Ablativo – Enrico Testa

covertesta

L’ablativo è un caso latino che non indica l’«io» né il possesso, non marca le attese né le esclamazioni, ma sintetizza un allontanamento o un distacco, un’uscita da un luogo o da uno stato: un passaggio in cui il soggetto, non più fine a se stesso e come portato via, improvvisamente, scopre per sé un altro destino. Un titolo che bene risponde al nuovo libro di Enrico Testa, la cui poesia è fortemente «ablativa, da sempre radicata nei nodi dell’assenza o della perdita».

Così definisce il libro la nota apposta ad Ablativo di Enrico Testa (Einaudi 2013, vincitore del premio Viareggio di quest’anno, e finalista del premio Castello di Villalta).

Più di quanto potrei dire io dice l’intervista su Rai Edu:

http://www.letteratura.rai.it/articoli/enrico-testa-e-la-poesia-ablativa/22684/default.aspx

E anche è molto bella la critica su Criticaletteraria:

http://www.criticaletteraria.org/2013/05/tra-ablazione-e-tradizione-ablativo-di.html

In realtà, pur non volendo criticare un libro che ha comunque vinto un premio così prestigioso e un autore che è comunque persona molto intelligente (ha curato il volume antologico Dopo la lirica, poeti italiani 1960-2000 sempre per Einaudi, lavoro che aveva il bel merito di avere testi anche del non ancora abbastanza riconosciuto Ferruccio Benzoni), devo ammettere che questo tipo di poesia non mi convince moltissimo. Se vogliamo intendere cioè una poesia all’ablativo, che in qualche modo necessita d’altro segnalandone la mancanza, l’assenza, la perdita, allora posso condividere la struttura interna di questi versi.

In effetti alla lettura emerge da una parte una sapiente delicatezza che sovente diventa tenerezza, un rapporto ottimamente calibrato con l’io, ma anche uno slancio che personalmente mi fa sentire il bisogno di un qualcosa in più. Un in più che non c’è. Il minimalismo della poesia, evidente e confessato, forse ha questo specifico obiettivo di mancare (perdonate il gioco di parole) l’obiettivo per ritrarsi a un’umiltà che non direi essere povertà, ma una cosa appunto trattenuta.

Le mie perplessità, pur apprezzando molto alcuni testi, sono anche aumentate nel momento in cui ho letto le critiche e ascoltato l’intervista. Perchè le spiegazioni date completano i tasselli del mosaico poetico e spiegano ampiamente tutto. Ma resta il dubbio che una poesia dovrebbe parlare da sola. E allora mi nasce ancor più forte la perplessità dei poeti laureati. Non che un poeta debba essere ignorante, ovviamente. A Milano ho sentito e condiviso la posizione di Giancarlo Pontiggia (in un arzigogolato dialogo con Sonia Gentili a una cena insieme) il quale diceva che non esiste poeta che non sia un accanito studioso. Ovviamente questo non vuol dire nemmeno che una scelta al ribasso (come quella navigata da molti poeti contemporanei giovani e tanto contrastata, per dire un nome da Andrea Ponso) a livello di tematica e linguaggio sia sintomo di ignoranza. Solo ritengo che la poesia debba avere tra le sue caratteristiche intrinseche una certa immediatezza che fa della critica un mero apporto accademico.

La poesia troppo pensata non mi convince del tutto. Quando lo sforzo del pensiero rischia di diventare giustificazione per l’una o l’altra cosa nemmeno l’abbassamento di tono, o il minimalismo, mi sembra riescano a compensare.

Ovviamente ho voluto prendere spunto da questo libro per fare tutto un altro discorso che c’entra e non c’entra con Ablativo di Testa.






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1 thought on “Ablativo – Enrico Testa

  1. Io le trovo sbrigative queste poesie…
    forse il titolo mi piace di più.

    Ad ogni modo è un parere personale, manca l’introspezione profonda che mi attrae.

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