Aquarama – Antonio Riccardi

riccardi

Un altro libro non recentissimo, come quello di Tommaso Di Dio. Volevo comprare qualcosa di Antonio Riccardi, in giuria al Premio Castello di Villalta da poco conclusosi con la vittoria di Stefano Dal Bianco, e mi ha incuriosito il titolo di questo volume edito da Garzanti nel 2009: Aquarama e altre poesie d’amore. Posto che un libro di 96 pagine (di cui circa una quindicina praticamente bianche) non dovrebbe arrivare a costare 19 euro (tanto più che si tratta di poesia) devo riconoscere che l’anno 2009 si prefigura come particolarmente fortunato per le edizioni di poesia.

Un libro bello, particolare, quello di Riccardi. Un libro delicato e d’inganni, o meglio un libro di navigazione come già tutto dice il titolo. Aquarama, come viene detto in nota, è il nome di un motoscafo prodotto dai cantieri nautici Riva a partire dal 1962. Un’imbarcazione su cui stare e che galleggia ben sapendo che sotto, dentro l’acqua, c’è un intero mondo, un ecosistema, un bestiario anche. Da un’imbarcazione la realtà sottostante viene vista un po’ dall’esterno, da lontano, senza tuffi. E questo porta al concetto di inganno appena citato. Perchè la seconda parte del titolo è altre poesie d’amore, ma in questo libro non si parla di un amore particolare, non si parla di una donna specifica, si parla piuttosto dell’amore in quanto tale pur inserito in un contesto a volte reale a volte immaginario. Una visione dell’amore come da un’imbarcazione, immaginando l’amore nel fondale del mare su cui si galleggia.

La delicatezza invece dei versi, che personalmente apprezzo moltissimo, nasce da una sorta di oso ma non faccio, perchè la verità sta nel quieto che emerge da praticamente tutti i testi: Guarda come alcuni / pensano che sia il futuro… / E tu, come vedi la nostra vita? / Avvicinati alla teca e guarda / sul fondo della selva / tra il verde immobile e senza odore. / Ci siamo anche noi nella foresta / sapendo le cause, sapendo i fiori.

Un amore che in alcune sfumature tende a una lieve e non duratura idealizzazione (Sembra di capire, sembra che ci sia / la geometria nelle passioni: / ogni rimedio, una perfezione), in altre a un mondo fantastico (Eppure una sera d’estate / ti ho vista invulnerabile / sfiorare la testa del drago / mai più così mansueto), in altre a un’analisi della complessità della realtà stessa (Errore e verità del desiderio. / Da una crepa nell’erba / risalela salamandra. / Quasi la tocchi se guardi / nel diorama della città).

Il diorama è uno dei concetti portanti, insieme alle bestie, di questa raccolta d’amore. Il diorama è un’ambientazione, una riproduzione in scala ridotta di una realtà. È quasi il mondo visto da lontano da Dante. Una compresenza del tutto in cui la terra / è massa inanimata e senza moto / come può Copernico / saperla stellare? / Ma tu non la vedi la vena d’oro? E anche se so che alla fine sarà un altro / a baciarti nella giungla australe l’amore resta la tua bella forma sottile / l’estro per i capricci e la passione. Il tu di fatto non esiste, o non ha significato d’identità, perchè diviene un bilanciamento della complessità della realtà dove sarò perduto, o cerco solo il fondo / della mia viltà. In particolar modo un testo esemplifica e sigla questo equilibrio: Usciti dal museo sulle nostre ombre / ho ricostruito a parole / il diorama di un amore perfetto: / vita animale e forme vegetali / in proporzione, come se tutto / rimanesse frontale. / È facile solo a parole, / lo trovi se lo cerchi e non lo perdi / se ti volti per un attimo.

In tutto questo bestie e vegetali diventano metafora della complessità, della predazione: In un bosco di betulle e latifoglie / affondato nella neve per metà / l’animale guarda fisso alla gola del cervo. / È il diorama di una predazione / nella riserva di Kedrovaya Pad’, / nel bianco della Siberia orientale. / Nel diorama non c’è né prima né dopo / ma solo il culmine delle vite esemplari / di certe piante, di altri animali.

Su tutto però voglio sottolineare alcune chiuse che in Riccardi sono bellissime, pacate ma efficaci, vere: E sarà vero che sotto ogni segreto / nessuno è giusto, nemmeno uno? […] che la verità è cosa si sta facendo. / Ma chi assicura che possa bastare? […] La verità di ogni fatto invece / non riceve né il più, né il meno […] Lo sai, nei nostri piccoli affari / tu sei sempre la più severa […] o il suo modo di amare le donne / al centro del labirinto. / Nessuno scappa da qui, amore mio […] Avremo per noi ogni cosa / ma solo per poco.

In ultimo una storia, che non conoscevo (per mia ignoranza) e che grazie a questo libro ho scoperto. Una poesia infatti riporta un’iscrizione: Fondai sta rocha altiera et felice / m. de magio quarantaocto / era il corso C.C.C.C. / et cum divino aiuto fu perfecta / avanti che il sexanta fusse scorso. Questa iscrizione è posta all’ingresso del castello di Torrechiara, sulle colline parmensi. Il castello, costruito da Pier Maria Rossi (1413-1482) per la sua amata, Bianca Pellegrini da Como, bellissima moglie di Melchiorre d’Arluno, custodisce ancora la loro camera erotica e votiva, la camera d’oro (da una nota nel libro).

Da wikipedia un’ulteriore nota sulla storia: Il castello fu fatto costruire da Pier Maria II de’ Rossi fra il 1448 e il 1460, sulle rovine di una precedente casaforte del 1259, di cui rimane una sezione del portico nel lato ovest del cortile interno. I Rossi erano fortemente legati alla corte milanese dei Visconti. Per questo motivo, Pier Maria venne mandato a Milano per ricevere una formazione culturale e militare: oltre agli studi letterari, si interessò alla musica, alla matematica, all’astrologia e imparò il francese, lo spagnolo, il latino, il greco, l’arabo e l’ebraico. Si dedicò con grande successo al mestiere delle armi, a tal punto che, diventato capitano di ventura dei Visconti, riuscì a conquistare innumerevoli territori. A soli 15 anni fu obbligato a sposare Antonia Torelli, figlia dei Signori di Montechiarugolo, per legare le due famiglie confinanti e istituire così un accordo di non belligeranza. Tuttavia a Milano si innamorò perdutamente di Bianca Pellegrini, una dama di corte della duchessa Visconti. Dopo diversi anni di matrimonio e dopo aver avuto dieci figli da Antonia Torelli, quest’ultima si ritirò nel convento di San Paolo a Parma, lasciando la possibilità a Pier Maria di avvicinare Bianca a San Secondo, precisamente a Roccabianca, dove lo stesso cavaliere le fece costruire un castello. Inoltre nel 1448 edificò per l’amata anche il castello di Torrechiara.





La ragazza che si tuffa

ha la cuffia rossa e il costume intero

e non cambia se la vedi saltare

nel verde dell’acqua.

Non è cambiata mai,

plana sempre elegante sul fondo

in mischia intima di térital.








Ti guardo dal basso che galleggi

al colmo della camera da letto

e vedo l’emblema della tuffatrice

nel blu di terilene

come un ex voto per la nostra felicità.


Ma sarà vero papà che i primi al mondo

sembravano lucertole?

E sarà vero che sotto ogni segreto

nessuno è giusto, nemmeno uno?








Prima di andare, nuotando

nel mio sonno hai detto

ricordati che gli adempimenti

hanno la forma del futuro.


Poi hai chiuso l’inizio con la fine.








Le bambine rimaste molto da sole

da grandi sono donne irresistibili.

Così sono le sirene.

Si vedono la sera a certe latitudini

nuotare nell’acqua fluorescente

la pelle dolce, d’incanto e sotto di rame.

A volte, di giorno escono dall’acqua

e sentono rifiorire il rimpianto.








In bilico, il pavone

sulla curva perfetta dell’arco

la coda nell’erba smaltata

il corpo iridescente, l’apparente

tranquillità quando e foglie

suonano forte dalla fila dei pioppi –

tiene testa alla più bella del mondo

che allunga la mano alle piume,

sorride e pensa che forse mai più

sarà così felice.








Lo sai che il mondo intero e dentro

ogni atomo per sé contiene troppe cose,

più di tutto il siero e la viltà.


Sono troppo bella per perdere così

e aspettare qualcosa da te…

hai detto baciandomi lentamente

nel chiaroscuro dei bambù.








Sempre dopo la furia, ingrati

l’uno dell’altra, ti sento

vibrare di delusione

e sento il mio privilegio franare,

la mia bella vita ossidarsi e finire.








Guardiamoli nel filmino

i giorni lucenti del nostro avvenire:

l’idea che avevi dell’uomo perfetto,

una bella cosa, la cucina moderna

la vacanza sull’Isola dei gabbiani…


Lo sai, nei nostri piccoli affari

tu sei sempre la più severa.








Non è come nel bosco la paura

quando sprofondi e non vedi più

il sentiero tra i rovi e l’erba alta,

né la riga dei sassi bianchi

lasciati da qualcuno per te.


Nel pieno sole del mattino

sottovoce tremando, di spalle

alla falsa profondità del verde,

mi hai detto di darti fiducia

e che non sei cattiva.








Ti giri senza peso e ti perdo che sali

tra le foglie della magnolia

fino alle prime stelle del buio.

So di te cose buone e cose feroci

ma ti sogno sempre felice.








So che alla fine sarà un altro

a baciarti nella giungla australe

avendo trafitto il drago.

L’hai sempre saputo anche tu,

nessuno è giusto per sempre.








 

Oggi la luce va sotto le cose

e le solleva di stravento.

Anche noi d’altronde perdiamo

le nostre abitudini e proprietà

forse a causa della nostalgia.








Annunci