Infinita fine – Cesare Viviani

viviani

Ho letto con piacere, e sgomento, Infinita fine di Cesare Viviani. Piacere perchè si tratta indiscutibilmente di un bel libro, molto ben calibrato e in pieno accordo con le sue intenzioni. Libro che non esplora ma argomenta il concetto della fine, avvicinandosi man mano al suo significato (fisico e metafisico) da diversi punti di vista. Sgomento perchè è evidente che più che un avvicinamento è una sospensione filosofica, quasi impoetica, vicino alla linea della fine. Sospensione che fa cadere tutte le illusioni, le sovrastrutture, quasi allo svelamento degli archetipi umani e della vita.

In Infinita fine cadono tutti gli inganni, la parola rinuncia ad ogni abbellimento, quasi ad ogni speranza, per dire che vicino e sopra il concetto della fine tutto diventa cos’è, si scopre nella sua natura. La parola stessa si abbassa al colloquiale senza cercare altezze o profondità. Ma in questa direzione crea inevitabilmente una tensione tra due direzioni differenti: l’una verso un colloquiale quotidiano, fatto di accadimenti, esperienze, anche di poca importanza, l’altra verso una definizione più ampia e universale (quasi sentenza) di concetti e pensieri. E il tono diventa amaro non tanto nella sua intenzione quanto nella forma, che riflette e si inflette in una realtà nella quale registrare comunque un valore.

Giorgio Linguaglossa così descrive Infinita fine: Tutto il mondo è diventato una grande superficie auto riflettentesi, e la poesia non può sfuggire a questa problematica. La poesia di Viviani si auto riflette e parla di se stessa. Non c’è più un paesaggio di rovine che si estende di fronte alla finestra con vista del soggetto, perché oggi anche la poesia da topografia, da turismo di esperienze de-naturate e de-esistenziate o da agriturismo lirico, si affida scaltramente agli «effetti di superficie», agli affetti di montaggio; anche la poesia turistica e da agriturismo parla della frammentazione delle grandi narrazioni, parla dell’effetto di deriva, dell’effetto di superficie, come anche della scomparsa del pathos dell’autenticità ma lo fa chiamando in causa la propria riconoscibilità, mettendosi il vestito ordinario del quotidiano e guardandosi allo specchio; il quasi-senso è oggi sempre più diffuso nella migliore e nella peggiore poesia contemporanea, e lo si trova in mezzo ai rottami del senso; l’autentico vibra e brilla in mezzo ai rottami e alle macerie dell’inautentico, non è dissimile da quest’ultimo né per natura né per fondamento; è anch’esso effetto di superficie; non è un caso che il discorso interrotto e il quasi frammento, la quasi ripresa costituiscano la spina dorsale della poesia del tardo Viviani. Ma ciò che distingue la poesia di Viviani rispetto ad altre di minore rigore concettuale direi che è la sua definitiva irriconoscibilità, la sua presa di congedo dalla riconoscibilità delle esperienze turistiche, la sua indirezionalità, la sua non utilizzabilità.

In altro ambito, invece, le parole di Luzzi: La parte rimanente, cioè il più dei versi della poesia, è viceversa un esempio eccellente di emotività controllata, di uno stato di riscossa rispetto alla intellettualità della tesi (ma pensiamoci un po’: c’è storia, collettività, congiunzione destinale, civiltà violata? ci sono, nel titolo, questi orizzonti?). Credo nell’udito, ci credo profondamente e tenacemente: credo nella musica della ragione e nella ragione della musica; abbandonarci alla promozione di una ulteriorità crea uno stato di complicità tra liberi, di euforia della condizione eufonica, è socializzante di per sé, ci fa sentire che talvolta la ragione un po’ folle delle emozioni ha qualcosa da spartire con un ardore libertario. Per questo si scrivono e si leggono poesie: per l’amore alla libertà e per non dimenticare che è da quel punto che gli altri valori, a partire da una disciplina sociale tra uguali, hanno la loro fonte. La seconda parte della poesia di Viviani, malgrado le tesi del libro, malgrado la presumibile e perversa gioia dell’editore nell’avere un autore così finalmente leggibile non importa come, questa seconda parte, dicevo, ci dimostra che l’autore sa parlare anche per noi, è nostro portavoce, e che se le sue sentenze slittano via veloci, forse già insidiate in partenza dall’effimero, viceversa le sue invenzioni, equivalenze, bizzarrie, ardimenti, si ostinano a riaprire nonostante tutto il gioco.

Una cosa però un po’ mi disturba del libro di Viviani. Oltre a un’evidente necessità di una critica importante per capirne le maglie (e, volendo fare atto di onestà personalmente avrei bisogno anche della critica semplificata della critica, tipo un Bignami), questo libro fa emergere un dato un po’ dilagante nella poesia contemporanea (e in questo faccio anche una bella autocritica). Bisogna leggere Infinita fine da capo a fine per poterne dire qualcosa, e in questo spesso i testi singoli, se estrapolati dal libro, appaiono un po’ destrutturati, anzi senza un vero e proprio fondamento. È il complesso che giustifica il libro, il mosaico dei piccoli testi, non uno spessore della poesia specifica. Anzi, lo spessore si sposta dal testo al libro, e questa è un po’ una moda che si vede e sente anche in altre forme espressive artistiche.

Per dirla in due parole: non esiste l’Infinito leopardiano, né la Gioconda leonardesca, ma tutto va esaminato nel suo complesso. Esaminato, o giustificato.

Comunque sia, qui i link da cui ho estratto le recensioni succitate:

http://www.lietocolle.info/it/il_discorso_interrotto_nella_poesia_di_cesare_viviani.html

http://samgharivista.com/2012/07/16/3902/






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