È morto Federico Tavan

tavan

È morto Federico Tavan. Per chi è friulano, e magari della provincia di Pordenone, questo nome significa molto. Federico Tavan è un poeta nato ad Andreis nel 1949. Da Andreis, in un piccolo appartamento proprio nel centro di Andreis, aveva scritto alcune delle più belle poesie dialettali del Friuli. Uomo contorto, dalle difficoltà psichiche che era però stato capace di veicolare in versi della differenza. Non un emarginato, ma un uomo che era consapevole della propria differenza e soprattutto che tale differenza era solo un caso del destino. Poteva capitare anche a te a un certo punto della sua vita aveva avuto il coraggio di scrivere. Da una sua poesia a Maniago ha preso nome una libreria: La nâf spaziâl. Poeta a cui è stata concessa, nel 2008, la legge Bacchelli (a differenza di Cappello) per richiesta di tutte le istituzioni provinciali e regionali nonostante come poeta abbia cantato in poesia la sua Andreis. Un canto che non sempre è stato di lode, ma anzi di critica delle pietre, della piccolezza che ti entra se non scappi: diventi Andreis.

Poeta particolarissimo e uomo ancor più ingestibile. Bellissimo il suo Cràceles cròceles edito dal Circolo Culturale Menocchio di Montereale Valcellina nel 1997, ma ancor più bello un libriccino (ormai introvabile credo) che contiene un suo racconto: L’assoluzione, sempre edito dal Circolo Culturale Menocchio, nel 1994. In questo raccontino, che tratta di un’accusa davanti al giudice, Tavan aveva esplorato il tema del rifiuto di tutto (rifiuto dell’amicizia, rifiuto dell’amore, rifiuto del sesso, rifiuto della realtà, rifiuto della normalità) assieme a un altro tema che nella sua vita, evidentemente non in questi ultimi anni, è stato fortissimo: l’accusa di aver finto, di aver rifiutato la realtà non per malattia reale ma per una situazione di comodo (che, a parte le voci di paese, poeticamente si prefigura come un tema enorme e dignitosissimo).

Di lui ricordo (ho abitato vicino a lui per alcuni anni), come molti, il suo urlare, il suo muoversi nervosamente come un giullare in mezzo alle persone. Perchè Federico Tavan aveva ormai accettato la sua differenza. E la imponeva, la mostrava agli altri non per farsi accettare, ma per regalare agli altri l’occasione di accettare loro la differenza. Perchè aveva capito, da poeta, che quella era una delle vere strade della maturazione umana. E la regalava agli altri, proprio perchè poeta.






Da Cràceles cròceles




‘E vorés


‘E voreès mitant

favelâ

de flours

de ucéi

e de mil colours

ulà che la vita

éis contenta


Vorrei

Vorrei così tanto parlare di fiori, di uccelli e di mille colori là dove la vita è felice.






Arbal


Podarés vîve

anç insomp un arbal

che sarés content lostes.

‘E cjaparés al sòrele dut al dì

‘e mangjarés mei

‘e durmirés su li fùes

al fréit o al cjalt.

‘E spiéte ucei.

Al mont jodût da lontan

al é nome un balon ch’al zîra.


Albero

Potrei vivere anche in cima a un albero e sarei felice ugualmente. Prenderei il sole tutto il giorno, mangerei mele, dormirei sulle foglie al freddo o al caldo. Aspetto gli uccelli. Il mondo visto da lontano è solo un pallone che gira.






Andrèes


Quatre cjases in crous

Se no tu fai ad ora a scjampâ

uchì tu devente vecje e tu mour

Un po’ de prâtz

dos tre montz

se no tu scjampe pì

tu devente Andrèes


Andreis

Quattro case in croce. Se non sfuggi in tempo, qui diventi vecchio e muori. Qualche prato, due tre montagne. Se non sfuggi, non sfuggi più: diventi Andreis.






Fine


Dei vecjes

splendours

de la mê famea

soi restât

nome jo:

un’urtia.


Fine

Dei vecchi splendori della mia famiglia sono rimasto solo io: un’ortica.






No stéi domandâme ce tanç ans che ài


Ài i ans

de Pasolini e Leopardi

del passero solitario

e de Silvia

dei fugulins

ch’i no clarìs pì

al cjant dei crics.

Ài i ans

de un nin

che la mestra

à trat davour la lavagna

parceche al era

cjatif e brut.

Ài i ans

de un Jesu Crist

ch’a no’l puarta

nissun lare

in paradis

de una carecja

de un vaî sutil

de un acuilon

sbregât dal vint.

Ài i ans

de una riduda

de un gjat

pecjacât

dai compagns de zouc

d’un ospedâl

a catordes ans

e d’una mare

ch’a resist

de un par cui nasce

al éis comunque biel.


Non chiedermi quanti anni ho

Ho gli anni di Pasolini e di Leopardi, del passero solitario e di Silvia, delle lucciole che non rischiarano più il canto dei grilli. Ho gli anni di un bambino che la maestra ha cacciato dietro la lavagna perchè era brutto e cattivo. Ho gli anni di un Gesù Cristo che non porta nessun ladro con sé in paradiso, di una carezza, di un pianto leggero, di un aquilone strappato dal vento. Ho gli anni di un sorriso, di un gatto preso a calci dai compagni di gioco, di un ospedale a quattordici anni e di una madre che resiste, di uno per cui nascere è comunque bello.






Al destìn de un om


Al podeva capitâte anç a ti

nasce t’un pegnatón

tra zovàtz e zùfignes

de stries cencja prozes

e al dolour grant de ‘na mare.


Me soi cjatât a passâ

de chê bandes.


Il destino di un uomo

Poteva capitare anche a te di nascere in un pentolone tra rospi e intrugli di streghe senza processo e il dolore grande di una madre.

Io mi sono trovato a passare da quelle parti.






Cuan’ che me soi inamorât


cuan’ che me soi inamorât

al cour al tucava

làscete zî

chist al é l’amour

jo ài strengjût i dinç

al cour al à tasût.


Quando mi sono innamorato

Quando mi sono innamorato il cuore batteva: lasciati andare, questo è l’amore. Io ho stretto i denti, il cuore ha taciuto.






Femena


Vestida come ‘na volta

cuan’ ch’a se lavava

nome de sàbeda,

mangiâ cuan’ ch’a se pout,

e la vous plena de cjant


Donna

Vestita come una volta quando ci si lavava solo di sabato, mangiare quando si può, e la voce piena di canto.






La nâf spaziâl


Chîsta

‘e n’èis ‘na conta

pai nins,

èis ‘na storia vera,

da matz.

Al disivuot d’avost

da l’otantedoi,

apena iessût da l’ospedal

me soi serât in cjamera,

ài metût doi armaróns

e un comodìn

denant la puarta.

Po’ me soi metût sul liet,

coma un astronauta.

De four de la puarta

i me clamava duç:

Iés! Iés!”.

No, no! ‘E soi ch’e sgôrle

in ta la nâf spaziâl,

no stei desturbâme,

vô ‘e séi de un antre mont.”

E i passava li ores…

Intant jo incrosave

steles e galassies

e ucei strambus.

Al speciu al faseva da oblò

e al sofit da firmament.

E de four,

mitant preocupatz:

Iés! Iés!

Ah, diu, al é mat!”

Jo ‘e continuave a sgorlâ,

incjamò doi mil ans-lûs

e sarés rivât sul sorele.

Li ombrenes sui murs

e i rumours de li machines

i faseva al sussûre dal motour

de la nâf spaziâl.

E ‘i son passâtz doi dìs…

Iés! Iés!

No màngestu?

Ah, diu, al é mat!

Paràn jù la puarta!”

Ma la puarta a resisteva.

E jo in alt,

pì in alt!

E de four dut un rumour:

Iés!Iés!

Ce fàist uvì?

Dai mo, su, nin!

Ah, diu, al é mat!”

Lassâme stâ!

‘E soi su la nâf spaziâl.

‘E scjampe,

e al mont lu jôt lontan

e i omi pici pici…

E ‘i son passâtz tre dîs…

‘I àn sfuarcjât la puarta,

‘i àn parât jù i armarons

e al comodin.

Jo ju spetâve, platât

sot al liet.


AH, DIU!

‘I SON RIVÂTZ

I UMANS!”


La nave spaziale

Questa non è una fiaba per bambini, è una storia vera da matti.

Il diciotto agosto dell’82, appena uscito dall’ospedale, mi sono chiuso in camera, ho messo due armadi e un comodino davanti alla porta, poi mi sono disteso sul letto come un astronauta.

Da fuori della porta mi chiamavano tutti: “Esci! Esci!”. “No, no! Sono in volo nella nave spaziale, non disturbatemi, voi siete di un altro mondo”.

E intanto passavano le ore… E io incrociavo stelle e galassie e uccelli strani. Lo specchio faceva da oblò e il soffitto da firmamento.

E da fuori, assai preoccupati: “Esci! Esci! Oh, Dio, è diventato matto!”

Io continuavo a volare, ancora duemila anni-luce e sarei arrivato al sole. Le ombre sui muri diventavano meteoriti e i rumori delle automobili si trasformavano nel rombo del motore della nave spaziale.

E sono trascorsi due giorni: “Esci! Esci! Non mangi? Oh, Dio! È matto! Buttiamo giù la porta!”. Ma la porta resisteva.

Ed io in alto, più in alto! E fuori tutta una gran confusione: “Esci! Esci! Che cosa fai lì dentro? Su, da bravo! Oh, Dio, è matto”.

Lasciatemi in pace! Sono sulla nave spaziale. Fuggo e il mondo lo vendo lontano e gli uomini piccoli piccoli”.

Sono trascorsi tre giorni. Hanno forzato la porta, hanno rovesciato gli armadi e il comodino. Io li aspettavo nascosto sotto il letto:

OH, DIO! SONO ARRIVATI GLI UMANI!”








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10 thoughts on “È morto Federico Tavan

  1. Federico, una profondità che ti squassa dentro e nel profondo. Federico.

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  2. Una volta Villalta mi disse, commentando un paio di mie poesie, che nella pedemontana pordenonese abbiamo un determinato stile, se così si può dire, nello scrivere poesie, e citò Tavan. Io rimasi un pò basito e ovviamente felice per l’accostamento, e rileggendo qui sopra i suoi versi mi rendo conto che è riuscito a raccontare con disarmante ( e apparente) facilità le sue/nostre angosce, se le vogliamo definire così. Ciao Federico.

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  3. Oggi nel Gazzettino di Pordenone un ricordo di Federico Tavan di Angela Felice, Giacomo Vit, Roberto Cescon, Alessandro Canzian, Stefano Montello – a cura di Francesca Pessotto

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  4. Un mio ricordo anche qui, ringraziando Luigia Sorrentino di ospitarmi nel suo blog (blog di poesia della RAI): http://poesia.blog.rainews24.it/2013/11/12/la-scomparsa-di-federico-tavan-poeta-friulano/

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  5. Grazie per il bel post. Lo riprenderò senz’altro, se posso, e dedicherò senz’altro a FT un ricordo sul mio blog Prismi. Non riesco però a trovare granché delle raccolte di Federico Tavan nelle librerie (sia fisiche che on line). Qualcuno sa dove si possono trovare ancora i suoi libri…?
    Salute a tutti da Alessandro Bellan

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  6. che dire.
    mio cugino un giorno mi propose di andare tutti, cugini, cugini mille, ad Andresi.
    diceva che eravamo senz’altro di là
    senza studiar alberi o carte.
    non se ne fece mai nulla.
    questo non c’entra, o forse sì, con la commozione che mi ha dato leggere queste poesie.
    punto.

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