena

ero tutto avvinghiato

come un ramo d’edera;

 

le corde col tempo

son diventate liane,

e ali le mani;

 

e sulla tavoletta

andavo anche in piedi

camminando nel cielo;

 

avevo le nuvole in bocca ,

succhiavo i fiori di tiglio,

infilavo il piede nel giglio;

 

ma feci un gran tuffo

e la tavoletta a penzoloni

rimase ad accarezzarmi il ciuffo.

 

 

 

 

 

Giococolore 

 

Non conosco i colori

nemmeno le sfumature,

allora sfoglio dell’orto

frutti e verdure:

 

c’è una fragola carnosa

forse è rosso carminio!?

 

Ce n’è una piena di polpa

è forse rosso porpora!?

 

L’altra è pelosa porta

una maglietta bordeaux?

 

Scarto una piccola

è di color scarlatto!?

 

Assaggio quella cremosa

è di color cremisi?

 

Ce n’è una tumefatta,

è rosso mattone?

 

Ormai credo d’aver

fatto un’indigestione!

 

Ma ho visto la più grossa dell’orto,

non c’è dubbio è color fragola

me la mangio e  taglio corto.

 

Uno starnuto di primavera

 

Lungo una riva, a schiera

ci sono viole bianche

tra erbe secche e stanche,

prime primule a mucchio

in mezzo all’ultimo muschio:

uno starnuto di primavera.

 

 

 

 

 

Finestre accese

 

Dove vanno

quelle finestre accese

in corsa di notte?

Le ha rapite

il treno.

Le ha raccolte

alle stazioni.

Con attorno sagome

nere sembra che il treno

si trascini

un intero quartiere.

Eppure il locomotore

va leggero,

s’attacca ad un filo

si dà una spinta

fino alla prossima fermata.

Giusto il tempo

per il bigliettaio

di forare un pisolino,

un racconto letto d’un fiato,

un fitto discorso nato per caso,

e di prendere un abusivo per il naso.

Quel bigliettaio

è come un uncinetto

che attraversa tutto il treno.

Senza, il viaggio sarebbe perfetto.

 

 

 

 

 

Perchè fischia il dipintore?

 

Fischia per farsi coraggio,

quanti chilometri dovrà fare

sempre a passeggio

per muri tutti uguali?

Un velo per volta,

quanti fiumi di colore

dovrà versare?

Quanti pioli dovrà salire

senza arrivare in Paradiso?

Tenersi tutto il  giorno

quelle stampelle!

Eppure fischia, perchè

sospeso nel vuoto

gli pare d’essere un geco

anzi un uccello,

l’unico a colorare davvero

un pezzo di cielo “vero”.

 

 

 

 

 

Ho scovato una canna da pesca

rovescio vasi di fiori ma non trova l’esca,

 

compro allora le tremoline

ed in frigo le metto, tra le sardine,

 

per mia madre la scatola è un invito

e scoppia in un urlo inaudito;

 

poi corro al mare, la canna è allungata

arriva presto l’orata.

 

Ormai ho la “licenza” di pescatore

e mi faccio un bagno ristoratore:

 

in una buca trovo una famiglia di ricci

penso di usarla per giocare alle bocce,

 

tiri corti

perchè vanno via storti.

 

 

 

 

 

Cewingum?

 

Cewingum? lo prendiamo!

Sottile, infrangibile ed elastico

taglia il vento e la barriera avversaria,

 

si confonde con la traccia

di calce, steso a terra,

può rubare il pallone al portiere

senza che l’altro se n’avveda.

 

Circa a salsiccia lo mettiamo in porta

se non arriva ai pali non importa:

stenderemo in caso di “mani”

Cewingum tra un incrocio e l’altro dei pali.

 

Oppure sempre a lui certi avversari

gli faremo legare come asparagi.

E se l’arbitro ha un debole contrario

gli daremo il benvenuto con un canestro:

 

Cewingum dentro tutto arrotolato

la sua smorfia di cobra

e avremo presto il campionato.

 

 

 

 

 

L’ape

 

Un tempo s’arrangiava

e cercava casa nel cavo del pioppo,

non più di tanto l’orso la scippava,

niente, al confronto dell’apicoltore ghiotto,

che le svuota la dispensa con la scusa

che lui la ospita nella sua casa.

Così l’ape è priva di privacy,

l’apicoltore entra quando vuole,

minaccia un incendio con l’affumicatore

e ogni ape, di miele s’infagotta,

mentre lui prende ciò che sta in soffitta.

Se poi all’inizio della primavera

tarda un poco, lui la sveglia

con lo zucchero sciolto.

Lunghi giri di ricognizione:

-Tarassaco 20° ad est!

dice l’ape che balla,

una delle poche ad uscire

dopo che il tempo “sballa”.

Poi la compagna segnala l’acacia in fiore,

tutte in volo si mettono fin dall’alba.

Venne l’ora più calda,

sui campi d’intorno passò un trattore

portandosi seco un gran cisternone,

ricopriva i fiori di un’opaca rugiada,

le sue compagne fecero i lor giro

e tornarono all’arnia

imbrattate di quella fetida arma.

 

 

 

 

 

Come le sorelle, fu presto accecata:

grilli impazziti ed azzoppati

volavano nell’arnia all’impazzata.

Ma nel condominio non si reca disturbo

e le api di guardia le accompagnano all’uscio.

Lì, la vide l’ispettore chiamato

con denuncia, per la moria,

lui disse che l’insetto era accaldato;

l’apicoltore obiettò che al predellino

non stavano aggrappate a sbatter le ali,

il dottore fece finta di niente,

un po’ meno quando un’ape lo punse

giusto sulla (lunga) punta del naso.

Sul finire dell’estate,

furono dai fumenti intossicate

per scrollare l’acaro parassita;

la nostra, sgomenta e sfinita,

si ridusse ad aver poche compagne

che, non per le lagne

si strinsero alla regina,

ma l’inverno ebbe di loro ragione.

Pare non siano estinte,

in un’isola lontana dalla terraferma,

là, dove il sole si ferma,

ve ne sono che non si danno per vinte.

 

(inedite)

 

 

 

 

 

 

 

 

John Ronald Reul Tolkien

 

 

Il gatto

 

Il gatto ben pasciuto

che sta sullo zerbino

sembrerebbe che sogni

di topi uno spuntino

saporito e abbondante

e panna a sazietà.

Ma può darsi, chissà,

che pensoso cammini,

indomito ed altero,

dove i padri felini

ruggivano davvero;

combattevano scarni

e scaltri, e nelle tane

profonde si acquattavano

per saziare la fame.

A Oriente banchettavano

con bestie prelibate

e di teneri uomini

con carni delicate.

 

Il più antico felino,

il leone gigante,

sfoggia artigli d’acciaio

sulle robuste zampe.

Ha gran denti crudeli

e fauci insanguinate.

Ci son poi le pantere,

belve nero-stellate

dalle zampe leggere,

che spesso con un salto

balzan sopra la preda

elastiche dall’alto.

Là dove assai lontana

nereggia la foresta

nell’ombra, cupa e arcana.

 

Lontani sono ancora,

son liberi e selvaggi.

Il gatto è sottomesso

fatto schiavo dagli agi.

È un gatto ben pasciuto

che sta sullo zerbino;

è curato e tenuto

come un bel gingillino.

Che sogni topi e panna

potrebbe anche sembrare;

ma il suo cuore felino

non può dimenticare.

 

(Le avventure di Tom Bombadil, Rusconi, Milano 1989)

 

 

 

 

 

 

 

 

Janna Carioli

 

 

Tacche sul muro

 

La mamma col righello e la matita

vuol controllare quanto son cresciuta.

Quei segni sulla porta di cucina

li ha fatti da quando ero una bambina:

asilo, elementare e adesso media…

è un po’ come salire sulla sedia!

Tacche sul muro, ognuno con la data,

raccontano di quanto son cambiata.

Io cerco di barare un pochettino

e allungo il collo come fa il tacchino,

ma la mamma fa il segno al posto giusto

“Se tu bari”, mi dice, “non c’è gusto!”

Guardo il mio tempo, scritto sopra il muro…

Son cresciuta due dita di futuro!

 

 

 

 

 

Mi sento solo

 

Mi sento solo come un verme solitario,

come un cammello quando incontra un dromedario,

come la freccia quando vola via dall’arco,

come un gorilla nella gabbia del bioparco.

 

Mi sento solo come un punto esclamativo,

come un articolo se manca il sostantivo,

come un incastro che non sa qual è il suo posto giusto,

come un cucciolo abbandonato a ferragosto.

 

Mi sento solo come un anno bisestile,

come una perla che finisce in un porcile,

come un pollastro che conosce il suo destino.

 

Mi sento solo come solo può un bambino

 

(I sentimenti dei bambini, Mondadori, Milano 2009)

 

 

 

 

 

 

 

 

Davide Rondoni

 

 

Ciao

 

È una parola che viene da lontano

il saluto simpatico

che tutto il mondo intende.

Lo diceva l’antico veneziano,

se qualcuno stava incrociando

faceva segno di un inchino

e “sciavo vostro” diceva piano

come rispetto e riverenza.

 

Il tempo che ha gran pazienza

ed è un grande inventore

di nomi e di parole

ha avvicinato piano “sciavo”

d’esse e vu facendo senza

e ha messo in bocca a tutti

il saluto più bello che ci sia.

 

Mette subito allegria

ed è bello ricordare

che a chi lo dici è come dire

siamo amici, ti voglio servire.

 

 

 

 

 

Il treno

 

Il treno mi piace,

sarei capace

di prenderne cento

tra tutta la gente

come in un vento.

 

Il treno mi garba

dovunque si vada

non è una barba

tutti in fila tutti lenti

come l’autostrada.

 

Puoi ascoltare le chiacchiere

suonare (ma piano) le nacchere

fare un pisolino

guardare il panorama

conoscere il vicino.

 

Il treno mi sconfinfera

non è mica soporifera

la vita nei vagoni,

di cose buffe

se ne sentono milioni.

 

Se pensi che la vita sia noiosa

fai una cosa:

sali su un treno per dovunque

scoprirai com’è ricco

un giorno qualunque…

 

(Le parole accese, Rizzoli, Milano 2009)

 

 

 

 

 

 

 

 

Chiara Carminati

 

 

Pirata Graffio e Capitan Losco

 

I

Pirata Graffio veleggia sul mare:

bandiera al vento col teschio e le ossa

la nave è pronta ad abbordare

ogni nemico con abile mossa.

 

 

 

II

Capitan Losco rasenta la costa

quand’ecco avvista una nave corsara:

prende la mira, l’aggiusta, si apposta,

punta il cannone, carica e spara.

 

 

 

 

III

Pirata Graffio, con l’occhio buono

(poiché sull’altro porta una benda)

vede la palla e sente anche il tuono,

un’esplosione a dir poco tremenda!

 

 

 

IV

Capitan Losco tutto contento

pensando già ad un ricco bottino

alzale vele e sorride al vento

fregando la mano contro l’uncino.

 

 

 

V

Pirata Graffio allarga le braccia:

non si può nulla contro la sorte!

Si aggiusta il cappello e prepara una faccia

come se andasse incontro alla morte.

 

 

 

VI

“Orsù, ribaldo, consegna il tesoro!”

ordina il Losco un poco alla spiccia.

“Consegnami subito il carico d’oro

perchè altrimenti riaccendo la miccia!”

 

 

 

VII

A questo punto il vecchio Pirata

a cui il baffo tremola per l’emozione

non può trattenere una grassa risata

che scoppia come un secondo cannone.

 

 

VIII

“Che avrà mai quello da sghignazzare?”

si chiede il Losco restando interdetto,

accosta il vascello per attraccare

e balza oltre il suo parapetto.

 

 

 

IX

Capitan Losco va all’arrembaggio

con aria spavalda spalanca il forziere

ma tra le risa dell’equipaggio

sapete cosa gli tocca vedere?

 

 

 

X

Altro che ori e denari sonanti!

Altro che pietre preziose e diamanti!

Dentro al baule brillano ghiotti

centotré chili di fagioli borlotti!

 

 

 

XI

Capitan Losco, che adora i fagioli

cotti col lardo ma anche da soli

non prova rabbia, né ira, ma FAME

e ordina subito di farne un tegame.

 

 

 

XII

E poiché in fondo è un buon Capitano

e non disprezza i pirati alla mano

propone al Graffio e alla sua truppa

di unirsi a lui per mangiare la zuppa.

 

 

 

XIII

Così finisce la strana battaglia,

con un filino di olio d’oliva

su ogni piatto di quella marmaglia

perfino del mozzo giù nella stiva.

 

(Il mare in una rima, Mondadori, Milano 2000)

 

 

 

 

 

 

 

 

Christian Morgenstern

 

 

Le papere mettono i pattini

 

Le papere mettono i pattini

per andar su lastre ghiacciate.

Ma dove li han presi quei pattini

se ricche non sono mai state?

 

Dov’è che li hanno trovati?

Li ha fatti un fabbro, un esperto!

E poi glieli ha regalati

in cambio di un paperoconcerto.

 

 

 

 

 

La tartartaruga

 

“Mille anni giù compiuti

ed invecchio un po’ ogni giorno.

Teobaldo re dei Goti

mi teneva in gran riguardo.

 

Molti fatti son passati,

ma per nulla li rammento;

ora grazie alle mie doti

puoi vedermi a pagamento.

 

Non so l’aspetto della morte

né la pena del moribondo:

io sono la tarta, io sono la tarta,

io sono la tartartaruga di mondo”.

 

(Il grande Lalulà, Edizioni C’era una volta, Pordenone 1992)

 

 

 

 

 

 

 

 

Pinin Carpi

 

 

Primo balletto

 

Pippo il gatto di Precotto

ghiotto, matto e mangiatutto,

ogni sera di soppiatto

si beveva a bicchierate

tutto il latte della botte.

Stava poi tutta la notte

sul muretto col bassotto,

la cagnetta e lo scimmiotto,

col galletto e la marmotta,

lo scoiattolo e il capretto

a contar barzellette,

a cantare canzonette,

a ballare come un matto.

 

Simonetta la sua gatta

era sempre senza latte

e ogni sera se ne andava

stanca, pallida e soave

a sfogarsi su in soffitta

e piangeva desolata,

zitta, afflitta, derelitta,

affamata e sconsolata,

poveretta quella gatta.

Poi guardava sul muretto

e vedeva quel gruppetto

che cantava, che ballava,

che rideva, e lei soffiava

miagolando di disdetta,

poveretta Simonetta.

 

 

 

 

 

Secondo balletto

 

Una volta il gatto Pippo

per dispetto zitto zitto

quatto quatto saltò in letto

con le scarpe, col cappotto,

coi calzoni e col berretto,

con la giacca e la cravatta

e danzò un folle balletto

saltellando da folletto.

E ballando portò piatti,

piatti e piatti di prosciutto,

di salmone e di pancetta,

poi zuppiere di risotto,

poi pignatte di spaghetti,

padellate di filetti,

di patate, poi marmitte

d’oche arrosto coi funghetti,

vassoiate di ricotta,

di fontina, di caciotta

e poi ceste e ceste tutte

zeppe a grappoli di frutta,

uva, fichi, mele, uvette,

noci, pere e un gran fagotto

traboccante di biscotti,

di bigné e di gianduiotti

e li sparse dappertutto,

piatti, pentole, pignatte

sparpagliati sopra il letto

dove mise anche una botte

di buon latte, e su quel letto,

continuando il ballo matto,

bevve e bevve latte e litri.

Così fece un gran banchetto

sbriciolando pane e fette,

sbrodolando sughi e latte

senza mettere il balletto.

 

Era notte e Simonetta

corse su per la scaletta

disperata e derelitta

fin là su nella soffitta.

Miagolava urli e strilli,

lacrimava con zampilli,

singhiozzava dal dispetto

perchè aveva il cuore infranto

e spruzzava in aria il pianto

che bagnava travi e tetto,

poverina poveretta

la micina Simonetta.

 

(C’è gatto e gatto, Einaudi, Torino 1988)

 

 

 

 

 

 

 

 

Mario Lodi

 

 

La mano

 

La mia mano ha cinque dita

e racconta la sua vita.

 

Dice il pollice,

dito ciccione:

“Io sono il padrone.

Senza di me

non infila l’ago

nemmeno il re.

E dai piccini

sono succhiato

come un gelato”.

 

Subito l’indice

si alza e dice:

“Io insegno la strada

al turista e al ciclista

e suono il campanello

alla porta del bidello,

alla casa del dottore,

al portone del castello.

Suono suono il campanello”.

 

Il medio allora dice:

“Io tengo il ditale

alla sartina

che fa la vestina

ticchete ticchete ta

ago che viene

ago che va

ticchete ticchete

ticchete ta”.

 

Zitti, l’anulare

sta per parlare:

“Io ho poca voglia

di lavorare

ma sono il più bello

perchè ho l’anello.

Così ornato

sono da tutti

molto ammirato”.

 

Alla fine

parla il più piccino

che si chiama mignolino:

“Nessuno

è più piccolo di me.

Ma se suono

il violino

scivolo sulla corda

come un ballerino.

 

Però…

voglio dire la verità:

la sinfonia

da solo

suonare non potrei

senza i fratelli miei”.

 

(Il soldatino del pim pum pà, Einaudi, Torino 1974)

 

 

 

 

 

 

 

 

Lina Schwarz

 

 

Cantilene

 

I

Gallo galletto

chicchirichì.

Non ve l’ho detto

che spunta il dì?

Gallo galletto,

alto è già il dì.

Giù da quel letto!

Chicchirichì.

 

 

 

II

Bolli, bolli, pentolino,

fa’  la pappa al mio bambino;

la rimescola la mamma

mentre il bimbo fa la nanna.

 

Fa’ la nanna, gioia mia,

o la pappa scappa via.

 

 

 

III

Stella stellina,

la notte s’avvicina,

la fiamma traballa,

la mucca è nella stalla,

la mucca e il vitello,

la pecora e l’agnello,

la chioccia e ‘l pulcino,

ognuno ha il suo bambino,

ognuno ha la sua mamma,

e tutti fan la nanna.

 

 

 

IV

Lumaca lumachina,

non correr, poverina!

“Io corro quanto posso,

ma ci ho la casa addosso!

E poi chi va pian piano

va sano e va lontano.”

 

 

 

V

Guarda guarda un can che scappa

che ha portato via la pappa,

via la pappa al mio bambino

per portarla al cagnolino;

cagnolin tutto contento

se la mangia in un momento,

se la mangia e fa bù bù…

e la pappa non c’è più.

 

 

 

VI

Cavallino, trotta trotta,

che ti salto sulla groppa,

trotta trotta in Gran Bretagna

a pigliar il pan di Spagna,

trotta trotta in Delfinato

a pigliare il pan pepato,

trotta trotta e torna qui

che c’è il pan di tutti i dì.

 

(Ancora… e poi basta!, Mursia, Milano 1988)

 

 

 

 

 

 

 

 

Franco Fortini

 

 

I mesi per i bambini

 

Lucida Aprile limpidi cristalli,

Maggio mena ragazze pei viali,.

Giugno spicca gerani ai davanzali,

contempla Luglio il sole e i grani gialli.

 

Dorme Agosto e non ode temporali

crescere sulle stoppie delle valli,

nel crepuscolo viola i bei cavalli

bagna Settembre all’acque fluviali.

 

Ottobre succia l’uva lungo il fosso,

prega Novembre a lume di candela,

e Dicembre si soffia il naso rosso.

 

Gennaio è morto e sottoterra gela.

Smilzo Febbraio serra i panni addosso,

e Marzo pescatore alza la vela.

 

(Poesia e errore, Mondadori, Milano 1969)

 

 

 

 

 

Il bambino che gioca

 

Il bambino smise di giocare

e parlò al vecchio come un amico.

Il vecchio lo udiva raccontare

come una favola la sua vita.

 

Gli si facevano sicure e chiare

cose che mai aveva capite.

Prima lo prese paura poi calma.

Il bambino seguitava a parlare.

 

(Questo muro, Mondadori, Milano 1973)

 

 

 

 

 

 

 

 

Miroslav Vàlek

 

 

La macchina invisibile, l’albero visibile

 

Tutto è cominciato così: la macchina visibile

ha sbattuto contro un albero invisibile.

Succede ogni tanto.

Dipende a chi, dove e quando.

 

La macchina visibile,

legata con la corda visibile,

sta all’ospedale

per un sinistro accidentale.

 

Assistenti con orrore in faccia,

pazienti, pediatri,

portinai e psichiatri

accorsero per vedere

che cosa di incredibile

ha quella macchina ben visibile.

 

Dà i numeri,

parla a vanvera:

ché ha l’infiammazione dei pneumatici,

ché ha i dolori reumatici,

ché ha il tic su un occhio,

ché ha il malocchio e le coliche.

– Non andare in giro per le cliniche,

niente gelato, né la pastina,

tre volte al giorno 20 gocce di benzina.

 

Quanto sollievo per la macchina, sta da festa!

Giorno – notte se lo inculca nella testa:

– Non andare in giro per le gelaterie,

non mangiare le cliniche come lo spuntino,

tre volte al giorno 20 gocce

di bianchetto – cancellino.

 

… di cancellino? Urrrà!

È riuscita quella cura!

 

La macchina invisibile! Cosa mai vista!

Ne parla ogni giornale, ogni rivista.

 

La macchina invisibile gira dappertutto,

la macchina invisibile riesce a fare tutto,

la macchina invisibile vince il concorso

– nessun incidente durante il percorso.

 

 

La macchina fantomatica, l’eroe senza la spada.

Alla macchina invisibile non basta più la strada.

La macchina invisibile fa paura ai pedoni,

alle mamme

alle mamme delle mamme

anche ai nonni.

– Sarebbe meglio salire in carrozza, quel vecchio veicolo.

La macchina invisibile è lo scandalo dello secolo.

 

Però:

la macchina invisibile – acqua in bocca –

porta i bimbi piccoli gratis

e quei più grandi per un gelato all’albicocca.

 

Fa il trasporto ogni giorno,

sempre disponibile.

E chi sale, senti questa:

diventa invisibile.

 

Nelle scuole invisibile

c’è un ronzio come negli alveari.

Nei quaderni invisibili

i compiti invisibili.

Introvabili i sussidiari.

 

Il preside visibile in ufficio

le alici marinate

butta giù per la gola.

E alunni invisibili

invisibilmente

marinano la scuola.

 

Appena apre il negozio

entrano in tanti,

comprano la cioccolata visibile

con invisibili contanti.

 

I bambini invisibili portano il mondo alla rovina.

I bambini invisibili non si lavano di mattina.

I bambini invisibili arrivano tardi a casa per mangiare.

Che modi terribili! Cosa si può fare?

 

Si consultarono i genitori,

si consultarono tutti gli adulti.

Si consultarono insieme

o da soli

– e come finirono i consulti?

Non conclusero niente, direi.

Conclusero dandosi del Lei.

 

Alla fine il preside, in un bistro,

si consultò col ministro:

 

– Vada come vada,

alla macchina bisogna sbarrare la strada

con un albero visibile.

 

L’esito fu chiaro, attendibile.

La macchina?

L’hanno messa nell’autorimessa.

O meglio: nell’officina.

E la fine di questa storia si avvicina:

il resto fu invisibile.

 

 

 

 

 

Cammello

 

Entrava un cammello in osteria

e ripeteva con pedanteria:

– Mi scusi, vorrei un po’ d’ acqua nel cestello,

ho una sete da cammello.

 

L’oste gli dice:

– Succede anche

a mio fratello!

Vuole l’acqua solo da bere

o fa la scorta sotto il mantello?

 

Quel cammello era di un maneggio,

ci  portava un principino al passeggio.

Non importa se non era esperto!

La sabbia del circo credeva il deserto.

 

E siccome nel deserto

il cammello è aperto,

non ha peli sulla lingua.

Si permette la stravaganza

e dice con noncuranza:

– Oggi faccio il pieno. E punto.

Un semplice riassunto:

qui, davanti, una botte

e due o tre nella gobba dietro.

L’oste pensa, va un po’ indietro:

– Vuole mica farsi la gobba?

Pesa troppo tutta ‘sta roba!

– Non faccio a botte per una botte

o per un tinello.

L’acqua è la sorte di un cammello.

 

L’oste fa tutto in tempo breve.

Il cammello s’inchina, come si deve

e se ne va in tutta la sua bellezza.

Il mondo gli sembra una camèlia

rosa e chiara. Una dolcezza.

 

(traduzione di Darina Šestáková e Giacomo Vit)

 

 

 

 

 

 

 

 

Elio Pecora

 

 

L’albergo delle fiabe

 

Di notte, quando dormono i bambini,

tutti, ma proprio tutti i personaggi

delle fiabe più amate se ne vanno

in uno strano albergo sulle nubi.

E c’è chi si riposa dalle tante

e tante prove appena superate,

con l’Orco s’intrattengono le Fate,

Biancaneve sorride alla Matrigna,

il Lupo russa e mentre russa ghigna,

Cenerentola lustra la scarpetta,

Pelle d’Asino aspetta

il Gatto che si sfila gli stivali,

cerca le sue pietruzze Pollicino

nel fondo del giardino,

Alice fa le smorfie nello specchio,

Pinocchio riempie un secchio

di bugie tutte nuove,

e c’è chi in quella folla così varia

si ripete la parte

che affronterà con arte

chiamato da un bambino

nella sua stanza, al sole del mattino.

 

 

 

 

 

Girotondo

 

Girotondo, girotondo,

se tu giri intorno al mondo

puoi affacciarti sulle cime

di montagne e di colline,

vedi i laghi, guardi i mari,

golfi, porti, spiagge, fari,

c’è una donna su un terrazzo,

fra le nubi passa un razzo,

la campagna è un gran tappeto

colorato, c’è un vigneto

e nel centro una torretta,

sopra i tetti una civetta,

strade, piazze, slarghi, ponti,

cieli aperti ed orizzonti

rossi, blu, viola, arancio,

c’è la luna appesa a un gancio,

nell’oceano profondo

anche là si gira in tondo.

Giri tu e gira la Terra,

mentre è in pace e quando è in guerra,

giri e intanto gira tutto:

Sole e stelle, bello e brutto.

 

Chi sa dove c’è chi tira

una leva, e tutto gira.

 

(L’albergo delle fiabe, Orecchio acerbo ed, Roma 2007)

 

 

 

 

 

 

 

 

Corinne Albaut

 

 

Arlecchino

 

Ecco a voi un burattino

che ama assai fare prodezze.

Ha un vestito tutto pezze,

verdi, blu, rosso rubino.

Si esibisce in un teatrino,

dice un sacco di sciocchezze.

Dopo molte capriole

ogni muscolo gli duole

ma se vede un bel bambino

svelto, svelto fa un inchino.

 

(Filastrocche di tutti i colori, Motta, Milano 2000)

 

 

 

 

 

L’ombelico

 

Tocca qui, sul mio pancino:

bottone o sassolino?

Vermetto rosa attorcigliato

o conchiglia che il mare ha portato?

 

C’era qui una stella filante

per me davvero molto importante.

Dentro la mamma sono cresciuto

grazie a ciò che da lì ho ricevuto.

 

Ma appena sono nato,

la stella filante hanno tagliato.

E ora cosa resta?

Un ombelico per fare festa.

Ghiri-ghiri.

 

 

(Filastrocche dalla testa ai piedi, Motta, Milano 2000)

 

 

 

 

 

Le monete da sgranocchiare

 

Stanotte il mio dente è sparito,

da sotto il cuscino è fuggito.

Un topolino se l’è portato via

ed ha fatto una magia.

Al suo posto ha lasciato un tesoro,

tante monete che sembrano d’oro.

Non vere monete per pagare,

solo monete da sgranocchiare,

tutte dolcissime monete matte

di cioccolato, di quello al latte.

 

(Filastrocche di cioccolato, Motta, Milano 1998)

 

 

 

 

 

 

 

 

Sophie Arnould

 

 

Il rospo e il girino

 

Un vecchio grosso rospo

seduto sopra una foglia

cantava una sera d’agosto

da far passare la voglia.

 

A un piccolo girino

che passava di lì per caso

quel terribile concertino

apparve delizioso.

 

E ormai da quella volta

anche il piccolo girino

canta con voce sciolta

che sembra un mandolino.

 

Più forte, non si sente!

gli dice il vecchio rospo,

se vuoi essere un cantante

devi avere la voce a posto!

 

 

 

 

 

Un pulcino piccolo piccolo

 

Buongiorno

pulcino,

 

buongiorno

piccino,

 

ora esci dal guscio

ti devi vestire,

sei tutto arruffato

ti dovrai pettinare.

 

Pulcino

piccino,

 

qui fuori dall’uovo

c’è un mondo tutto nuovo:

e presto dovrai imparare

a ridere e scherzare.

 

(101 filastrocche e raccontini di campagna, Einaudi, Torino 2001)

 

 

 

 

 

Si torna a scuola

 

Marianna

si mette una gonna,

si mette un maglione,

si infila i calzini

e fa colazione

con fette biscottate e marmellata

per cominciare bene la giornata.

 

Si avvia di buon passo

e col cuore in gola,

perché stamattina

comincia la scuola.

 

Marianna,

nella sua cartella

ha messo i pastelli,

l’astuccio, i quaderni,

i libri ed i righelli,

e aggiunge anche uno spuntino

per la merenda di metà mattino.

 

Marianna

Sulla porta

l’accoglie la bidella:

-Svelta Marianna!

Suona la campanella-.

 

(Storie per tutte le stagioni, Einaudi, Torino 2002)

 

 

 

 

 

 

 

 

Leonardo Sinisgalli

 

 

Il sole e la luna

 

Stretti sui gradini dietro le porte

i bambini all’alba sono i primi

a prendere il sole della strada

in discesa.

Al crepuscolo

sulle stesse pietre

aspettano la luna.

 

(Dimenticatoio, Mondadori, Milano 1978)

 

 

 

 

 

 

 

 

Attilio Bertolucci

 

 

I bambini dopo scuole vengono mandati per viole

 

Ci vogliono molte viole

raccolte con la pazienza

che il bambino nel fondo

dell’essere spontaneamente

quando è il suo tempo coglie

segreta come la viola

che stava sotto le foglie.

 

Ci vogliono molte viole

per farne un mazzetto odoroso

e non ha la campagna

di questa stagione altri fiori

da portare a quei morti

che nel bambino chinato

rinascono, nei suoi gesti assorti.

 

(In un tempo incerto, Sansoni, Firenze 1955)

 

 

 

 

 

 

 

 

Elsa Morante

 

 

A una bambina

 

Sembrano i tuoi capelli a lustra piuma

d’un nero anatretto. Gli occhi

simili a foglie screziate. Semi d’oro tu hai

sulle guance: i tuoi pallori

aman l’ombra. I lobi forati

(quasi confitto vi avesse il suo pungiglione l’ape)

son rossi come il papavero

e nudi. Vana trafittura!

Tu non possiedi come le altre i ciondoli

né la croce: non avesti comare

per adornarti al fonte battesimale.

La vanitosa tua madre ebbe cura

di forarti gli orecchi, ma non ebbe

della tua sorte pensiero. Tutti dicono:

“Donna senz’ori non si sposa”

e “Nata non battezzata, è peggio che morta”.

Ma tu solinga stai, dei curiosi

nulla t’importa.

Cerco un pretesto e ti chiedo: “Come ti chiami?”

Non rispondi. “Non sai

parlare? Sei muta?”

Adesso

mi osservi, diffidente,

e poi ritorni ai tuoi giochi scontrosi, presso

la vasca iridescente.

 

(Alibi, Longanesi, Milano 1958)

 

 

 

 

 

 

 

 

Shel Silverstein

 

 

Il furbacchione

 

Papà m’ha dato un biglietto da mille,

ché furbo come me non c’è nessuno:

infatti l’ho cambiato con due pezzi da duecento

perchè due è più  di uno.

 

Poi ho preso le due duecento lire

e le ho scambiate con Attilio Bue

che me ne ha dato tre da cento, lo scemo.

Non sa che tre è più di due.

 

Poi ho incontrato il vecchio cieco Aulenti

che siccome non ci vede un granché

mi ha dato quattro pezzi da cinquanta.

E quattro è più di tre!

 

Poi ho portato le monete a Gianni Locco

quello delle granaglie, quello matto,

che me n’ha date cinque da dieci.

E cinque è più di quattro.

 

Poi ho raccontato tutto al mio papà,

e lui ha cominciato a balbettare

poi, paonazzo e muto, ha scosso il capo,

perchè era troppo fiero per parlare!

 

 

 

 

 

Io e il mio gigante

 

Ho un amico che è un gigante

guarda tu stesso se non ci credi.

È largo a alto come una montagna,

gli arrivo solo alle dita dei piedi, vedi?

solo alle dita dei piedi.

 

Tutti i giorni chiacchieriamo insieme

verso sera quando il sole s’incupisce;

e anche se il suo orecchio è troppo lontano,

sono certa che lui capisce, capisci?

Lui mi capisce.

 

Perchè usiamo il codice “gratta e batti”,

e cioè facciamo così:

gli gratto il piede… una volta sta per “Ciao”.

Due volte vuol dire: “Come ti va?”

E tre volte: “Dici che pioverà?”

Quattro volte: “Parli troppo in fretta”.

Cinque: “Ti gratterò una barzelletta”.

Sei vuol dire: “Devo andare, ciao”, “Ciao”.

Sei vuol dire: “Ciao”.

 

Lui mi risponde battendo il suo alluce.

Una volta vuol dire: “Ciao, amica!”

Due volte: “È bello sentirti grattare!”

Tre volte sta per: “Mi sento un po’ solo

con la testa alla cima del cielo”.

Quattro: “Oggi un’aquila m’ha sorriso”.

Cinque: “Ahi, ho picchiato di nuovo la testa

contro la luna”.

Sei volte: “Ahimè”. Sette: “Buona fortuna”.

Otto volte: “Torna, torna presto, presto, presto”.

Otto volte: “Torna presto”.

 

Poi ogni tanto lo gratto mille volte

allora batte l’alluce frenetico

e scuote il cielo con una risata

e vuol dire che gli faccio il solletico!

 

(Strada con uscita, Salani Editore, Firenze 1994)

 

 

 

 

 

 

 

 

Roald Dahl

 

 

Il coccodrillo

 

Nessuna bestia è più da disprezzare

che Crocco il Coccodrillo, non vi pare?

Il sabato, si mangia a bocconcini

sei innocenti e succosi bambini:

se sono maschi e femmine è contento

se l ingoia tutti in un  momento.

Ma prima, perché siano più piccanti

li spalma di mostarda tutti quanti:

non proprio tutti, perché la bambine,

a causa di capelli e di treccine,

son emglio unte con il caramello:

e lui le tinge bene col pennello.

Ah, quanto sono buoni e delicati

le dolci bimbe ed i bimbi salati!

Questo, almeno, è il suo convincimento,

poiché ne ha mangiati più di cento.

Ecco, ora basta: è tardi, fai la nanna,

adesso dormi, e fà sogni di panna…

Ssst! Senti… per le scale c’è qualcuno:

eppure in casa non c’era nessuno…

Prendi il fucile, portamelo qui,

chiudi la porta, presto: no, stà li!

Oh, mio Dio, guarda, è lui! Che brutta pelle,

e guarda i denti, lucide lamelle!

Guarda la bocca, che buco tremendo…

è lui, è Crocco, il Coccodrillo orrendo!

 

 

 

 

 

Il porcospino

Sabato è una gran bella giornata
perché la mancia, il sabato, mi è data
(ma me la sganciano, naturalmente,
se sono stata gentile e obbediente…).
Oggi ai miei genitori è stato detto
che sono stata come un angioletto
e il mio papi, dopo colazione
mi ha dato cinquemila lire buone.
Fulmineamente son fuggita via,
e giù di corsa alla pasticceria,
a comperar la cara cioccolata
e crema di lampone incartocciata!
C’è un posticino segreto nel bosco
che solo io frequento e conosco:
un luogo fresco, calmo e riparato,
perfetto per gustare il cioccolato.
Appena giunta là, io vidi di fretta
un’invitante e tonda montagnetta:
sembrava ben pulita ed accogliente,
adatta alla seduta, seducente…
“Qui io me ne starò sola e beata
fino alla fine della scorpacciata!”
così io dissi a me stessa sedendo:
ma saltai su con un urlo tremendo.
Ci credereste? Col mio sederino
mi ero seduta su un gran Porcospino!
Il mio didietro era già rovente
giacché un centinaio incandescente
di punte aguzze come ferro, o spine,
spuntavano dalle mie mutandine!
Corsi gridando a casa: “Aiuto, mamma!
levami dal popò tutta sta fiamma!”.
Mia madre, che non perde la freddezza,
studiò la cosa e disse con lentezza:
“Credo che non farò personalmente
l’operazione: occorre un competente:
e certo il signor Caria è l’uomo adatto
a risolvere al meglio questo fatto…”.
“No, no, non il dentista!” io gridai.
“toglimi tu le spine, mamma, dai!”
e piansi, e pregai più di una volta:
ma quando mai c’è un grande che ti ascolta?
“Solo il dentista”, disse, “è competente,
giacché lui strappa ininterrottamente”.
E in fretta mi portarono in città
e adesso, dunque, io mi trovo qua,
sopra questa poltrona maledetta,
e due infermiere mi tengon ostretta…
 

Il leone

Oh, tanta, rossa e tenera carne:
sempre il Leone vorrebbe mangiarne!
“Qual’è” gli chiedi, “la carne più buona?”
“Non è l’arrosto d’agnello!” lui tuona.
“Prosciutto al forno o vacca stufata?
Le costolette, o la carne tritata?
Salsiccia? Pollo? Forse il montone?”
“Non sono questi!” ruggisce il Leone.
“Ma dimmi, allora, cos’è che ti piace?
Forse una grossa bistecca alla brace?
Forse, Leone, potresti gustare
coniglio, o lepre: non vuoi provare?”
Scuote il testone il Leone ridendo,
poi vien vicino e ti dice, tremendo:
“Sai quale carne mi piace di più?
Non le bistecche o l’arrosto, ma tu!”

 

La vacca

Ora ascoltate, voglio raccontare
di una mucca assai particolare:
Miss Dolcelatte, così si chiamava,
e nei sui primi mesi si mostrava
una vitella in tutto normale.
Aveva invece una cosa speciale:
giacché sui fianchi potemmo notare
una doppia sporgenza irregolare
che dopo poco tempo son cresciute
e in due o tre mesi sono divenute
(mentre io le guardavo con sgomento)
un paio d’ali fatte d’oro e d’argento;
ve lo giuro, vi do la mia parola:
divenne alata: una mucca che vola!
Con i miei stessi occhi la vedevo:
eppure, ancora, io non ci credevo!
“Oh bella Dolcelatte, ma sei tu?”
battè le ali e se ne andò su:
saliva in cielo con tale leggerezza,
frusciando come una libera brezza,
scendendo svelta, facendo picchiate,
giri mortali e improvvise impennate!
Naturalmente, in un attimo fu
vista e ripresa dal vivo in Tivù.
Vennero a poi persone a milioni
ad ammirare le sue evoluzioni.
E poi, guardando in su tutte quante:
“Guarda! è davvero una mucca volante!”.
E si sentivano mille risate,
applausi lieti, parole garbate:
c’era soltanto, la sotto, un tipaccio
che proveniva da qualche postaccio,
e a bocca larga, in mezzo alla gente,
prese a gridare con voce furente:
“Oh matta vacca! Lassù, ascolta bene,
sei pazza da legare con catene!”.
Dolcelatte sentì quelle parole
e disse: “Ma chi è quello? Che vuole?
Chi è quel mostriciattolo straniero?”.
Poi venne giù a volo di sparviero
e gridando: “Gran grullo, prendi questa!”
lo bombardò di cacca sulla testa.

(Sporche Bestie, Salani Editore, Firenze 1992)

 

 

 

 

 

 

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