Emigranti – Autori vari

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Quanto siamo poveri.
io in Italia vivo alla giornata
tu in Lushnje non riesci a bere un caffè nero



la nostra colpa: amiamo la terra
la nostra condanna: vivere soli divisi dall’acqua buia



ritornerò in autunno come Costantino
mentre sulle colline natali tu già hai raccolto l’origano
da portare nella mia stanza ancora sgombra
ora vivo al posto di me stesso
lontano da un paese che divora i propri figli



Gezim Hajdari






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Qui una volta c’era uno che viveva in campagna.
partì dal porto di napoli. c’era un bel cielo
in quel pomeriggio del quarantanove.
la città sembrava felice. ma lui davanti a tanta acqua
e tanto cielo cercava di intravedere i suoi monti,
la sua casa. mentre la nave si avviava lui ancora
guardava verso i monti, pensava alla mucca,
al porco e alle galline che aveva lasciato.
pensava a sua cugina michelina
che gli aveva fatto vedere un seno
proprio mentre lui preparava le valige.



Franco Arminio






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Non fu il mare a raccoglierci
Noi raccogliemmo il mare a braccia aperte.


Calati da altopiani incendiati da guerre e non dal sole,
traversammo i deserti del Tropico del Cancro.


Quando fu in vista il mare da un’altura
Era linea d’arrivo, abbraccio di onde ai piedi.


Era finita l’Africa suola di formiche,
le carovane imparano da loro a calpestare.


Sotto sferza di polvere in colonna
Solo il primo ha l’obbligo di sollevare gli occhi.


Gli altri seguono il tallone che precede,
il viaggio a piedi è una pista di schiene.



Erri De Luca







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Non è grossa, non è pesante
la valigia dell’emigrante…
C’è un po’ di terra del mio villaggio,
per non restar solo in viaggio…
un vestito, un pane, un frutto
e questo è tutto.
Ma il cuore no, non l’ho portato:
nella valigia non c’è entrato.
Troppa pena aveva a partire,
oltre il mare non vuole venire.
Lui resta, fedele come un cane.
nella terra che non mi dà pane:
un piccolo campo, proprio lassù…
Ma il treno corre: non si vede più.



Gianni Rodari





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Ci sono caprioli che percorrono di notte
i sentieri jugoslavi di pattuglia
per evitare i rovi
come acrobati sul ciglio del confine
voi dite “non esiste più il confine”
ma io lo vedo ancora
è una traccia senza erba fra le spine
sono i cippi conficcati nella terra
perché fra tutti gli animali
l’uomo è il solo
che segna il territorio con le pietre


Francesco Tomada






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In Italia è nome per maschi, qui per femmine.
Così traslitterato frequentai la scuola elementare
per sette anni, e nessuno mi chiamò in altro modo.
Poco importava ai miei insegnanti, e in classe
i compagni italiani mi chiamavano Felice,
anche se poi fuori dicevano Fehlichei.


Con un nome così neutralizzato avrei potuto vivere
altri sette anni, se un giorno non avessi spaccato
un vetro, come una ragazzetta qualunque.
La vecchia incazzata chiamò un pizzardone che ci mise
il resto del sugo… mentre tutto il vicinato sghignazzando
disse che nessun ragazzo si chiamava Felice.
Fino a quando la vergogna non mi coprì tutto,
gli dissi che Felice ero io, e lui sghignazzò pure.


Mio padre pagò il dovuto per il mio peccato.
Mi portò dentro e mi fece vedere in un libro
che Felix era il mio nuovo nome americano.
Nome romano, lessi. E lui mi disse
che mai nessun romano aveva spaccato
il vetro di una vecchia vedova, e strigliò
a dovere il mio culetto napoletano.



Felix Stefanile






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Flowers! Flowers!
Cheap to cheap today!
Chi me l’à fatto ffà
vennì sta terra cà
in cerca di speranza
e nun l’aggia truvà.
Chrysanthem, pink, roses,
cheap to cheap today!
Flowers! Flowers!



Canto di un emigrante anonimo





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Ieri, el kosovaro che ‘l lavora co’ mì
el me ‘à domandà se podhée prestarghe
zhinquanta euro, el se vardéa tii pie



pa’ far su ‘l coràjo de chee paròe
chissà par quant rumegàdhe – lo sa
che ‘ò dó fiòi, el mutuo pa’a casa



e tut el resto – e za ‘l savéa, son sicuro
anca ‘a mé risposta, parché no’l se ‘à
ciapàdha, sì, sì, certo, capisco l’à dita



sgorlàndo ‘a testa intànt che ‘ndessi
verso i reparti, i guanti strenti tea man.
Però mi nò che no’ lo riconossée pì



co’là che ghe ‘à tocà dir mi dispiace
proprio co’ ièra drio sonàr ‘a sirena
e no’ restéa tenpo nianca pa’a vergogna.



Ieri, il kosovaro che lavora con me / mi ha chiesto se potevo imprestargli / cinquanta euro, si guardava nei piedi // mentre formulava quella sua richiesta / chissà quanto a lungo meditata – lo sa / che ho due figli il mutuo per la casa // e tutto il resto – e sono sicuro conoscesse / anche la mia risposta perché non se l’è / presa sì, sì, certo, capisco continuava // a dire scrollando la testa, intanto che ci avviavamo / verso i reparti, stretti i guanti nella mano. / Però io no che non lo riconoscevo // quello che ha dovuto dire mi dispiace / proprio quando suonava la sirena / e non c’era più tempo neanche per la vergogna.


Fabio Franzin









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