Un’intervista su Versante Ripido

 
 

Quale poesia chiede il mondo ad Alessandro Canzian ?

 

ale2Questo il realtà è un po’ buffo. Perchè di fatto il mondo non chiede nulla ai poeti, tantomeno a me. Spesso anzi se i poeti mettessero via la penna o il computer farebbero un favore al mondo. La poesia è in fondo questo: una cosa inutile. Ma questo non vuol dire che una cosa che è inutile non possa diventare necessaria. Non intendo la creazione di nuove necessità, quasi a livello consumistico, ma la creazione di risposte a domande che non ci poniamo, o che ci poniamo saltuariamente nella vita, ma che esistono. E nel momento in cui la poesia diventa risposta concreta ecco l’uomo si accorge che quella risposta era fatta apposta per una domanda che lui aveva e non se ne rendeva conto. Un in più assolutamente inutile prima e assolutamente necessario dopo. Una crescita. Per passare alla mia di poesia, o meglio ai miei versi, il mondo ancora non ne ha bisogno nemmeno dopo che li ho scritti e fatti leggere. Forse un domani, lo spero. Quello che sento io di dover dare, quando ci riesco, è una bellezza che in qualche modo compensi le cose difficili, le cose brutte anche, della vita. È un affondo nell’umano così umano da dire guardate che noi siamo così, inutile che vi illudiate tanto, e guardate che questo “così” ha una sua bellezza irrefrenabile. Forse dovrei dire cosa chiedo io al mondo sul lato poesia. Una salvezza, una compensazione. Molto semplicemente un dire: ho una vita complicatissima e faccio spesso errori, ma lascio al mondo qualcosa di bello.

 

Scrivi:  – Le montagne sembrano capelli..–  Che rapporto hai con il paesaggio ?

Il paesaggio, da friulano quale sono, è una componente essenziale della poesia. Il paesaggio è la nostra realtà, il nostro dialogo, è parte dell’umano stesso. Per me è un elemento che muta continuamente, si antropomorfizza, diventa metafora di una presenza quanto di un’assenza. Il paesaggio in effetti è una solitudine, è un essere con cui ti rapporti ma che non ti risponde. Che attraverso i tuoi occhi sa prendere forme a te care. Dicendoti comunque qualcosa, ma all’interno di un sistema talmente complesso (il mondo) che ti restituisce anche la misura e l’eventuale necessità del discorso che hai in mente. Poi insomma, bisogna anche riconoscere che la natura è da sempre lo strumento privilegiato degli uomini. Banalizzando, a una donna amata si regala un fiore, le si dice che è bella come il sole o la luna. Percorrendo sempre il medesimo banale percorso, ma andando più a fondo con lo sguardo, ecco che i capelli della donna possono assomigliare a delle montagne. Oppure le montagne assomigliare ai suoi capelli, perchè lei non c’è più e ciò che abbiamo (ho) davanti sono solo le montagne.

 

Nella tua poesia emerge un’attenzione, una dolorosa tensione verso le persone.

Si. Le persone sono quelle presenze o assenze che ci sono necessarie. Non possiamo vivere da soli. La solitudine di fatto non esiste (i monaci che pretendono una solitudine in realtà hanno la compagnia di Dio, o della sua idea). La poesia stessa non può esistere da sola perchè ha necessità di un lettore. Le persone nella mia poesia posso immaginare (ma è un’autoanalisi, brutta) siano dei tu con i quali creare differenti dialoghi. La poesia è dialogo, e si nutre di dialogo, quindi di tu. È una sorta di umanizzazione del logos. Che è la poesia. A un livello più personale per me le persone sono gli esempi e gli accidenti delle difficoltà della vita, che poi danno modo al verso di nascere. In questa dimensione diventa una tensione dolorosa. A volte nata per cercarle, a volte per capirle cercando così di capire qualcosa di più grande.

 
 
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