Al risveglio ci si aspetta il collasso – Iman Mersal

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Ho letto per caso in questa domenica mattina le poesie di una poetessa araba: Iman Mersal. Per caso perchè stavo leggiucchiando Tudor Arghezi nella traduzione (o interpretazione) di Salvatore Quasimodo, e ho visto su facebook la condivisione della pagina/rivista Letteratura-Poesia-Libro (molto bravi gli amministratori di questa pagina) di un mio post su Mario Benedetti sempre su questo blog. Ho letto per caso un testo ma ne sono rimasto folgorato.

Inserite nell’Antologia Mondadori Non ho peccato abbastanza (2007) per la cura di Valentina Colombo (che a questo punto bisogna proprio comprare) Iman Mersal è una poetessa egiziana nata nel 1966 con all’attivo sei pubblicazioni e traduzioni in varie lingue.

La sua poesia stravolge (e finalmente! ne sono personalmente felice essendo anch’io in parte figlio della cultura islamica – mio padre pur essendo italiano è cresciuto in Sudan) la banalissima e offensiva retorica mediatica che vuole la donna di questa parte del mondo sottomessa e poverina. Immagine che nemmeno la primavera araba (nella sua controversa realtà) ha saputo ribaltare.

Una voce femminile forte, dall’identità precisa ed autonoma. Una poesia bellissima.





Ordini la birra al telefono

con la sicurezza di una donna che parla tre lingue

e che spinge le parole in contesti sorprendenti.

Dove trovi tutta questa serenità?

È come se tu non avessi mai lasciato la casa paterna

perché in tua presenza questa devastazione

involontaria

questa veemenza

che libera i miei sensi dalla loro oscurità?

Che cosa devo fare

quando la stanza d’albergo mi offre

un’amica decisamente perfetta

senonché le colpisco il viso

con una volgarità di cui sono degna

e una grossolanità ben scelta.

Stupisciti allora!

Sono onesta

ti lascio più della metà dell’aria della stanza

e in cambio tu mi vedrai unica

tu che hai vent’anni più di mia madre

indossi colori vivaci

e non invecchierai mai.

Amica mia infinitamente perfetta

perché non esci adesso?

Potrei accoglierti entrando nei grigi bauli

provando i tuoi abiti troppo eleganti.

Perché non esci lasciandomi tutto l’ossigeno?

Forse il vuoto dietro di te mi spingerebbe

a mordermi le labbra pentita

guardando il tuo spazzolino da denti

familiare e… bagnato.





Al risveglio ci si aspetta il collasso.

In genere mi guardo intorno,

forse per questo…

la mia nuca ha una forza che non è pari al mio corpo.

La cosa sorprendente è

che non mi aspetto proiettili sibilanti

dalle traverse vuote

nemmeno forbici

(un modo silenzioso di assassinare)

ma invece una consapevolezza accelerata

di occhi che a stento conosco

ma forti abbastanza per fare ciò che va fatto.





Ho minacciato tutti coloro che mi hanno amato

che mi sarei uccisa

qualora mi avessero lasciato. Non credo che morirò mai per qualcuno.

I suicidi – non v’è dubbio –

si fidavano della vita molto più del dovuto

e credevano che li aspettasse altrove.

Non me ne andrò prima che egli muoia innanzi a me.

Appoggerò l’orecchio sul suo petto dove il silenzio è più forte

di ogni tentativo di farmene dubitare, neppure

un gatto ha gli artigli di una donna delusa

che cerca di rovesciare il cestino della spazzatura colmo

degli avanzi

della nostra giornata insieme.

Metto il cestino fuori dalla porta

per dimostrare ai vicini che ho una famiglia tranquilla.

Prenderò le tue dita

osserverò la precisione di un chirurgo

che non ha bisogno di bisturi

per rimuovere piaghe in un corpo che si divora.

Metterò la tua mano in un contenitore per il ghiaccio in cui

non vi sono brividi

e me andrò da qui

avvolta nella perdita e nella luce.





Forse la finestra alla quale mi sedevo

preannunciava una gloria straordinaria.

sui miei quaderni scrivevo:

Iman…

Iscritta alla scuola elementare “Iman Mersal”

né la lunga bacchetta dell’insegnante

né le risate provenienti dai banchi in fondo potevano

farmi dimenticare la questione.

Pensavo di intitolarmi la nostra via

a condizione che le nostre case venissero ampliate

e che venissero costruite stanze segrete

affinché i miei amici potessero fumare a letto

senza essere visti dai fratelli maggiori.

Dopo aver abbattuto i soffitti per alleggerire le pareti

e avere tolto le scarpe delle nonne defunte, i vasi

e le scatole vuote che le madri hanno estratto dalla vita

dopo avere a lungo servito in altre strade.

È anche possibile colorare le porte d’arancione

come simbolo di gioia…

e aprire dei fori affinché ciascuno

possa osservare le famiglie numerose

cosicché nessuno possa sentirsi più solo nella nostra strada.

Gli esperimenti storici

sono frutto di grandi menti”

Così mi descriverebbero i passanti

mentre passeggiano sul bianco marciapiede

della strada che reca il mio nome.





Raccolgo i capelli all’indietro

tanto da sembrare una bambina che un tempo hai amato,

per anni,

mi sciacquo la bocca con la birra dei miei amici

prima di tornare a casa,

come se non dovessi aspettare Dio in tua presenza.

Non c’è nulla che meriti il tuo perdono quindi, tu sei buono, ma hai perso la saggezza

quando mi hai fatto credere che il mondo è simile a un istituto

femminile

e che io devo annullare i miei desideri

per continuare a essere la prima della classe.





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