Ella me quiso – Pablo Neruda

roses

Nietzsche ha scritto che il pensiero della morte è un buon stratagemma per sopravvivere a molte notti insonni, o qualcosa del genere. In realtà queste notti si affrontano anche leggendo poesie. Neruda, ad esempio, sa essere un buon rimescolarsi in ciò che comunemente si definiscono dolori d’amore.

Quando si sono finite tutte le poesie da scrivere per la donna che si ama, quando la donna che si ama ha chiuso tutte le sue porte, quando tutte le parole si svuotano di significato e non resta che un silenzio, ecco che la lettura di qualche bella poesia può aiutare a disegnare una notte, un pensiero. Un silenzio obbligato.

Amando delle cosce lunghe e chiare. Dei capelli simili a cascate. Dei piedi simili a gioielli. Sentendo la mancanza d’una bocca che chiama una dolcezza.

Ma dopo che tutte le strade hanno incontrato il loro fallimento, che tutte le poesie d’amore sono state gettate come inquinamento del corpo e dell’anima, ecco che allora resta un vecchio Neruda malinconico, passionale come una memoria, vivo come un malato.








Mi piaci quando taci perché sei come assente,

e mi ascolti da lontano, e la mia voce non ti tocca.

Sembra che si siano dileguati i tuoi occhi

e che un bacio ti abbia chiusa la bocca.

Siccome ogni cosa è piena della mia anima

tu emergi dalle cose, piena dell’anima mia.

Farfalla di sogno, assomigli alla mia anima,

e assomigli alla parola malinconia.


Mi piaci quando taci e sei come distante.

Sembri lamentarti, farfalla che tuba.

E mi ascolti da lontano e la mia voce non ti giunge:

lascia che io taccia con il silenzio tuo.


Lascia che ti parli anche con il tuo silenzio

chiaro come una lampada, semplice come un anello.

Sei come la notte, silenziosa e stellata.

Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice.


Mi piaci quando taci perché sei come assente.

Distante e dolorosa come se fossi morta.

Poi basta una parola, un sorriso.

E sono felice, felice che non sia vero.








Nel mio cielo al crepuscolo sei come una nube

e il tuo colore e la tua forma sono come li voglio.

Sei mia, sei mia, donna dalle dolci labbra,

e nella tua vita vivono i miei sogni infiniti.

La lampada della mia anima ti fa arrossare i piedi,

il mio aspro vino è più dolce sulle tue labbra:

oh mietitrice del mio canto serale,

quanto ti sentono mia i miei sogni solitari!


Sei mia, sei mia, vado gridando nella brezza

della sera, e il vento travolge la mia voce vedova.

Cacciatrice del fondo dei miei occhi, il tuo bottino

ristagna come l’acqua il tuo sguardo notturno.


Nella rete della mia musica dei prigioniera, amore mio,

e le mie reti di musica sono grandi come il cielo.

La mia anima nasce sulla sponda dei tuoi occhi di lutto.

Nei tuoi occhi di lutto inizia il paese del sogno.








Bimba bruna e flessuosa, il sole che fa la frutta,

quello che riempie il grano, quello che piega le alghe,

ha fatto il tuo corpo allegro, i tuoi occhi luminosi

e la tua bocca che ha il sorriso dell’acqua.

Un sole nero e ansioso si attorciglia alle matasse

della tua nera chioma, quando allunghi le braccia.

Tu giochi con il sole come un ruscello

e lui ti lascia negli occhi due piccoli stagni scuri.


Bimba bruna e flessuosa, nulla mi avvicina a te.

Tutto da te mi allontana, come dal mezzogiorno.

Sei la delirante gioventù dell’ape,

l’ebbrezza dell’onda, la forza della spiga.


Eppure il mio cuore cupo ti cerca,

e amo il tuo corpo allegro, la tua voce disinvolta e sottile.

Farfalla bruna dolce e definitiva

come il campo di grano e il sole, il papavero e l’acqua.








Posso scrivere i versi più tristi stanotte.

Scrivere, per esempio: «La notte è stellata,

e tremano, azzurri, gli astri, in lontananza.»


Il vento della notte gira nel cielo e canta.


Posso scrivere i versi più tristi stanotte.

Io l’ho amata e a volte anche lei mi amava.


In notti come questa l’ho tenuta tra le braccia.

L’ho baciata tante volte sotto il cielo infinito.


Lei mi ha amato e a volte anch’io l’amavo.

Come non amare i suoi grandi occhi fissi.


Posso scrivere i versi più tristi stanotte.

Pensare che non l’ho più. Sentire che l’ho persa.


Sentire la notte immensa, ancor più immensa senza lei.

E il verso scende sull’anima come la rugiada sul prato.


Poco importa che il mio amore non abbia saputo fermarla.

La notte è stellata e lei non è con me.


Questo è tutto. Lontano, qualcuno canta. Lontano.

La mia anima non si rassegna d’averla persa.


Come per avvicinarla, il mio sguardo la cerca.

Il mio cuore la cerca, e lei non è con me.


La stessa notte che sbianca gli stessi alberi.

Noi, quelli d’allora, già non siamo gli stessi.


Io non l’amo più, è vero, ma quanto l’ho amata.

La mia voce cercava il vento per arrivare alle sue orecchie.


D’un altro. Sarà d’un altro. Come prima dei miei baci.

La sua voce, il suo corpo chiaro. I suoi occhi infiniti.


Ormai non l’amo più, è vero, ma forse l’amo ancora.

È così breve l’amore e così lungo l’oblio.


E siccome in notti come questa l’ho tenuta tra le braccia,

la mia anima non si rassegna d’averla persa.

Benché questo sia l’ultimo dolore che lei mi causa,

e questi gli ultimi versi che io le scrivo.








Corpo di donna, bianche colline, cosce bianche,

assomigli al mondo nel tuo gesto di abbandono.

Il mio corpo di rude contadino ti scava

e fa scaturire i figlio dal fondo della terra.


Fui solo come un tunnel. Da me fuggivano gli uccelli

e in me irrompeva la notte con la sua potente invasione.

Per sopravvivere a me stesso ti forgiai come un’arma,

come una freccia al mio arco, come pietra per la mia fionda.


Ma viene l’ora della vendetta, e ti amo.

Corpo di pelle, di muschio, di latte avido e fermo.

Ah le coppe del seno! Ah gli occhi d’assenza!

Ah le rose del pube! Ah la tua voce lenta e triste!


Corpo della mia donna, resterò nella tua grazia.

Mia sete, mia ansia senza limite, mio cammino incerto!

Rivoli oscuri dove la sete eterna rimane,

e la fatica rimane, e il dolore infinito.








Perché tu possa ascoltarmi

le mie parole

si fanno sottili, a volte,

come impronte di gabbiani sulla spiaggia.

Collana, sonaglio ebbro

Per le tue mani dolci come l’uva.


E le vedo ormai lontane le mie parole.

Più che mie sono tue.

Come edera crescono aggrappate al moio dolore antico.


Così si aggrappano alle pareti umide.

È tua la colpa di questo gioco cruento.


Stanno fuggendo dalla mia buia tana.

Tutto lo riempi tu, tutto lo riempi.


Prima di te hanno popolato la solitudine che occupi,

e più di te sono abituate alla mia tristezza.


Ora voglio che dicano ciò che io voglio dirti

Perché tu le ascolti come voglio essere ascoltato.


Il vento dell’angoscia può ancora travolgerle.

Tempeste di sogni possono talora abbatterle.

Puoi sentire altre voci nella mia voce dolente.

Pianto di antiche bocche, sangue di antiche suppliche.

Amami, compagna. Non mi lasciare. Seguimi.

Seguimi, compagna, su quest’onda di angoscia.


Ma del tuo amore si vanno tingendo le mie parole.

Tutto ti prendi tu, tutto.


E io le intreccio tutte in una collana infinita

per le tue mani bianche, dolci come l’uva.








Chino sulle sere, lancio le mie reti tristi

nei tuoi occhi oceanici.

Lì si tende e arde nella pira più alta

la mia solitudine che annaspa come un naufrago.


Lancio rossi segnali oltre i tuoi occhi assenti

che ondeggiano come il mare sulla sponda di un faro.


Sorvegli solo le tenebre, femmina distante e mia,

dal tuo sguardo talora emerge la costa dello spavento.


Chino sulle sere, getto le mie reti tristi

in quel mare che scuote i tuoi occhi oceanici.


Gli uccelli notturni beccano le prime stelle

che splendono come la mia anima quando ti amo.


La notte galoppa sulla sua cavalla ombrosa

sparpagliando spighe azzurre sul campo.








Qui ti amo.

Tra i pini scuri si srotola il vento.

Brilla fosforescente la luna su acque erranti.

Passano giorni uguali, inseguendosi l’un l’altro.

Si dirada la nebbia in figure danzanti.

Un gabbiano d’argento si stacca dal tramonto.

A volte una vela. Alte, alte stelle.


O la croce nera di una nave.

Solo.

A volte mi alzo all’alba e persino la mia anima è umida.

Suona, risuona il mare lontano.

Questo è un porto.

Qui io ti amo.


Qui io ti amo e invano l’orizzonte ti occulta.

Ti sto amando anche in mezzo a queste cose fredde.

A volte vanno i miei baci su quelle navi gravi,

che corrono sul mare dove non arriveranno.

Mi vedo già dimenticato come queste vecchie àncore.


Sono più tristi le banchine quando ormeggia la sera.

Si stanca la mia vita inutilmente affamata.

Amo quel che non ho. Tu sei così distante.

La mia noia lotta con lenti crepuscoli.

Ma poi giunge la notte e inizia a cantarmi.

La luna proietta la sua pellicola di sogno.


Mi guardano con i tuoi occhi le stelle più grandi.

E poiché io ti amo, i pini nel vento

vogliono cantare il tuo nome con le loro foglie metalliche.








Mia soave, di cosa odori?

Di che frutto?

Di che stella? Di che foglia?


Presso

il tuo piccolo orecchio

o sulla tua fronte

mi chino,

ficco

il naso tra i capelli

e il sorriso,

cerco di riconoscere

la stirpe del tuo aroma:

è soave, ma

non è fiore, non è coltellata

di penetrante garofano

o impetuoso aroma

di violenti

gelsomini,

è qualcosa, è terra,

è

aria,

mele o legnami,

odore

di luce sulla pelle,

aroma

della foglia

dell’albero

della vita


con polvere

di strade

e freschezza

d’ombra mattutina

alle radici,

odor di pietre, di fiume,

ma

più simile

a una pèsca,

al tepore

del palpito segreto

del sangue,

odore di casa pura

e di cascata,

fragranza

di colomba

e capelli,

aroma

della mia mano

che perlustrò la luna

del tuo corpo,

le stelle

della tua pelle stellata,

l’oro,

il grano,

il pane del tuo contatto,

e lì,

per tutta la lunghezza

della tua luce furiosa,

sulla tua circonferenza d’anfora,

sul calice,

sugli occhi del tuo seno,

fra le tue ampie palpebre

e la tua bocca di schiuma,

su tutto

lasciò,

la mia mano lasciò

odor d’inchiostro e selva,

sangue e frutti perduti,

fragranza

di obliati pianeti,

di puri

fogli vegetali,

il mio stesso corpo

sommerso

nella freschezza del tuo amore, amata,

come in una sorgente

o nel suono

di un campanile

lassù

tra l’odore del cielo

e il volo

degli ultimi uccelli,

amore,

odore,

parola

della tua pelle, dell’idioma

della notte nella tua notte,

del giorno nel tuo sguardo.

Dal tuo cuore

sale

il tuo aroma

come dalla terra

la luce fino alla cima del ciliegio:

sulla tua pelle io fermo

il tuo palpito

e odoro

l’onda di luce che ascende,

la frutta sommersa

nella sua fragranza,

la notte che respiri,

il sangue che esplora

la tua bellezza

fino a giungere al bacio

che mi attende

nella tua bocca.








Annunci