E impari ad essere felice – Sergio Pasquandrea

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Ho conosciuto questo ragazzo poeta, Sergio Pasquandrea, attraverso un comune amico, Antonio Lillo (anche lui ottimo poeta), che a sua volta ho conosciuto in occasione di Arta Poesia, questa estate, ad Arta Terme di Udine (dove ho curato la manifestazione). Inutile citare tutta la serie di cause ed effetti che mi hanno portato a Sergio Pasquandrea, o meglio che hanno portato lui da me (è così gentile infatti da ribloggare ogni tanto le mie cosette). Per dirne solo una, tra i vari anelli della catena che si è formata da inizio agosto con Antonio Lillo fino alla scoperta delle poesie di Pasquandrea, c’è anche Erminio Alberti, vincitore a settembre di quest’anno del prestigiosissimo premio Camaiore-Proposta. Io, friulano. Erminio, siciliano. Antonio, pugliese. Pugliese come Pasquandrea.

Ma veniamo un po’ alle poesie di quest’ultimo. Fantastiche. Devo ammettere che solo un’altra volta alla lettura di certe poesie mi sono emozionato così tanto come nella lettura dei testi di Sergio (allora ricordo era la lettura della bozza de Le felicità di Guido Cupani, che poi ho pubblicato come Samuele Editore).

Sergio Pasquandrea sa stare meravigliosamente in bilico tra dramma, ironia, felicità, dissacrazione del male, leggerezza e intensità. Versi come la cura del dolore e i momenti di gioia / quelli soprattutto e ho riconosciuto la mia forma affiorare / dal miele nero delle tue pupille danno l’idea di tutta la forza enorme e controllata di queste poesie. Tese sottilissimamente a guardare la realtà, l’amore che spesso finisce, ma con la voglia di sorriderne anche se amaramente, per abbellire il dolore stesso in nome della bellezza di chi si è amata, dell’amore che si è provato, della poesia che si scrive per tutto questo.

Sergio Pasquandrea secondo me è un grande poeta, forse ancora dentro un percorso di evoluzione e maturazione, ma sicuramente già capace di scrivere versi che restano nella memoria. Ed è ancora più poeta nel momento in cui, leggendolo, non ci si può esimere dal provare un senso di fratellanza nei suoi confronti. Tra tutti i poeti e poetini che si fanno gli sgambetti, che cercano di controllarsi a vicenda per accaparrarsi pezzi di terreno di celebrità, Sergio Pasquandrea emerge più come un fratello che come l’ennesimo antagonista in versi. Perchè le sue poesie sono vere, calibrate magistralmente e forse ritoccate con la perizia del tecnico, ma senza mai scadere nella finzione. Sono poesie oneste, che si fanno amare. E quando i poeti, gli artisti, sono così sinceri, sono fratelli.

In fondo questa è la base dell’amore, di cui la poesia è forma. Infatti dire a una donna amata (o a un uomo amato) tu mi sei sorella (o viceversa tu mi sei fratello) è un gesto di unione intima che corona e completa il significato stesso dell’amore. Così allo stesso modo tra amici particolarmente legati ci si appella come fratello, sorella. E la poesia, che è forma di tutto questo, ha in sé intrinseco il concetto di fratellanza.

E a me basta tale sentimento che ho provato leggendo i versi di Sergio Pasquandrea (versi che ho qui raccolto senza intenzione di farne una silloge, e in fondo senza nemmeno chiedergli il permesso, e spero non se la prenderà) per dire che lui è un poeta. Un vero poeta.


(il disegno in copertina è dello stesso autore: Studio di nudo, pennarelli 2001)








Pensare a te significa anzitutto

tracciare una mappa degli spostamenti:

Perugia (l’inizio) Modena Mannheim

con i suoi reticoli inquietanti Forlì

Manchester le assurde tubature

di Belfast gli autisti vietnamiti

di Toronto il sole novembrino

d’aa Garbatella. Poi un archivio di missive

elettroniche un catalogo di sguardi

parole gesti cartelle condivise

la cura del dolore e i momenti di gioia

quelli soprattutto.








Come sono piccoli in fondo i segni

quelli importanti soprattutto.

Non mi serve osservare molto altro

se non il lento ripopolarsi dell’ustione

la cesura immedicabile

(scriverne è troppo semplice perché

ci sia davvero qualcosa da dire).








Ma come fanno gli occhi a riempirti il viso

di qualcosa che è ben più della luce?

Me lo chiedo da quando ho superato il primo abbaglio

ho riconosciuto la mia forma affiorare

dal miele nero delle tue pupille

e continuo a chiedermelo ogni volta che parli

con la mia voce che sento bruciare

sui miei polsi ogni tua ferita.

E mi domando anche se davvero sei lontana

se incontrare le tue braccia non sia solo il segno

emergente se il nocciolo di te viva nascosto

dove non potrei perderlo senza perdermi.








Quel che volevo scrivere

era: “essere felice”.

È uscito fuori invece: “essere felce”.

Il lapsus mi denuncia un desiderio

inconscio di regressione pre-umana.

Resta adesso da prevedere il prossimo

scarto. La “elle”, forse?

Dopo il bolo ed il chilo

tornare parte del tutto sostanza

vivificante. In fondo

non sarebbe nemmeno tanto male.








Le mani sono belle perché sono vuote

e quando sono vuote puoi pensarci dentro

quello che ti pare. Nelle mani ci puoi piangere

e la faccia ci sta tutta senza residui

oppure puoi modellarle su una parte a scelta

del corpo. Ci puoi tenere un liquido

e si chiama “giumella”. Nelle mani a coppa

c’entrava Elena appena nata e forse qualcosa

persino ci avanzava. E non dirmi che è un caso

se ognuno dei tuoi seni ha la dimensione esatta

dal polso alla punta delle dita. Però dicevo

quando le mani sono vuote

ecco allora mi ricordo che Leonardo

me le toccò mi disse quanto erano morbide

lui l’avevano messo ad aiutare lo zio idraulico

era lì che aveva imparato tutte quelle belle parolacce

e di sicuro aveva le idee più chiare di me.

Io con le mani sbagliavo sempre le misure

i palloni andavano dove gli pareva i fianchi

delle ragazze sgusciavano via prima che potessi fermarli.

È stato già un miracolo arrestare la caduta

fosse stato per loro sarebbero rimaste lì

appese alle braccia. Ecco: che farne

di queste mani vuote di tutta quest’aria?








Quel che resta dopo l’amore

le spalle indolenzite le lenzuola

da cambiare le strane compressioni

e dilatazioni del tempo


e ancora: lo stampo tenace

dei polpastrelli il sudore che si asciuga

le aderenze che si allentano

il senso del Sé di nuovo duplice


quel che resta insomma è difficile

dire se sia poco o molto

se si tratti solo di silenzio


o se un’impronta resista nei pori

un ritmo inciso al di sotto della pelle

un’attesa paziente del risveglio.








Dovrei prestarti i miei occhi

e un’acqua pulita per specchiarti

e tu dovresti concedermi un po’

di tempo per districarti le ciglia.


Dovresti anche per favore indicarmi

le cicatrici una per una sono convinto

che potrei decifrarle senza troppa fatica

mentre tu raccogli le ginocchia


e impari ad essere felice.








Arianna presidia l’angolo del piazzale

con il suo metro e ottanta da pallavolista

Michela strappa alla sigaretta l’ultimo tiro

mentre Massimo contende a Giorgia il rovo dei capelli.

Leonardo gorgheggia “Bella prof” e Stella

si accorge ancora una volta che è impossibile

contenere la massa inerziale del seno

e ne ride con Lucia – testa rossa contro testa bionda.

Controluce a malapena distinguo

la sagoma di Martina – troppo scarso l’ostacolo

che frappone al sole – alle sue spalle Alberto

disarticola il gesto del saluto.

È ottobre ma fa già freddo

alle sette e tre quarti. Si prova di tutto

il boccone di pizza il caffè cattivo

della macchinetta il finto cazzotto.

In fondo lo sanno anche loro

è sempre o troppo presto o troppo tardi

c’è sempre un passo in più o in meno

una parola che non si fa in tempo a dire.

Ci vorrebbe troppo per spiegare

e anche così sarebbe tutto sbagliato.








Non sono sicuro che ci sia del sole

però cerco lo stesso di immaginarti alla luce

di indovinare come il tuo profilo si incida

su un qualche sfondo che non riesco a capire.

Dovrei anche – mi dico – pensarti su qualche tipo

di soglia – o architettare una metafora equivalente

qualcosa di utile ad abbreviare le distanze.

E invece guarda il freddo che mi risale le braccia

è solo di questo che posso parlarti stamattina

del tempo che rifiuta di obbedire degli anni

che non aggiungono e non tolgono del punto esatto

in cui ho visto i tuoi occhi arrendersi all’allegria.

Posso sfamare le parole consegnarle all’aria

seguirle fino al punto cieco dell’orizzonte.








Si scrive sempre per schivare il colpo

(è un modo come un altro) in fondo

quanta bellezza si può sopportare

prima che le costole cedano?

È per questo che le poesie parlano sempre

d’altro: sono traiettorie evitate.

Pensa – sostenere tutto da solo

la curva dei tuoi malleoli.

Così almeno ho assorbito solo parte

dell’urto: e già mi basta per tremare.








D’estate anche l’amore diventa complicato

i tuoi capezzoli – mia Itaca mio Sottovento –

sotto i baci si ritraggono.

Il mondo raspa le unghie alla finestra.


D’estate c’è sempre una pellicola a separaci

la fame d’aria scompiglia il respiro.

Com’è difficile a aderirti

allineare il desiderio.








Un po’ mi dispiace di interrompere

il filo degli sguardi – ma devo proprio.

Ho bisogno di tradurre la lingua fragorosa

degli oggetti – affilarne gli angoli. Così

potrò tornare a parlare. Così potrò tornare

a giocare potrò tornare a provocare gli incidenti

indispensabili perché le schegge brillino.








Il sospetto rimane: di aver toccato i capelli sbagliati

lacerando il moto browniano dell’aria fredda.

Certo è difficile calibrare gli sforzi: i vettori si incrociano

gli angoli tanto fragili che si fa presto a diramare

l’allarme. Io però ho fiducia nei piccoli numeri

sai quegli scarti che fanno pulviscolo quello smeriglio

che ti perfora la gola. A distanza di mesi la scheggia

è ancora lì che cerca la strada e converrà prima o poi

porre un limite al silenzio. Tutto ciò che mi raccontavi

l’ho già letto: ti avevo già sfiorata nello stesso

identico punto. Solo le conseguenze erano state diverse.

(Ti hanno insegnato a stare zitta e composta e quando arriva

l’attimo lancinante hai l’unico scampo nella fuga).

Dietro il fumo però c’eri tu: le tracce non mentono le mani

erano aperte al punto giusto per guarirti lo zigomo.








da http://guscidinoce.wordpress.com/








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7 thoughts on “E impari ad essere felice – Sergio Pasquandrea

  1. L’ha ribloggato su gusci di noce – blog di poesia (di Sergio Pasquandrea)e ha commentato:
    Ecco, certe volte arrivano delle belle sorprese a illuminarti la giornata.
    Come questa, per esempio.

    Mi piace

  2. Grazie a te Sergio Pasquandrea – ti seguo con grandissimo interesse

    Mi piace

  3. L’intensità, trattenuta al vertice, fin dove il luogo sentito riesce a sfiorare il corpo.

    Apprezzate molto.

    Mi piace

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