La festa dell’insignificanza – Milan Kundera

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Ho letto con un po’ di delusione, almeno inizialmente, La festa dell’insignificanza di Milan Kundera. Posto che sono un grandissimo amante dello scrittore ceco, e posto che mi è piaciuta tantissimo la nota in bandella che così cita: «L’insignificanza, amico mio, è l’essenza della vita. È con noi ovunque e sempre. È presente anche dove nessuno la vuole vedere: negli orrori, nelle battaglie cruente, nelle peggiori sciagure. Occorre spesso coraggio per riconoscerla in condizioni tanto drammatiche e per chiamarla con il suo nome. Ma non basta riconoscerla, bisogna amarla, l’insignificanza, bisogna imparare ad amarla», devo ammettere che l’incipit del romanzo sa un po’ di artificioso, di formula subito chiara.

Era il mese di giugno, il sole del mattino spuntava dalle nuvole e Alain percorreva lentamente una via di Parigi. Osservava le ragazze, che mettevano tutte in mostra l’ombelico tra i pantaloni a vita molto bassa e la maglietta molto corta. Era affascinato: affascinato e persino turbato: come se il loro potere di seduzione non fosse più concentrato nelle cosce, nelle natiche o nel seno, ma in quel buchetto tondo situato al centro del corpo. La cosa lo fece riflettere: Se un uomo (o un’epoca) vede il centro della seduzione femminile nelle cosce, come descrivere e definire la pecularietà di tale orientamento erotico? Improvvisò una risposta: la lunghezza delle cosce è l’immagine metaforica del cammino, lungo e affascinante (per questo le cosce devono essere lunghe), che conduce alla realizzazione erotica; infatti, si disse Alain, anche in pieno coito la lunghezza delle cosce conferisce alla donna la magia romantica dell’inaccessibilità. Se un uomo (o un’epoca) vede il centro della seduzione femminile nelle natiche, come descrivere o definire la peculiarità di tale orientamento erotico? Improvvisò una risposta: brutalità; allegria; il cammino più breve verso il traguardo; traguardo tanto più eccitante perchè duplice. Se un uomo (o un’epoca) vede il centro della seduzione femminile nel seno, come descrivere e definire la peculiarità di tale orientamento erotico? Improvvisò una risposta: santificazione della donna; la Vergine Maria che allatta Gesù; il sesso maschile inginocchiato davanti alla nobile missione del sesso femminile. Ma come definire l’erotismo di un uomo (o di un’epoca) che vede la seduzione femminile concentrata al centro del corpo, nell’ombelico?

Sottolineo innanzitutto la grandissima poeticità di quel la lunghezza delle cosce è l’immagine metaforica del cammino, lungo e affascinante (per questo le cosce devono essere lunghe), che conduce alla realizzazione erotica; infatti, si disse Alain, anche in pieno coito la lunghezza delle cosce conferisce alla donna la magia romantica dell’inaccessibilità che scrivo e sottoscrivo in quanto assolutamente vero e assolutamente affascinante. Ma il brano gioca in maniera inizialmente inspiegabile sulla faceta ripetizione della formuletta che, nel continuum del libro, acquisisce fortunatamente maggiore significato:

«Sul corpo erotico della donna, ci sono alcuni luoghi d’oro: ho sempre pensato che ce ne fossero tre: le cosce, le natiche, il seno». Ramon riflettè e: «Perchè no…» disse. «Poi, un giorno, ho capito che dobbiamo aggiungerne un quarto: l’ombelico». Dopo un istante, Ramon annuì: «Si, forse». E Alain: «Le cosce, il seno, le natiche hanno in ogni donna una forma diversa. Questi tre luoghi d’oro, quindi, non sono solo eccitanti ma esprimono al tempo stesso l’individualità di una donna. Non puoi sbagliarti sulle natiche di colei che ami. Le natiche amate, le riconosceresti tra centinaia d’altre. Ma non puoi identificare la donna che ami dal suo ombelico. Tutti gli ombelichi sono uguali». Almeno venti bambini, ridendo e gridando, incrociarono di corsa i due amici. Alain continuò: «Ciascuno di questi quattro luoghi d’oro rappresenta un messaggio erotico. Mi chiedo quale sia il messaggio erotico che ci comunica l’ombelico». Dopo una pausa: «Una cosa è chiara: a differenza delle cosce, delle natiche e del seno, l’ombelico non dice nulla della donna che lo porta, ci parla di qualcosa che non è questa donna». «Di che cosa?» «Di feti». «Di feti, sicuro» approvò Ramon. E Alain: «Un tempo, l’amore era la festa dell’individualità, dell’inimitabilità, la gloria di ciò che è unico, di ciò che non tollera ripetizioni. Ma l’ombelico non solo non si ribella alla ripetizione, è un appello alle ripetizioni! Nel nostro millennio, vivremo all’insegna dell’ombelico. Sotto questa insegna, siamo tutti indistintamente soldati del sesso, con lo stesso sguardo fisso non già sulla donna amata ma sullo stesso buchetto tondo posto in mezzo al ventre che rappresenta l’unico significato, l’unico scopo, l’unico futuro di ogni desiderio erotico».

L’ombelico come negazione dell’individualità diventa così un’immagine forte, erotica, ma non del solito pathos a cui ci ha abituati Kundera. Il sesso stesso infatti, in altri libri vissuto pienamente e con dovizia di particolari (talvolta sfiorando la pornografia), qui è appena accennato e quasi stanco, un trascorso insignificante.

Nello stesso istante, all’altro capo di Parigi, una bella donna si svegliava nel suo letto. Anche lei aveva sentito un suono forte e secco come un pugno sul tavolo; dietro agli occhi chiusi, il ricordo dei sogni era ancora vivo; sveglia a metà, rammentava che erano sogni erotici; il loro aspetto concreto si era già dissipato, ma si sentiva di buonumore, perchè quei sogni, senza essere affascinanti o indimenticabili, erano indubbiamente piacevoli. Poi udì: «È stato molto bello»; e solo allora aprì gli occhi e vide accanto alla porta un uomo, sul punto di andarsene. Quella voce era acuta, debole, esile, fragile, in tutto simile all’uomo stesso. Lo conosceva? Ma sì: se ne ricordava vagamente: un cocktail a casa di D’Ardelo dove c’era anche il vecchio Ramon che è innamorato di lei; per sfuggirgli, si era lasciata riaccompagnare da uno sconosciuto; ricordava che era molto gentile, così discreto, quasi invisibile, tanto che non riusciva neppure a rievocare il momento in cui si erano separati. Ma, mio Dio, si erano separati? «Davvero molto bello, Julie» ripetè lui sulla porta e lei si disse, lievemente stupita, che quell’uomo aveva certamente passato la notte nel suo stesso letto.

In un teatro di marionette leggere, goffe, semiserie, dove un uomo sano si lascia passare per morente al fine di acquisire un’identità in mezzo a un’insignificanza, alla fine utilizzando questa stessa presunta malattia per comunicare buonumore, che resta un elemento chiave del libro, e in mezzo a dialoghi e feste esteticamente comiche, a chiediscusa, a quasi boccacceschi angeli che cadono e a inverosimili pernici su un ramo, una delle punte che mi è sembrata maggiormente significativa è stata quella riferita al nome Kaliningrad.

«Non c’è altra spiegazione» continuò Alain «a questa curiosa idea di ribattezzare Kaliningrad la città di Königsberg. È successo trent’anni prima che nascessi, eppure posso immaginare la situazione: finita la guerra, i russi hanno annesso al loro impero una famosa città tedesca e sono costretti a russificarla con un nome nuovo. E non con un nome qualsiasi! Bisogna ribattezzarla con un nome che sia noto in tutto il pianeta e il cui lustro metta a tacere i nemici! Di grandi nomi del genere i russi ne possiedono in abbondanza! Caterina la Grande! Puškin! Gogol’ Tolstoj! Per non parlare dei generali che hanno sconfitto Hitler e che, all’epoca, sono adulati ovunque! Come si spiega allora che Stalin abbia scelto il nome di una tale nullità? Che abbia preso una decisione così palesemente idiota? Le ragioni non possono essere che intime e segrete. E noi le conosciamo: pensa con tenerezza all’uomo che ha sofferto a causa sua, sotto i suoi occhi, e vuole ringraziarlo per la fedeltà, gratificarlo per la devozione. Se non mi sbaglio – Ramon, puoi correggermi! –, in questo breve momento della Storia Stalin è l’uomo di Stato più potente del mondo e lo sa. Di tutti i presidenti e i re, e la cosa suscita in lui una gioia maliziosa, è il solo che possa fregarsene della serietà dei grandi gesti politici cinicamente calcolati, il solo che possa permettersi di prendere una decisione assolutamente personale, capricciosa, irragionevole, meravigliosamente bizzarra, superbamente assurda».

Un libro che è sostanzialmente una festa amara e stanca sull’insignificanza della vita vissuta dalle persone, delle loro scelte. Un apprezzamento di questa insignificanza dove il buonumore diventa un po’ la stele di rosetta cogliendone la piacevolezza della superficie. Perchè tutto in fondo è un vaso, un vaso vuoto ma lungo, lungo come le cosce delle donne che sono strade di cammino e romanticismo. E non serve disperarsi per il vuoto del vaso ma anzi sorriderne ed amarlo. Bisogna imparare ad amare l’insignificanza. Anche perchè, e questa è una nota personale, non abbiamo altra scelta e, sopratutto, occorre coraggio per riconoscerla.








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