Malaspina – Maurizio Cucchi

covercucchi


Malaspina

Maurizio Cucchi (Mondadori 2013)






Maurizio Cucchi firma, per Mondadori, il suo decimo libro di poesie a titolo Malaspina (Mondadori 2013). Titolo che fa dichiarato riferimento a un laghetto. Alberto Bertoni in prefazione così descrive la raccolta: Se si pensa anche ai successivi approdi narrativi dell’autore, si può leggere questo libro nuovo e compatto – animato da un’affabilità istintiva e rara nella poesia d’oggi – come il romanzo di un Io ricongiunto e tuttavia estraneo a ogni gravame scopertamente autobiografico o psicologico.

Poesie che in effetti portano all’attenzione il tema del divario (o non divario) tra prosa e poesia. Non mancano nel libro inserti efficacissimi in prosa (uno tratto da un romanzo dell’autore stesso) che piuttosto che cornici o apporti appaiono come integrazioni poetiche dei testi stessi. E in effetti la poesia, in questo sistema volontariamente prosastico, non è specificatamente il linguaggio ma il substrato di ricerca, di relazione col mondo, che percorre il libro.

Malaspina racconta sì un sistema di maschere, come bene identifica il prefatore (maschere che sono personaggi storici quali il Console di Lowry, il Capitano che ha avuto contatti con Gadda e Guido Keller, Glenn, Rutebeuf), e che si appella a un io mai invasivo ma visto da fuori, quasi in un’analisi pirandelliana della maschera dell’io, ma Malaspina è sopratutto un’osservazione degli strati, delle sedimentazioni, delle cose nelle cose.

Mi verrebbe quasi da citare il romanzo dello stesso autore (ma forse solo per una sciocca similitudine di titolo) Il male è nelle cose, dove la tenebra emerge da una natura umana che non si crea nel racconto, ma già preesiste. Così nel laghetto Malaspina preesistono sommerse le cose umane, le storie, le tenebre. Uno dei termini chiave in questi testi è appunto strato, sedimentazione. Non a caso uno dei capitoli del libro è proprio Macchine movimento terra che nel loro lavoro fanno riemergere da un sepolto depositi di inesplorata materia remotissima e sepolte storie.

Che poi a ben vedere anche la maschera vive la medesima dinamica della macchina che lavora la terra. Perchè sotto la maschera dimora sepolto l’umano, il vero, il quotidiano della storia. E così si spoglia alla propria natura. Che non è mai un solo preesistente ma una sedimentazione di preesistenti che creano la complessità della realtà. Che ne Il male è nelle cose diventava una comprensione del carnefice da parte della vittima (che comprendeva la non volontaria crudeltà ma la cattività intesa come prigionia della e nella natura umana) e che in Malaspina diventa osservazione della miseria umana, storica quanto individuale (a farmi scappare, nel suo schifo, / con un gesto e un ghigno / di nevrastenia).

Un libro quindi che cammina tra le sedimentiazioni dell’io, dei personaggi, di Milano, della storia e del tempo. Tempo che viene negato come continuum (Nel tempo che invece non esiste / che è un’illusione o solo svolgersi / ordinario di un sé fino a maturazione / e fine) ma che viene adorato come presente (Perciò io adoro il presente / perchè solo il presente contiene / tutto quello che è stato), specificatamente nel suo momento di sospensione, di comprensione delle sue stratificazioni di cose passate e pressate, che lo rendono luce.

A dire, evidentemente che il bene (che cito solo come contrapposizione al male succitato, senza altri connotati che questa contrapposizione, e ad essere precisi bisogna sottolineare quanto il libro tutto viva di contrapposizioni, una fra tutte la presenza così forte della terra seppure il titolo faccia riferimento, pur motivato, all’acqua) non è nella maschera ma nello svelamento e accettazione di tutto ciò che si è formato sotto la maschera. E dentro la storia.






Ho imparato a esprimere gli umori –

anche gli umori forti – senza camuffarli.

Senza infingimenti.


Mi godo brevi soste felici

di sospensione e improvvisa

adesione. Mi oriento

verso un mondo più affabile

e poroso.






La mia memoria, infatti, è una cantina

e nell’umido dei suoi muri marci,

sgretolati, sento l’impronta strana,

invisibile dei defunti, delle loro mani,

come nei sordidi recessi nascosti

albergano funghi, mucillagini e insetti,

topi che guizzano e acute muffe.






Innumerevoli sono i sosia

ovunque sparsi e si susseguono

e mi confondono, colpevoli,

in quelle misere tracce scollate

di identità, la mia, nel mondo.

Io stesso, infine, altro non sono

che un comune esemplare,

appartenente a un gruppo,

a una tipologia scontata,

come milioni. Di chi, dunque,

sarà mai la colpa, nel soma

e non di meno nel pensiero?






Vorrei nuotare nel brodo di gallo,

vorrei avere un cappello fiorito

e uno scialle, una maschera bianca.

Vorrei avere il passo leggero,

ballare anch’io con i ceffi nel borgo.

Vorrei invitare le vecchie affacciate,

cantare e ridere tra i volti grinzosi

e arrossati che vedo nei vetri

dipinti dall’estro violento,

dalla mano dell’artista che canta,

opaco e potente, la terra.

Vorrei portare un berretto

a sonagli…






In questa strenua gerarchia animale

quanti si azzuffano per il diritto

al primo posto all’ora della ciotola?

Prima che questi lucenti palazzi

verticali siano infine infestati dai topi.






Residui minimali, frammenti

chissà perchè incisi nella memoria.

Con un pigro sorriso e un’emozione,

in pace mi godo o subisco spezzoni,

trailer di un vecchio film perduto

e presente per sempre, sepolto.






Ma che cos’è Malaspina? Una voce,

una strana parola, il laghetto

che passava fresco nella stanza buia,

per il ristoro verde di una gita aerea.


Lo rivedo adesso nel gelo, nel bianco

totale, in un estremo paesaggio ghiacciato,

siberiano, alla fantasia, che si compiace

di un’escursione che il tempo ha già ibernato.






Facevo di corsa il ballatoio,

innamorato dell’esplorazione

già minima, eppure inesauribile.

Davo un’occhiata alle finestre estive,

alla vaschetta dell’acqua contro il muro,

sbirciavo il poggiolo dei Mainardi

e lei, che rimagliava le scrolére,

fino al sordido buco della vecchia,

povera diavola nei suoi pidocchi,

povera Angiolina sdraiata sui lastroni.






L’odore di acido fenico

mi stordiva, mi respingeva.

Aveva un gran bel nome, leo: Anita

Bellingieri e si vantava

dei suoi forse fittizi quarti

nobiliari. I suoi cassetti

traboccavano di dannunziani

fazzolettini in seta, bigiotteria,

borsette e caramelle. La vedevo stupito

e a disagio, quasi un ranocchio

nel finale, nel letto alla Baggina,

incartapecorita e tutta grinze.






Nel tempo che invece non esiste

che è un’illusione o solo svolgersi

ordinario di un sé fino a maturazione

e fine, sbando definitivo e arresto

per lo spin del misero soggetto

nel paradosso semplice del mondo,

giacciono strati, subsidenze, depositi

di inesplorata materia remotissima.






In piazza Sant’Ambrogio, verde,

nei suoi spettacolari rotelloni

d’argano, adagiato, per chissà

quale pausa, enorme, il mostro

tra fango e macerie e cumuli,

fogliame, come una bestia antica,

preistorica, un oviraptor

o brachiosauro che morde

e smuove, con lento metodo,

implacabile, che affonda, paziente,

fra strati muti di sepolte storie.






Ma poi, rialzandosi, la benna colma

stride, mentre contemplo

quei grumi tutti secchi, grumi

di fango e vermi. Il fango

rappreso sortto i cingoli o sul rullo

vibrante. Finchè alla fine è quasi

un vasto, lento boato dolente

o un lamento animale.






Perciò io adoro il presente

perchè solo il presente contiene

tutto quello che è stato

ma il presente sospeso, la luce,

questo blocco di terra pressato.








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