All’Autore ignoto (aggiornato al 15.11.2015)

wingsbook3
 

Piccolo aggiornamento all’articolo del 15.11.2015:

A distanza di due anni dalla pubblicazione di questo post devo riscontrare moltissimi attacchi e prese in giro da quanti si ergono a difensori dell’editoria gratuita contro l’editoria (impropriamente) detta EAP (impropriamente perchè miope delle abissali differenze che ci sono tra Editore ed Editore). Attacchi che ovviamente (spero almeno non volontariamente) non colgono l’ironia e l’esagerazione voluta nei termini di questo articolo. A distanza di due anni la Samuele Editore è riuscita però ad abolire il contributo autoriale sulla base del prestigio e della visibilità del marchio legandosi a un servizio innovativo quale il Crowdfunding, portando per la prima volta in Italia questo processo di raccolta di risorse all’interno dell’iter di pubblicazione (trasformando di fatto il Crowdfunding in una vendita per prenotazione e ponendo l’Editore come attore principale di una ben più ampia campagna di promozione del libro). A due settimane dal lancio della Campagna devo riscontrare più di un centinaio di richieste di pubblicazione arrivate in redazione. Richieste che nella quasi totalità dei casi non corrispondono al versamento nemmeno della quota minima per partecipare alla prima campagna di Crowdfunding (strumento che ci ha permesso di eliminare il contributo). Detta in altre parole il nostro Autore ignoto a due anni di distanza da questo post acquisisce un ulteriore connotato caratteriale: è totalmente contrario a pagare un contributo autoriale accusando l’Editore di non fare rischio d’impresa, è estremamente attratto dall’idea di pubblicare gratis e cerca immediatamente di coglierne l’occasione, si rifiuta però di spendere 12 euro (e obbliga me a mettere come requisito di lettura la partecipazione e poi mi scrive “parteciperò alla campagna in essere solo se avrò la certezza di essere pubblicato gratis”) per supportare lo strumento che ha reso possibile quello che lui voleva. In altre parole: vuole che l’Editore venda i suoi libri perchè Editore ma lui non vuole comprare alcun libro, non vuole vestire i panni del Lettore perchè è soddisfatto dei suoi panni autoreferenziali di Autore. Complimenti.

 
 
 
 

Articolo del 11.6.2013:

 
 

In questi giorni sto ricevendo molte, ma veramente molte, richieste di pubblicazione. È una cosa normale e allo stesso anomala, in quanto possono passare anche due settimane senza alcuna richiesta e poi ecco in una settimana un pieno incredibile di bozze in mail.

Come sapete io, nella veste di Samuele Editore, leggo personalmente tutto quanto arriva. È il mio lavoro, e lo amo moltissimo. Fare l’Editore inoltre è spesso una professione che travalica i confini della stretta definizione di lavoro, avvicinandosi squisitamente alla definizione di mestiere.

Perchè fare l’Editore significa incontrare persone, valutarle, essere valutato, ascoltare storie, entrare dentro le storie delle persone. Essere Editore significa anche trovare amici preziosissimi che poi diventano veri e propri collaboratori (non pagati, poveri loro, se non con libri omaggio quando capita). Essere Editore però significa anche incontrare persone maleducate, persone che lo sono involontariamente, persone che lo sono pesantemente.

In questi giorni soprattutto mi capitano dignitosissime persone che, prese dal sacro fuoco della gloria letteraria, al preventivo avvertimento che alla fine del lavoro (che include un editing professionale gratuito) si andrà a discutere di contratto e dati contrattuali, compreso il contributo autoriale, rispondono con un orgogliosissimo e bruciante NON SONO INTERESSATO ALL’EDITORIA A PAGAMENTO. Risposta che da sola gonfia di gloria ed orgoglio l’autore che evidentemente non si abbassa a prostituire la sua opera a facili imbroglioni tutti intenti a mangiare il più possibile a spese e danno degli autori. Autori che, giustamente, hanno già lavorato tanto scrivendo la suddetta meravigliosa opera.

Ora, posto tutto questo (che comprende anche il fatto che in poesia è normalissimo il contributo autoriale mentre in prosa noi non chiediamo contributo ma ovviamente anche rifiutiamo le cose su cui non possiamo investire) mi verrebbe quasi da rispondere con le parole di un mio collega pordenonese. Che a prescindere da tutto sintetizza benissimo il concetto di piccola editoria:

Se mi chiedi di venirti a dipingere la casa, io vengo in amicizia e non ti chiedo nulla, ma se mi chiedi di pubblicarti un libro tu mi chiedi di fare il mio lavoro, e per i servizi che ti do devi pagarmi come pagheresti l’imbianchino che viene a fare il suo lavoro a casa tua, perchè questo è il mio lavoro e io devo viverci. E il tuo libro sappiamo entrambi non venderà centinaia e centinaia di copie.

Io però non sono così gentile come il mio collega, e voglio togliermi uno sfizio lasciando una lettera all’Autore ignoto. Chiedo subito scusa se la terminologia diventerà un po’ forte. Non intendo in modo alcuno offendere nessuno e a nessuno in particolare riferirmi. Voglio però dare un punto di vista editoriale del rapporto che solitamente si instaura tra Autore ed Editore (dicendo che per fortuna non è sempre così).

 

Caro Autore ignoto:

 

  1. il problema dell’Editoria a pagamento non è la conseguenza della malignità degli Editori, ma della tua stupidità

  2. tu, Autore ignoto, non sei evidentemente capace di farti una semplicissima ricerca su google per capire se l’Editore a cui ti sei rivolto è un delinquente o un vero Editore

  3. tu, Autore ignoto, pretendi la pubblicazione gratis ma non ti sprechi mai di comprare libri, dimenticando che se tu comprassi libri forse l’Editore arriverebbe ad avere le possibilità economiche di fare gratis il tuo libro

  4. tu, Autore ignoto che vieni invece rifiutato e che t’incazzi pure a mò di genio incompreso, posto che un Editore ha una linea e un’opinione che può anche essere discutibile, ma è la sua opinione sulla quale ha creato la sua Casa Editrice (e se è ancora lì vuol dire che ci sono autori soddisfatti che lo hanno supportato in diversi modi) devi capire che il 90% di quello che invii all’Editore è una stronzata enorme. L’Editore a rifiutarti ti fa pure un favore.

  5. Tu, Autore ignoto che invece contatti l’Editore senza mandare nulla da leggere, e quando l’Editore ti chiede cortesemente l’opera tu rispondi Non la mando perchè non è coperta da Copyright, sappi che stai dicendo una stronzata ancora più enorme dell’opera al punto precedente. Nessuno ruba opere letterarie perchè non conviene. Inoltre con la crisi che c’è chi vuoi che si imbarchi a rubare la tua opera che comunque non venderà una mazza? Se poi ti credi un novello King, allora non rompere le palle al piccolo Editore ma vai dalla Mondadori, Einaudi, Rizzoli, o da chi cavolo vuoi.

  6. E tu, altrettanto ignoto Autore che rifiuti la pubblicazione a pagamento di un Editore che fa il suo lavoro per poi andare a pubblicare con una tipografia digitale che non ti fa pagare nulla, ma non ti dà più di 10 copie e non fa la benchè minima promozione (non ti rendi conto che per avere le copie che ti serviranno per la promozione che dovrai farti da solo dovrai sborsare soldi comunque?), hai perso un’ottima occasione editoriale.

  7. E infine, caro Autore ignoto, lasciami riassumere tutto quanto detto così: và a comprare libri per cortesia, così facendo aiuterai l’Editoria e vedrai che diminuirà l’esigenza di gestire le pubblicazioni a pagamento, inoltre otterrai la bellissima conseguenza di scrivere qualcosa di bello, magari, perchè avrai finalmente letto qualcosa.

     

     
     
     
     
     
     
     
     

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12 thoughts on “All’Autore ignoto (aggiornato al 15.11.2015)

  1. Caro Alessandro,
    da Aspirante Autore capisco le tue ragioni, ma sono parzialmente in disaccordo sui punti 1 e 3.
    In particolare:
    1. la malignità degli Editori non è l’unica causa ma è sicuramente parte del problema, perché (come tu stesso ammetti al punto 2) alcuni sono dei veri delinquenti e provocano ripercussioni negative sull’intera categoria;
    3. chi ti dice che chi chiede la pubblicazione gratis non compra libri? Forse in realtà li compra, e proprio per questo (che sia o meno consapevole di essere una mosca bianca) si aspetta ingenuamente che l’Editore possa permettersi di fornire il servizio gratis.

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  2. Gentile Alessandro (omonimo), a mio avviso esistono i delinquenti perchè c’è chi si fa fregare. Da questo applicandolo all’Editoria salta subito all’occhio che finchè ci saranno autori che vogliono pubblicare a tutti i costi, nonosante abbiano opere mediocri (perchè sono autori che non leggono!!!), esisteranno editori delinquenti. Poi guarda, torno a ripetere che una banalissima ricerca in rete aiuta a capire se un editore fa il suo lavoro o meno, e sopratutto se ha curato il suo marchio. Sul punto 3 dicevo appunto quello che hai appena detto tu. La pubblicazione gratis spesso significa doversi comprare le copie per fare la promozione e distribuzione che l’editore non fa. Per cui è di fatto editoria a pagamento solo con l’inganno. Tutto questo ovviamente non significa che non esistano opere eccellenti rifiutate per miopia degli editori, così come non significa che non ci siano Editori con la E maiuscola che non fanno pagare e che fanno ottimamente il loro lavoro (per la prosa, oltre la Samuele Editore, vi do due ottimi nomi: Edizioni della Sera e Ali&no Editore)

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  3. Ciao Alessandro, ora mi è chiaro perché non sono riuscita a pubblicare con l’etichetta della “Samuele Editore”. Un sorriso e un caro saluto, Nel

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    1. Mmmmh… ricordami chi sei. Magari non c’entri con questo mio discorso.

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  4. Gentilissimo Alessandro, mi permetta solo di esprimere il mio punto di vista, pur rispettando il suo. Per quanto riguarda l’editoria a pagamento non la vedo come la vede lei. C’è poco da fare: se un’opera è valida o comunque apprezzabile si pubblica, ed è compito dell’editore investire su tale opera, altrimenti si rifiuta e basta. Non condivido minimamente il ragionamento del suo amico editore (se mi chiedi di venirti a dipingere la casa…) per il semplice motivo che una casa editrice non offre servizi all’autore, ma bensì al lettore. L’autore non è un cliente della casa editrice. Il vero cliente è il lettore, ed è per questo che, una casa editrice che ha particolarmente a cuore il lettore, rifiuta di pubblicare un’opera non valida neanche sotto minaccia o dietro l’opzione del pagamento. Se il lettore si fida di me, io non posso tradirlo pubblicando qualcosa di scadente solo perché l’autore mi paga.
    Per quanto riguarda il discorso della pubblicazione della poesia, beh, io posso testimoniare di aver pubblicato due libri di poesie con una piccolissima casa editrice di Padova, e non ho versato un solo centesimo. Per il resto condivido pienamente quello che lei dice, nel senso che purtroppo in giro c’è molta maleducazione, mania di protagonismo e delirio di onnipotenza, e sono sempre meno purtroppo gli autori che scrivono con il cuore, con umiltà e con passione. Rinnovo comunque la mia stima e ripeto: la mia è solo espressione di opinione.

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    1. Gentile Massimo, fondamentalmente sono d’accordo con lei, pur non disconoscendo la mia posizione. Non serve quindi ripetere il problema di fondo: il lettore non esiste. Non esistendo lui non esiste il cliente. Sul non tradire il lettore qui sfonda una porta aperta, e ovviamente è e deve essere così. Sul fatto che lei ha pubblicato due libri di poesia senza contributo ne sono lieto, nel senso che è molto bello quando un editore si impegna così a fondo (la domanda che mi verrebbe, senza essere polemico, è: quante copie lei ha avuto in omaggio? le presentazioni le ha curate l’Editore? il libro è stato distribuito? o se vogliamo girare le domande: quanta tiratura ha fatto l’Editore? e lei poi ha acquistato libri o ha visto l’Editore fare concretamente il lavoro sull’edizione?).
      In questi giorni, le voglio raccontare brevemente una cosa, ho la grandissima soddisfazione di una ragazza (Patrizia Fortunati) che voleva pubblicare con me (ne ho già parlato qui?) ma essendo troppo lontana l’ho girata a un altro editore, aiutandola nella ricerca di chi sembrava più attivo e onesto. Questo libro (Marmellata di prugne) dopo 12 presentazioni a cura della Casa Editrice è arrivato alla quarta ristampa. L’autrice non ha speso nulla. Ma si tratta di un romanzo (bello).
      La mia domanda resta sempre la stessa: ok per un Editore che pubblica a proprie spese Poesia, ha tutto il mio rispetto, ma quanto dura in vita questo Editore?

      Per il resto, torno a dire che sono paradossalmente d’accordo con lei.

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  5. Di entrambi i libri ho ricevuto cinque copie in omaggio. L’editore non ha semplicemente curato le presentazioni, ma le ha organizzate lui direttamente chiedendomi la disponibilità a farle. In un paio di presentazione lui stesso era presente, chiaro che qualcuna l’ho organizzata io, in quel caso l’editore mi ha fornito copie in conto vendita da saldare poi dopo averle vendute, e restituire quelle invendute. L’editore stesso mi ha fornito una cinquantina di copie in conto vendita da gestire a mio piacimento. Il mio editore per adesso non si avvale di un distributore, distribuisce direttamente i libri alle librerie fiduciarie (che non sono neanche poche tutto sommato) con cui ha un rapporto diretto, e il libro è stato distribuito. In merito alla tiratura, beh, certo che non ha senso stampare 5000 copie di un libro di poesie di un esordiente, perché non saranno mai vendute, o comunque non a breve termine. Le tirature sono in entrambi i casi partite da circa 400 copie, per poi passare alle ristampe quand’è stato necessario. Poi alcune copie ho voluto acquistare io, a prezzo scontato, per regalarle a qualche amico stretto e qualche familiare, ma non sono mai stato obbligato a farlo. Ho voluto farlo io, ma non ho mai avuto nessun vincolo in questo senso. Certo, l’editore non pubblica soltanto poesia, e non vive solo facendo l’editore, tuttavia, dice lui, riesce sempre a rientrare delle spese e a guadagnarci anche qualcosa, non abbastanza da poterci vivere, ma quello che gli basta da mettere via qualcosa e continuare a fare dedicarsi alla casa editrice che più una passione che un lavoro vero e proprio. Tuttavia, devo riconoscere che l’editore sta crescendo, e sta facendo parlare sempre più di sé. Un paio di autori sono stati notati dalla e/o, altri dalla Biblioteca dell’immagine.
    Non metto minimamente in discussione la serietà e professionalità di Samuele editore, di cui ho letto un paio di libri che mi sono piaciuti, E’ solo un punto di vista diverso, e non metto in dubbio che anche tra la realtà dell’editoria a pagamento ci siano case editrici oneste e molto professionali. D’altro canto non mi sento neanche di criticare un autore che rifiuta di essere pubblicato a pagamento, perché di per sé, l’editoria a pagamento non sarebbe considerata vera editoria, o comunque non quella tradizionale. Qualcuno mi dice che sono rimasto un po’ indietro, che dovrei mettermi al passo coi tempi, qualcuno mi dice anche che all’estero l’editoria a pagamento è normale. Beh, sinceramente ho vissuto qualche anno negli Stati Uniti, e l’editoria a pagamento viene chiamata “Vanity press”, c’è l’obbligo di specificarlo nel retro della copertina dei libri prodotti in quel modo, e non hanno nemmeno l’accesso alle librerie nè a vari concorsi letterari. Chiedo scusa per la lunghezza di questo messaggio, ripeto, non ho niente contro Samuele editore, anzi.

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  6. Chiedo scusa per qualche errore di battitura, e non solo, ma nella fretta…

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    1. Ne sono lieto allora, è riuscito a trovare una formula che funziona (anche se sottolineo il particolare che con lui condivido… “non vive solo facendo l’editore”). Comunque sia i miei complimenti a lei e all’Editore, che mi sembra faccia quindi un ottimo lavoro.

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  7. Chiaramente dobbiamo distinguere, in ogni occasione, l’autore serio dal c.d. “morto di fame” (che, nel 2015, crede che l’editoria sia un coacervo di Itituti di beneficienza). Io sono un autore serio, e, da esperto di costi, molto esperto di costi, so, statistiche, grafici e documenti alla mano, che i costi dell’editoria, in Italia, semplicemente non sono sostenibili. Pagati i dipendenti o i collaboratori, il tipografo, il distributore, lo spedizioniere, il grafico, le TASSE (…), le librerie (distributori e librerie, infatti, acquistano volumi con sconti folli), al micro-editore serio, cioè il micro-editore che non chiede un finanziamento di 2.500€ o 5.000€ su una plaquette di 40 pagine, rimane un margine di ricavo di 0€, e, a volte il rosso. Con conseguenti fallimenti, pignoramenti, licenziamenti… In Italia, a meno che non si tratti di racomandazione, il micro-editore non riceve fondi di sovvenzione statale o universitaria. Quindi? Il micro-editore serio è un curioso soggetto, che investe tutti i suoi risparmi in vista di certo fallimento e a vantaggio della felicità dei c.d. autori. Bello il mestiere dell’editore. Ché, tra l’altro, da consulente legale, non capisco dove stia scritto che un editore debba applicare un contratto di editoria. I contratti da applicare (cfr. contratto di collaborazione o di crowdfunding) sono le aziende ad applicarli, non i fruitori di servisi). L’editoria è l’unico settore italiano dove il fruitore di un servizio si sente in diritto di chiedere ad un’azienda l’applicazione di un contratto determinato. Le mie conclusioni? Quando falliranno i micro-editori seri, resteranno i grandi editori, non disponibili a stampare se non contro un rientro economico o “politico” ingentissimo, e i micro-editori furbi (cioè i microeditori che chiedono 5.000€ su una plaquette di 30 pagine). Pubblicherete lì, furboni! Cordiali saluti a tutti 🙂

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  8. Roberto Agostini 30 dicembre 2015 — 08:31

    Gentili lettori ed editori, avendo per anni lavorato nell’editoria grande, nazionale e multinazionale, e avendo pubblicato con vari piccoli editori alcune mie poesie, so per certo solamente una cosa: l’editore, piccolo o grande, sciocco o furbo che sia, vale unicamente se riesce a mettere in contatto l’autore con un discreto numero di lettori. Ho partecipato a mille comitati marketing-editoriali proprio su questo tema, l’unico d’interesse per quanti, a vario titolo, si sono occupati o si occupano della filiera editoriale-industriale-commerciale. La mia risposta, in base all’esperienza, è oggi questa: non si deve pagare alcun contributo e credere soltanto nella bontà della propria proposta, a costo di restare impubblicati per sempre. Si deve invece sostenere l’editore nella diffusione del prodotto, ma non come promessa a priori, come impegno a posteriori. Cari piccoli editori, voglio solo dirvi questo: se fate la differenza fra quanto incassate come contributi volontari, quanto spendete per stampare, e quanto per le tasse (e lamentarsi di essere tassati non è civile), qualcosa vi resterà attaccato. No? O lo fate soltanto per carità? Non è polemico questo che dico, è solo un’amara constatazione: nessuno dei piccoli editori cui mi sono rivolto pagando l’obolo – neanche tanto piccolo, facendo due conti – mi ha fatto, tranne un caso cui sono riconoscente, un poco di pubblicità. Delle due l’una: o le mie posie non valevano un tubo – e allora perché me le hanno pubblicate – o valevano qualcosina e perché non le hanno pubblicizzate? Certo, cari piccoli editori, so quanto sia difficile questo mestiere, ma so anche che moltissimi poeti stranieri, di cui ignoravo l’esistenza, continuo a ignorarli perché tanti piccoli non fanno neanche scouting sul mercato internazionale. Allora, perché fregiarsi del titolo di editore? Perché si amano i libri? E chi fra noi non li ama? Io ho conosciuto, diciamo 100 autori di poesie, 20 narcisisti interessati solo a se stessi, 80 con un minimo di interesse per gli altri, per farsi conoscere. Tutti leggiamo, oltre che scrivere. Perfino lapalissiano. Con molti saluti da Milano.

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  9. Roberto Agostini 30 dicembre 2015 — 08:38

    Gentili lettori ed editori, avendo per anni lavorato nell’editoria grande, nazionale e multinazionale, e avendo pubblicato con vari piccoli editori alcune mie poesie, so per certo solamente una cosa: l’editore, piccolo o grande, sciocco o furbo che sia, vale unicamente se riesce a mettere in contatto l’autore con un discreto numero di lettori. Ho partecipato a mille comitati marketing-editoriali proprio su questo tema, l’unico d’interesse per quanti, a vario titolo, si sono occupati o si occupano della filiera editoriale-industriale-commerciale. La mia risposta, in base all’esperienza, è oggi questa: non si deve pagare alcun contributo e credere soltanto nella bontà della propria proposta, a costo di restare impubblicati per sempre. Si deve invece sostenere l’editore nella diffusione del prodotto, ma non come promessa a priori, come impegno a posteriori. Cari piccoli editori, voglio solo dirvi questo: se fate la differenza fra quanto incassate come contributi volontari, quanto spendete per stampare, e quanto per le tasse (e lamentarsi di essere tassati non è civile), qualcosa vi resterà attaccato. No? O lo fate soltanto per carità? Non è polemico questo che dico, è solo un’amara constatazione: nessuno dei piccoli editori cui mi sono rivolto pagando l’obolo – neanche tanto piccolo, facendo due conti – mi ha fatto, tranne un caso cui sono riconoscente, un poco di pubblicità. Delle due l’una: o le mie poesie non valevano un tubo – e allora perché me le hanno pubblicate – o valevano qualcosina e perché non le hanno pubblicizzate? Certo, cari piccoli editori, so quanto sia difficile questo mestiere, ma so anche che moltissimi poeti stranieri, di cui ignoravo l’esistenza, continuo a ignorarli perché tanti piccoli non fanno neanche scouting sul mercato internazionale. Allora, perché fregiarsi del titolo di editore? Perché si amano i libri? E chi fra noi non li ama? Io ho conosciuto, diciamo 100 autori di poesie, 20 narcisisti interessati solo a se stessi, 80 con un minimo di interesse per gli altri, per farsi conoscere. Tutti leggiamo, oltre che scrivere. Perfino lapalissiano. Con molti saluti da Milano.

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