Tudor Arghezi tradotto da Salvatore Quasimodo

arghezi

Prendo queste belle poesie di Tudor Arghezi da un prezioso volumetto di Stampa Alternativa del 2004. Poesie importanti, ma dimenticate. Importanti perchè sono di fatto la traduzione dal rumeno senza sapere una parola di rumeno di Salvatore Quasimodo, che orgoglioso del suo lavoro ne aveva inserito un piccolo estratto anche nel suo Dare e avere (Mondadori 1966). Dimenticate perchè sia Arghezi sia Quasimodo, per motivi differenti, sono autori in qualche modo lasciati nel cassetto.

Tudor Arghezi, pseudonimo di Ion Theodorescu (1880-1967), è uno dei più rappresentativi autori rumeni del ‘900. Ma oltre a Mihai Eminescu e a qualcosa probabilmente di recentissimo qui in Italia non conosciamo altro della letteratura rumena. Letteratura giovane, certo, ma già forte nella sua identità.

In particolar modo Arghezi rappresenta un po’ la figura del poeta impegnato nel disimpegno. Diacono per quattro anni presso il monastero di Cernica rinnega poi la vocazione religiosa e viaggia (o forse sarebbe meglio dire vagabonda) per tutta l’Europa toccando Roma, Zurigo, Messina, Friburgo, Parigi. Convintissimo antimilitarista mentre l’Europa esaltava la giocosa macchina bellica vive le conseguenze delle sue prese di posizione con la prigione e poi con un campo di concentramento a causa di un sarcastico articolo antinazista.

Poeta dell’erotismo e della parola, poeta del popolo e dell’uomo, poeta della sua terra. La traduzione però di Quasimodo è apparsa fin da subito estremamente contrastata dai romanisti e dai critici. Traduzione grossolana si è detto, sbagliata. Personalmente posso dire che conosco l’amore e l’orgoglio rumeno per la propria letteratura, tanto che ad oggi nessuna traduzione del poema nazionale di Mihai Eminescu Luceafarul è stata di fatto da loro accettata (anche io come Samuele Editore ci ho provato, dovendo purtroppo abbandonare il tentativo in corso d’opera). E nel ‘900 abbiamo ben sei tentativi di traduzione (almeno tanti ne ho contati nella mia ricerca).

Oltre a questo c’è da dire che il Quasimodo dei Lirici greci (che pure soffre la definizione di mezzo capolavoro) è lo stesso Quasimodo di Tudor Arghezi. Un Quasimodo che in un’intervista non ha timore di affermare come difesa: Prima di essere stampato, il mio testo è stato anche controllato, revisionato, da un esperto romeno della Casa Editrice Mondadori. Comunque, ripeto, è meglio una traduzione che contenga una quindicina di errori, dove rimanga intatta la qualità poetica dell’originale, piuttosto che un manuale di fedeltà verbale, molto simile a un elenco da dizionario.

Tudor Arghezi è un poeta dalla vita e dalla poetica estremamente complessa, e inevitabilmente per presentare qualcosa in questo spazio ho dovuto anch’io operare una scelta sulla base dei miei gusti del momento. In particolar modo mi ha affascinato il succitato interesse del poeta rumeno per l’erotismo e la parola. E proprio sull’erotismo mi piacciono moltissimo le parole del prefatore del volume di Stampa Alternativa (da cui traggo, lo ripeto, questi testi) Claudio Lolli che in maniera che considero perfetta dice: Un’epifania che molti poeti hanno cantato. Il corpo femminile (suo malgrado e senza autorizzazione) nell’immaginario poetico maschile è da sempre il luogo insieme della redenzione e della trasgressione, della riconciliazione e della ribellione, dell’amore e della lotta, della quiete e della guerra, dell’abitudine e dell’esperienza. Insomma: del divino e dell’umano, cioè dell’unica possibilità di assaggiare l’infinito che ci è concessa. E nella poesia di Arghezi c’è una grande sete di “infinito”, mistico umano e storico-politico insieme.





Il diacono Giacinto è tormentato,

e i suoi timori hanno una ragione.

Ladrone e brigante in nome di Cristo

passa timidamente in mezzo ai frati.


Ora il suo corpo biondo di dannato

si è ribellato alla regola. E spesso batte

in petto la sua colpa e s’inginocchia,

ma si sente carogna tra le bestie.


Dipinti sulle pareti del portico

in sbiaditi colori d’acquarello,

secondo l’usanza dei monasteri,

i santi lo guardano con disprezzo.


Perchè sanno che mentre i frati

col rigido digiuno e l’obbedienza

nei giorni della Settimana Santa

si infliggono pene da ergastolani,


questa notte si è fermata con lui,

nella sua cella, una ragazza viva

dal seno duro e l’anca delicata

simile a una viola fiorentina.


E Dio, che vede sempre tutto, all’alba,

alle cinque e mezzo – mentre lei spiava

attraverso la tenda per fuggire –

l’ha vista su dall’alto dei cieli.





Ho desiderato sempre e solo

il frutto proibito. Ecco la mia colpa.

Ho voluto ogni bene.

Di notte, sono entrato furtivo nella cittadella

e nel sonno e nel sogno l’ho saccheggiata,

il braccio teso, il pugno stretto,

i miei passi scivolavano silenziosi

sul marmo come su argilla.

Copriva ogni mio atto la bandiera

distesa della notte stellata,

addormentava le guardie nelle strade

appoggiate alle loro lance.

E quando tornavo a cavallo coi trofei

rapivo anche una donna

dai capelli di tabacco,

le punte del seno scure

come more, gli occhi di rondine.

Non amo le facili e deboli tentazioni.

Nella mia tazza e nella mia mente

cerco il sapore avvelenato e forte,

mi bagno nel ghiaccio e dormo sulla pietra;

dove scende il buio sprigiono scintille,

dove c’è silenzio scuoto i miei ferri,

con le catene abbatto la porta.

Quando sono sulla cima di un monte

cerco e creo il pericolo,

scelgo il sentiero più stretto,

e così porto sulle spalle tutta la montagna.


Ma il mio vero peccato

è molto più grave e non ha perdono:

ho cercato col mio arco

di rovesciare te, Dio.

Brigante del cielo, ho scelto

di saccheggiare i tuoi spazi, con gli avvoltoi.


Desideravo nel cuore tutti i beni,

quando ho udito la tua voce: “Questo non si può”.





Mi sono difeso invano e ora mi nascondo nell’ombra

della luna bianca, l’alta lancia spezzata.

Ho messo terre e acque tra noi come ostacoli,

e siamo, in ogni luogo, vicini.

T’incontro su ogni sentiero in attesa,

eterna silenziosa compagna.

Prendi per me nel cavo

delle mani l’acqua delle sorgenti

che esce tra templi e pietre senza rumore.

Ti slacci la camicetta e coi seni nelle mani

domandi: “Vuoi dissetarti qui o alla fonte?”

Hai accostato la tua bocca alla mia piegata

al ghiacciolo per bere con me la sua scintilla.

Confusa in ogni cosa, come ombra o pensiero,

la luce ti porta in sé e la terra ti ha fatto crescere.

In ogni suono il tuo silenzio: nelle tempeste

nelle preghiere nel passo dell’uomo e nei liuti.

Ciò che soffro è dolore per te,

tu sei in ogni cosa che nasce o muore,

vicino a me e pure così lontana,

sposa sempre promessa, mai sposa.





I tuoi occhi si sono posati su lettere e parole

come api azzurre assetate di profumi sacri

e succhiando il miele del libro si sono ubriacate.


Visione della sapienza, vieni nel mio giardino

dove il basilico è alto come un abete e i biancospini

graffiano i noccioli del seno nel lino della camicia.


La terra ti segue per assorbirti

con i fili venuti su dell’erba cieca.

Dal tuo sangue e dal tuo sudore

possono rinascere altri frutti e nuovi fiori.


Vieni,davanti a te stenderò assenzio e camomilla

che il solleone matura.

Con le braccia e il petto aprirò un varco

nella radura e le erbacce.


Alzerò le tenere viti con le spine dei rovi

strette a te come i bruchi lunghi

e ti filtrerò come da un setaccio

lasciando a parte le foglie e l’ombra

come hai fatto anche tu nel libro,

sposa!


E dopo averti filtrata e difesa

dalle piccole belve, dagli insetti grossi un carato,

dal serpente, dalle catene e dai metalli

vegetali,

lascerai che ti metta anelli alle dita, bracciali

ai piedi e altri vestiti, di fuoco.





Ti guardo, fragile vaso di argilla.

Hai tenuto tremila anni in te.

I tempi dei tempi che hai affrontato

si sono stretti sottili nella tua gola

e ogni stagione dell’eterno

ha lasciato traccia di un velo di polvere

lentamente conservato nell’argilla.

L’attimo vive, i secoli muoiono.


Tu, pieno di segreti, con la bocca sdentata,

eri nascosto profondo nel campo arato.

Non hanno nome le ossa

di chi ti fermò nello smalto

dandoti con l’argilla una nuova vita.

Nemmeno un avanzo è rimasto,

legato alla terra, buona e cattiva.

Tu invece sei qui. Sembra che il vasaio

non sia mai esistito.


Bagnata di sangue e di sudore

la sua unghia ti ha disegnato un neo di fiore

e con una ghirlanda intorno ai sottili

fianchi ha dato sentimento al fango.


Tu puoi esistere, lui no,

la sua incisione è intatta e via.

Non sei solo opera di Dio

come la luna una stella il deserto,

sei d’un uomo come me.

Le mani sono morte

ma le fasce dei disegni sono ancora vive,

vince sempre l’opera delle mani di un artista.

Il vasaio ti ha messo diritto sul palmo della mano

e tu hai risposto vibrando al tocco delle dita.

Il dolce suono leggero

è integro e nuovo come all’origine.


Vaso di sogno e di terra,

egli ti ha dato voce. Io ti darò parola.





Ancora un mistero, il linguaggio. Non sa come nasce,

come si crea secondo il paese e il sole,

più chiaro più aspro più triste.

Perchè non può tacere il pensiero che nasconde?

La sua essenza d’aria dà fiori di luce

e ha come il granoturco e il convolvolo uno stelo.

Nega di avere come il cervello un corpo e una testa.

Veramente vagabondo: che cosa c’è al principio di tutto,

l’uomo o la parola? Le lingue sono rimaste

a parlare dai libri alla mente, anche senza voce.

Creatura di parole, dal suono armonioso e muto,

studiata non rivela una sostanza nota.

È forse un angelo, un profumo così lieve

che, senza ali né vento, appena s’avverte vola già via?

Più attento, mio caro scriba,

se vuoi spiegarmelo.

Perchè finora non mi hai detto nulla.





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6 thoughts on “Tudor Arghezi tradotto da Salvatore Quasimodo

  1. complimenti. arghezi è un poeta straordinario e tu sei riuscito a rendere godibile la sua bravura anche in italiano

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  2. mi è sempre piaciuta molto la poesia di Arghezi, grazie

    un abbraccio

    bux

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  3. sto traducendo anche io la mia poesia dal rumeno al italiano, ma perde della musicalita e dal ritmo.

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