Ishtar – Marina Giovannelli

British_Museum_Queen_of_the_Night


Ishtar è un mito, un archetipo, assolutamente affascinante. Qualche mese fa ho pubblicato Il libro della memoria e dell’oblio di Marina Giovannelli (Samuele Editore 2013, collana Scilla, prefazione di Antonella Sbuelz, qui un articolo: https://alessandrocanzian.wordpress.com/2013/09/28/olimpia-luigia-sorrentino/) che parla proprio della discesa di Ishtar negli inferi alla ricerca di Tammuz, della sua spogliazione e del suo fallimento, nel quale acquisisce comunque un flauto che restituisce significato al suo viaggio nonostante la non riuscita dell’impresa.

Trovo affascinante questo concetto di viaggio dantesco che riporta direttamente ai miti omerici, a Virgilio. Lo trovo affascinante anche in relazione a un altro libro, un altro viaggio, sempre femminile: Olimpia di Luigia Sorrentino. Sempre un camminare nella città che percorre morte e rinascita, ombre e luci. E anche una nudità, nudità al mondo quanto al tempo, all’esistente e ai suoi simboli, che in qualche modo riconosce la verità ultima e ancestrale del viaggio, il suo essere completamente immerso nella realtà a livello immediato, appunto fisico. Perchè la nudità, anche solo dei piedi, è verità, è mostrarsi e darsi per quel che si è, senza l’inganno di una falsificazione o di una sovrastruttura.

Viene quasi il dubbio, almeno a me, che si stia formando un movimento di poete che attraverso un colto ritorno alla propria natura stia cercando una ricostruzione dell’uomo, della sua civilità. Certo questo è difficilmente accettabile da una letteratura tutto sommato ancora maschilista, da una società stessa che ha bisogno delle quote rosa o della giornata per le donne per dare una sorta di social card alle donne al fine di non far loro pretendere altro.

Ishtar è femminismo vero, profondo e intenso. È la donna guerriera, donna madre, donna amante, donna coraggiosa e donna pudica. Ishtar è la generazione di tutto, ed è l’amore anche nei suoi aspetti più feroci, onnicomprensivi del bene e del male umano.


Ho trovato un bel brano su Ishtar su un sito, da cui traggo qualche estratto:

Ishtar è la principale divinità del nutrito pantheon babilonese. E’ la divinità che racchiude in se una moltitudine di funzioni e poteri, è la stella del mattino, è la dea della fertilità, divinità protettrice della natura, dell’agricoltura, della guerra e della pace, non una dea sola ma una miriade di dee e figure femminili con le quali spesso è associata e idealizzata, come vedremo meglio in seguito.

Ishtar le divinità del Pantheon Assiro-Babilonese, è la più nota, ma è anche quella che conosciamo meno: il suo mito ebbe uno svolgimento che si dispiegò in una molteplicità di intrecci spesso contraddittori tra loro a causa della poliedricità delle forme e delle caratteristiche secondarie che le furono attribuite. In funzione della sua personalità ebbe tanti ruoli fondamentali riservati ad altre divinità, finché il suo mito e il suo nome accadico divenne sinonimo dell’aspetto femmineo delle divinità tanto che il nome Istaru finì col diventare il generico nome di dea.

[…]

In una saga che risale a tradizioni molto remote, si narra che Ishtar si fosse perdutamente innamorata di Tammuz Un giorno Tammuz fu ferito mortalmente da un cinghiale; Ishtar inconsolabile per la prematura perdita del suo giovane amante, discese nel regno dell’oltretomba per cercare di sottrarre il suo compagno alla morte. Attraversò sette porte,obbedendo alle dure regole del regno dei morti che imponeva come condizione quella di lasciare un ornamento e un indumento in ciascuna di queste, fino a giungere completamente nuda al cospetto di sua sorella Ereshkigal che la imprigiona e scatena su di lei le sette piaghe. La scomparsa di Ishtar aveva come implicazione la condanna del mondo alla sterilità, gli uomini e gli animali cessarono di generare fino al ritorno della dea. Il consiglio degli dei, le inviò allora un provvidenziale messaggero che dopo averla aspersa dell’acqua della vita la riportò sulla terra. Nel cammino di ritorno, riattraversando ciascuna delle sette porte, ritrovò i suoi ornamenti e vittoriosa riuscì a strappare alle potenze infernali il suo adorato Tammuz che fece ritorno dalle tenebre alla luce. Il senso allegorico della saga, è evidente: la terra si unisce, all’arrivo della bella stagione, col giovane sole primaverile (Tammuz) ricoprendosi di verde sotto la sua mite carezza; sopraggiunge l’estate, e il suo sole ardente (il cinghiale) uccide quello dei mesi primaverili; ma al ritorno di questi la terra da arida e sterile rinvigorisce, per ricominciare un nuovo ciclo di fecondità.

[…]

L’altro aspetto di Ishtar è quello della più forte fra le dee, quella «per cui nessuno vive in riposo e in piacere, se ella non vuole, la dea della lotta, la signora della battaglia, l’arbitro delle grandi divinità», come viene designata in iscrizioni, è colei che incita alle armi e in tempo di pace invita ai pericoli della caccia di fiere, rivelandosi cosi ancora quale dea di questa. Con il suo duplice carattere voluttuoso e guerriero Ishtar compare nella saga d’Izdubar (Gilgamesh), come la dea feudale di Uruk. Come madre degli uomini e ad un tempo «signora degli dei» ha parte nella leggenda del diluvio; piangendo sulla strage dei suoi figli.

[…]

La dea non si accontentò di un solo marito o per usare un’espressione più esatta, di un solo amante; nella leggenda d’Izdubar, li scelse fra gli uomini senza disdegnare le bestie. In questa leggenda infatti si racconta che la dea amò d’un amore addirittura feroce un’aquila e un leone e d’amore libidinoso un cavallo. Ma l’amante principale di Ishtar, quello della sua gioventù, fu Tammuz, paragonato più tardi all’Adone dei Greci; la cui saga nei suoi vari momenti, l’amore di Ishtar, il modo della morte, il periodico ritorno alla luce, ricompare spesso nella mitologia ellenica, Ishtar diventa Afrodite. Anzi è probabile che la mitologia greca ne avesse tratto spunto per il racconto relativo alla rivalità tra due dee, una celeste, l’altra infernale: Afrodite e Persefone, le quali entrano in discordia per l’amore di Adone. Comunque, non c’è dubbio che la contesa fra Ishtar celeste e Ereshkigal la regina dell’oltretomba, per Tammuz, di cui la seconda si era impadronita per mezzo della morte, sia una chiara allusione al mito della discesa di Ishtar all’inferno.

(continua su http://www.demetra.org/index.php/i-miti-gli-eroi-e-le-leggende-del-passato/68-mitologia-mesopotamica/190-ishtar)




Di seguito invece l’Ishtar di Marina Giovannelli






Ishtar

nella città del buio






Tammuz, lo sposo, non sarebbe tornato dalla Città del Buio, non sarebbe tornato mai più. Decise di riportarlo a casa lei stessa.

Si vestì sontuosamente, per quella visita regale. Sull’abito dal colore di luna strinse la cintura delle nozze, indossò il pettorale di gemme, appese ai lobi i preziosi orecchini, sul capo pose la corona e al dito l’anello della promessa. Né dimenticò la bacchetta d’oro tempestata di pietre scintillanti.

Davanti alla Città i guardiani del regno le sbarrarono il passo: entrare era proibito. Lei pianse, pregò, minacciò, pronunciò le più spaventose maledizioni.

Impietositi, forse spaventati, i guardiani finirono per arrendersi e le concessero di varcare le sette porte che conducono alla Città del Buio ma ad ogni porta dovette lasciare uno dei suoi superbi ornamenti.






La discesa






Lo scettro






Voci senza volto

nella distanza

dei giorni trasparenti

come stalattiti di ghiaccio

roventi da succhiare

sulla lingua rossa

sfidavano il divieto

dell’ignoto potere

sperimentavano malizia

di graspo acerbo.


Slarghi d’acqua sorgiva

al piede offrivano

vertigini d’impazienza

senza timore di ramarro

o di lucertola immortale

perché il gorgo chiama

dal tepore profondo

frutto da bere liquido.


Estate di papaveri

petali e semi

dilapidati

sapienza d’equinozio

a ruotare girandole

col caldo fiato

misurando l’effetto

sugli sguardi oscuri

la mano tra i capelli

fioriva ingorghi di parole.


Gelsomino e verbena

aroma dolceamaro

nello scuro di luna

filtro d’ebbrezza

a sciogliere lungo la schiena

matasse di piacere


Tirso di fiori incauti

ramo pensato d’oro

oro di tenue lega


se mai l’ebbi, qui depongo lo scettro.






La corona






Non so corone

non guardo dall’altezza

né deliro nel buio

occasioni per un diadema

ma conosco la tentazione

della tenue ghirlanda.


La margherita

intrecciata per gioco

sul futuro del sogno

la primavera interrogava.

Dubbiosa pratolina

stretta tra le dita nervose

diventava certezza

nelle trecce allentate

di gioia misteriosa

promessa e pegno.


Un serto di ciliegie

vanto di giugno

da assottigliare a morsi

gocciolanti sapore

ridono i denti di carminio

miele maturo

nelle belle bocche regali

ogni frutto uno sputo

noccioli in gara

fino allo sfinimento.


Mastico il tuo profumo

visionario percorro

distanze verdi

ninfa di lauro alloro

bevo cristallo d’acqua

corteccia e foglia

indecifrabile il responso

nei rami spinoso desiderio

della parola impronunciabile


per quel che vale qui depongo il serto.






Il pettorale






Con te ho indossato l’ametista

all’altezza del cuore

grani viola per infilare

sussurri di parole gravi

sicura della mia ragione

perduta e ritrovata

immune dalla nefasta

signoria dei maligni pensieri

sinuosi menestrelli

insistono tormento

nel cavo labirinto

viola di pietra mistica

viola d’acquario

viola scorpione.


Era necessario il rubino

appuntato sul petto

per splendere passione

a lume spento

sempre avanza una favola

a forare l’oscuro

con l’antidoto vivo

alla malinconia

dal buio salgono i fantasmi

le vesti perse

esili larve anelano

un rivo chiaro

ma il carbonchio altero

disperde le ombre.


Sì lo smeraldo

che m’illumini il seno

perché l’amore è saggio

la saggezza amorosa

nell’alveo di sotterranea corrente

s’incontrano le opposizioni

nell’acqua tutto si compone

si converte in pienezza

vita feconda era il miraggio.


Le mie gioie vere qui le depongo.






Gli orecchini






Oro di grana fina

oro fulgente per il tuo respiro

che mi avvolgesse

mi penetrasse la conchiglia

di segrete carezze

la tua voce che porta

frammenti d’infinito

raccolti nella gola

di dèi benigni o avversi

a dire vita

a scorrere rumore d’acqua

lungo le rive.


Oro mi ricopre gli orecchi

ultima culla per le tue parole

esilio di poeta

preghiera china

sull’immensità del nulla

senza consolazione

per la tua dissonante musica

al coro refrattaria.


Il tuo assolo imperiale

impresso nelle spire

interiori a sigillo

del tuo fiato ardente

soffia nel labirinto

spirali di soffice vento

fumo memoria

nel passato il futuro

signore tu del verbo e dell’amore.


Solo per ritrovarti depongo gli orecchini.






L’anello






Un incantesimo stringeva il dito

in un filo di gemme

e nessuno sapeva o immaginava

poter dissolvermi

in bruma

ah la delizia dell’assenza

disancorata e labile

vedere e non vedere

sapere e non sapere

prendere e dare

da ladra


il gioco dell’anello

contro le voci

spaventose del giorno

ogni giorno il destino

inevitabile

chiamava resa


dissero in fondo

su spiaggia rosa

d’abisso dove

oceano riposa le sue ire

contro i velieri ammutinati

in fondo resterà l’anello.


Al dito posi altri colori

veritieri coralli

per la fortuna

che l’ora vuole la sua parte

di rischio e pena


ma tu poeta musico

risali con il flauto

la libertà perduta

e me la doni

ed è questo l’anello

che solo lega

questo il guardiano chiede


ed io depongo.






La cintura






A braccia aperte giovinezza

traccia ruvidi solchi

ricche spighe si piegano

a farfalle impalpabili

affanno nella gola

la cintura allentata


azzardo di colori

nello sguardo sfavilla

avide le mani raccolgono

pannocchie in mannelli

sonori di cicale

scioglimi il cinto

ricoprimi di gigli

sciami ronzanti d’api

danza di miele


portava da lontano il vento

ogni canto d’ebbrezza

a scorrere nella vallata

fiumi di melodia

cimbali e plettri

in gara con le allodole

la via del tempio

lastricata d’ambra


tu stringi e allenti

a me la fuga e il gioco

su sentieri impervi

inesplorati

inseguivo del flauto

l’onda sonora

nel silenzio improvviso

il tuo profumo alzava

alle narici eclissi

vertiginose

il colmo e il cavo

vertice ed imo

inestricabili


nervi d’arpa notturna

vene turchine

il tuo sguardo sparviero

non spegne più la sete

non incendia più il sangue

il cuore di gazzella


il cinto delle nozze ecco qui rendo.






L’abito






Avvolta nel colore

di luna scivolo

incontro al mio signore

la veste scende morbida

lusinga al passo cauto

vela le braccia il seno

pieghe cangianti al collo

prisma di ghiaccio


pensavo il rossogiallo della festa

fluttuare alle caviglie

volo di seta

perché così vuole il momento

arancio e veglie d’alba

prima che l’astro sbianchi

i corni chiari nel latte del mattino


o l’abito azzurrino

delle corse nei campi

ai fianchi arrotolato

per filare leggera

tra cardi e spighe

nell’azzardo di serpi

agguato di leopardi


ogni colore ha la sua ora

predestinata così il verde

e il giallo vanno alla bambina

le sue capriole sventate

di selvatica gatta


ma il manto va alla sposa

che copre il volto

solo gli occhi fiammeggiano

neri d’attesa nell’indaco

delle crespe viluppo di profumo


e bruno medicamentoso

d’aspide per la tunica

di megera sapiente

risarcimento informe

alle sue mani levatrici

fodera per la culla

drappo di bara


per me mi riconosco

nel bel chador del lutto

argento e luce

pallida notturna

ultima lontananza

alla mia meta


senza timore a terra lo distendo.






La Città del Buio






Non ti vedo so bene

che sei qui a portata di voce

dietro soltanto a fragile

parete di caligine e vento

e ti chiamo ti chiamo

ora al mio lato

non aspetterò domani.


Con i sensi offuscati ai guardiani ho lasciato i miei poteri

ho visto la mia pelle appesa a un chiodo bisaccia informe mero scarto

per inseguire ancora la tua traccia aroma soffio etere respiro

più che nuda ti cerco ma non so morire.






Non ti vedo ma di te ho memoria dei tuoi pensieri fini

dei tuoi passi imprudenti nel labirinto dei palazzi

quando il sorriso mascherava timidezza

e le mani indicavano asimmetriche costellazioni

rubate al mantello della notte incise nell’argilla

labbra intonavano note d’incanto siderale

e voci di carole apprese dalle madri all’infinito ripetute

nei cortili della città la città nostra dall’alta ziqqurat

vicoli e androni a intersecarsi fra mercato e giochi.






Non ti vedo e mi manca il tuo sguardo in ascolto

mi manca la parola mai definitiva che interroga la tristezza

del pensiero lo stupore di bimbo alla fioritura del mandorlo

la tua presenza assorta le gambe accavallate

lenta la mano scorre le tavole le righe allineate apprende

e mèmora dell’universo il catalogo aperto

mi manca il germogliare inesausto di domande

la ricerca di una ragione plausibile al venir meno delle stelle

la musica straniata del tuo fiato.






Non ti vedo ma ancora non perdo la speranza

nel buio denso s’aprirà forse un sospiro

tiepido a sfiorare l’ombra di me che qui si aggira

non scema il desiderio dell’incontro contro la norma

contro la ragione contro la volontà di chi comanda

le mie non mani il non volto il nulla della mia persona

ricomposti per te se solo udissi la tua voce

intonare del nostro amore il canto inconcluso

della terra le inquiete rivoluzioni






Il flauto






Polvere e fango attorno

e sono viva

mi respinge da sé questa città

non mi consente dissolvere in vento

svanirmi alla parvenza

che la memoria insiste le figure

felici del passato

l’etere fosco inventa di colori

insegue scie di aromi

musiche nei recessi

del continente perso


è il tuo flauto che guida

il mio cammino d’aria

canto ribelle gioia

oltre il decreto

note che riconosco

innamorate

per questa terra amena

d’acqua e raccolti.


Flauto di pietra dura

inflessibile coi potenti

pallida verità

se ci hai lasciato


flauto di pietra rara

accendi un’altra storia

per i bambini attenti

stretti alla voce


verde flauto nel vano

dell’estrema dimora

che nessuno silenzi

l’eco delle tue nebbie


la tua cifra dall’ombra

ritorna ad ogni estate

col tamarisco


profumata d’incenso

nella nuova stagione

la tua parola benedetta


notturno e luna

intona ancora il canto

l’amato in sogno


Tammuz di lapislazzuli

accorda lo strumento

tu che scendi il solstizio

rinasci in musica.








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