L’ora presente – Yves Bonnefoy

bonnefoy

Carducci nelle sue Odi barbare diceva L’ora presente è in vano, non fa che percuotere e fugge / Sol nel passato è il bello, sol ne la morte è il vero e in effetti questi versi bene esemplificano L’ora presente di Yves Bonnefoy (Mondadori 2013). Libro in cui la vanità del tutto è bene raccontata tra poesie e prose poetiche, è anzi scavata tra simboli e onirismi, tra figure e metafore che man mano disegnano un quadro quieto, disincantato ma senza aver perso definitivamente la prospettiva del bello, potremmo anche dire del buono. E su tutto l’ombra mai disperata né disperante della morte, che però esiste, ci convive.

Versi questi che ho trovato sensuali, a tratti potrei addirittura definirli erotici nel loro disanimante dettato che guarda al mondo, ne resta affascinato, lo conosce per esperienza e non lo idealizza, ma lo dice, perchè anche se la parola non salva, talvolta sogna.






Una fotografia


Che misera, questa fotografia!

Un colore volgare sfigura

questa bocca, questi occhi. Burlarsi della vita

con il colore, allora era consueto.


Ma ho conosciuto colui di cui si è preso

in queste reti il volto. Credo di vederlo

scendere dalla barca. Con già

l’obolo in mano, come quando si muore.


Che un vento s’alzi nell’immagine, che la sua pioggia

la stemperi, la cancelli! Che ci scoprano

sotto il colore gli scalini grondanti!


Chi fu? Che avrà sperato? Non odo

che il suo passo che s’arrischia, nella notte,

goffamente, verso il basso, senza mano che aiuti.






Ancora una fotografia


Chi è, che si stupisce, che si chiede

se deve riconoscersi in questa immagine?

Deve essere estate, e un giardino

in cui cinque o sei persone sono riunite.


Ed era quando, e dove, e dopo cosa?

Questi, chi furono, gli uni per gli altri?

E poi, se ne preoccupavano? Indifferenti

come già la loro morte chiedeva loro d’essere.


Ma questo, che guarda quest’altro,

pur se intimorito! Strano fiore

questo frammento di fotografia!


L’essere cresce a caso nelle vie. Un’erba povera

che lotta tra le facciate e il marciapiede.

E questi rari passanti, già delle ombre.






Un ricordo


Sembrava molto anziano, quasi un bambino,

avanzava lentamente, stringendo con la mano

un brandello di stoffa inzuppato di fango.

Ma con gli occhi chiusi. Ah, non è vero


che credere di ricordarsi è il peggiore inganno,

la mano che prende la nostra per perderci?

Ma mi parve che sorridesse

allorché presto l’avvolse il buio.


Mi parve? Certamente no, mi sbaglio,

il ricordo è una voce rotta,

la si sente male, anche se ci si china.


Eppure si ascolta, e così a lungo

che talvolta la vita passa. E che la morte

già dice no a ogni metafora.






Io ti offro questi versi…


Io ti offro questi versi, non perchè il tuo nome

possa mai fiorire in questo suolo povero,

ma perchè tentare di ricordarsi,

sono fiori recisi, il che ha senso.


Certi dicono, persi nel loro sogno, «un fiore»,

ma significa non sapere che le parole tagliano,

se credono di designarlo, in quel che nominiamo,

trasmutando ogni fiore in idea di fiore.


Tranciato il vero fiore diventa metafora,

questa linfa che cola, è il tempo

che finisce di liberarsi dal suo sogno.


Chi vuole avere, talvolta, la visita deve

amare in un mazzo che abbia solo un’ora,

la bellezza non è offerta che a tal prezzo.






Nessun dio


Nessun dio l’avrà voluto, e neanche saputo,

nessuno l’ha accompagnato nella sua fatica,

un sogno, questo bambino sul viale

che cammina accanto a lui, cinto di luce.


Nessuno è morto all’ora in cui è morto,

ha preso la sua mano nel letto sfatto,

nessuno avrà mai lavorato accanto a lui

nell’officina che sostituì la vita.


Risale, nelle parole che dicono il mondo,

il suo silenzio, che le nega, che mi chiede

d’immaginarne altre, ma non posso.


Nessuno ha posato lo sguardo su di lui.

Quel che avrebbe potuto essere non sarà.

La parola non salva, talvolta sogna.






Dare dei nomi


Lei si china su di lui, mormora:

vuoi che diamo ancora dei nomi,

perchè sai se mai ci rivedremo?

Sì, lui dice, io ti chiamo, esitazione


che ha avuto quel rondone spiccando il volo,

cosa ha visto che lo tenne come sospeso

un istante nel grido di tutti quegli altri?

Voglio darti un nome per ricordarmi.


Poi gira pagina. Ciò che vede

è quella stessa giovane donna, sorridente,

pare che rientri da un lungo viaggio.


Come mi chiami? Lei chiede,

preoccupata, con tristezza. E cala la notte,

quei rondoni, un’ala immensa nel cielo.






Il letto, le pietre


Lei nomina il letto, che è più vasto

del paese che s’estende davanti a loro,

questo disordine di pozzanghere e di giunchi,

e di luci, in cui s’agitano ali.


E lui nomina la pietra,

le sue masse crepate, le sue grandi gole d’ombra,

poi l’uno e l’altra nominano la notte che viene,

uno per dirla oscura, l’altra chiara.


Che si diano due nomi a ciò che si ama!

Scrivere in due il mondo avrebbe un qualche senso,

dice ad Adamo sognatore Eva angustiata.


Avanzano, hanno nominato, tanto le parole vogliono,

una casa, l’arenaria, un’upupa, una forra,

un letto in lontananza, già coperto di pietre.






I


Quelle mani che si avvinghiavano a lei di notte,

le sentiva innumerevoli, non cercava

di dar loro un volto. Le occorreva

non sapere, desiderando non essere.


Anima e corpo, per stringere le vostre dita, unire le vostre labbra,

davvero occorre l’approvazione degli occhi?

Penano i nostri occhi, che il linguaggio obbliga

a sventare posa troppi inganni!


Psiche aveva amato che il non vedere

fosse come il fuoco quando avvolge

l’albero di qui degli altri mondo della folgore.


Eros, lui desiderava tenere tutto quel volto

tra le mani, non l’abbandonava

che con vivo rammarico ai capricci del giorno.






II


E per tutto il giorno Psiche è cieca? No,

ha rimboccato su di sé il lenzuolo della luce.

È estate, tutto è immobile sotto il cielo,

anche il fiume nel suo letto in disordine.


Lei avanza, nel suo corpo, e sola. Ma ecco

che un estraneo invoca, nel suo sangue,

è come se lo spirito si desiderasse altro

da sé, un embrione in seno alla morte.


Felice il mondo in cui la notte trabocca

nel giorno, e gronda sotto la luce.

Avanzare in quest’acqua, fino alle ginocchia,


è volgersi verso un altro sole,

e il fondo del mare è rosso, poi si nuota

e tutto si perde di ciò che si è stati.






Ancora Amore e Psiche


Lei va, e una sera è di nuovo

il gran castello digradante sul mare,

due torri, i loro occhi chiusi, il cielo, la terra

a dormire nudi l’uno nelle braccia dell’altra.


Ah, penitente,

tu ti chini su di lui! Le tue dita si posano

sulle sue spalle chiuse. Tu capisci

che notte e morte non furono che il tuo sogno.


Una camera dopo l’altra e lui nell’ultima

e il dubbio che cessa. È come se,

con la tua erranza dai piedi in sangue,


tu avessi ricucito l’irreparabile.

E la tua vita nasconde la fronte su questa spalla,

e che importa se è troppo tardi e se tu muori.








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