Poesia e inutilità

venere

Colgo l’occasione di un commento di un certo Gabriele Marchetti su facebook, in conseguenza alla pubblicazione di alcuni miei inediti sul blog della RAI (a cura della squisita Luigia Sorrentino) per parlare un po’ di poesia. Di che cos’è la poesia. Argomento trito e ritrito che sicuramente altri hanno meglio di me argomentato, spesso da un punto di vista critico, ma qui voglio provare a parlarne da un punto di vista autoriale.

Parto dal commento che comunque condivido: Il problema dei poeti italiani contemporanei (come questo Canzian, che pure è davvero notevole) è che si credono dio, si credono più utili dei filosofi, che già peccano per inutilità, più insostituibili del tempo, della vita stessa, delle cose. Invece sanno solo spremere parole vuote, arrancanti, mescolate ad altre per creare che cosa? Nulla di che, nulla di che, nulla di che….

Intanto ringrazio il Marchetti di considerarmi notevole, per quanto inutile. Di un’inutilità evidentemente contemporanea, che non dice nulla. Il che per parte della produzione poetica di questi anni è vero, ma presumo in maniera anche abbastanza legittima che tutte le epoche storiche possano essere accusate di tanto. La poesia si scrive da sempre e da sempre ha i suoi alti e bassi, come i suoi momenti di vuoto, d’assenza.

Che il poeta poi si crea dio non è cosa di oggi, ma anche questa di sempre. Il poeta è un piccolo dio, inevitabilmente, nel piccolo mondo privato che si crea. Che si concede. Un dio privato, pagano, che assume in sé il bene e il male che noi non accettiamo nel Dio religioso. Col Dio religioso condivide il potere creativo, pur non materico, pur non dal nulla. Ma è sempre creazione.

Sull’accenno ai filosofi poi c’è da dire che è tutta nostra e di oggi questa divisione tra poesia e filosofia, così come tra scienza e letteratura. Il poeta è e deve essere un filosofo, pur essendo privo degli strumenti del filosofo. La scienza da qualche anno sta comprendendo che per comprendere il cosmo e la realtà è necessario uno sforzo d’immaginazione, che è squisitamente poetico, così come la poesia sta acquisendo termini scientifici per poter ampliare le sue potenzialità comunicative. Così non vedo perchè un connubio filosofia/poesia debba essere evitato.

Il problema probabilmente va spostato sul periodo, non sui poeti. Che il periodo attuale, non poeticamente ma socialmente, sia all’insegna dell’inutilità lo posso assolutamente accettare e condividere. Paure, stress, nervosismi, una vita che non ha più significato similmente a quando eravamo in guerra (solo che adesso l’elemento che opprime e disprezza la vita non è il nemico ma il commercio, che si guardi la grande crisi quanto si guardino gli inserti consapevolmente cancerogeni nei cibi, nei terreni, nelle falde acquifere, eccetera). Abbiamo un concetto di relativismo che minimizza l’importanza della vita umana. Non per nulla abbiamo i concetti di terrorismo, di guerra preventiva, dove l’annichilimento della vita diventa giustificato in nome di un bene superiore.

Allo stesso tempo però abbiamo le grandi battaglie per un singolo, o un cane, o una piccola comunità che in un mondo mediatico diventano il centro dell’attenzione che fa vedere solo quello, e non la totalità dei drammi umani. La recente tragedia in Siria è un caso emblematico di questo. Sicuramente una questione enorme, ma perchè osservare solo questa tragedia quando vi sono guerre civili sparse per il mondo da decenni, e nessuno se ne cura. Tornano alla ribalta solo quando ci sono interessi altri da difendere, o ad acquisire. E questa è una cosa che, grazie all’intelligenza umana, noi tutti sappiamo.

Immagino che il concetto di inutilità possa essere definito con quanto appena detto. Un’inutilità che tocca anche i poeti e ciò che loro vanno a scrivere. Cambiando il significato stesso della poesia. Abbiamo da una parte una poesia lirica che spinge a descrivere la disumanizzazione di un quotidiano metropolitano, globalizzato. A descrivere il posto dell’uomo in tutto questo. Dall’altra parte abbiamo una poesia impegnata, civile, altre volte storica, che tenta di trovare se non la cura almeno dei motivi, delle origini all’oggi. Senza spesso dire nulla, questo è vero. Ma forse perchè non c’è nulla da dire, non ci sono risposte e un poeta che pone la questioni non dando una risposta mi pare sia un poeta intelligente (per fare un nome in questa direzione chiamerei in causa l’amica Giovanna Frene).

Alcune settimane fa ho ricevuto un’altra recensione al mio Histoire d’O, a cura di Francesco Tomada (carissimo) che iniziava dicendo che oggi non si dovrebbe mai parlare d’amore. Perchè è banale, si rischia una retorica che oggi avrebbe dell’assurdo. Ed è verissimo, a parer mio dopo le Occasioni e Xenia non ha quasi più senso scrivere d’amore. Se ne parlava negli stessi termini anche con Gianfranco Lauretano alla presentazione dell’ultimo libro di Marco Marangoni a San Vito al Tagliamento (Pn).

Non va dimenticato però che la poesia è composta di due elementi essenziali: l’esperienza dell’autore e la sua tecnica. L’esperienza è data dalla vita stessa del poeta, che imprescindibilmente si lega alla sua natura. Natura spesso controversa, combattuta, fatta di luci e ombre che non a caso hanno creato una spinosa questione (se ne parlava tempo fa con Angela Felice, del Centro Pier Paolo Pasolini di Casarsa, Pn) così riassumibile: può una persona dalla vita deprecabile scrivere cose bellissime? Abbiamo un esempio qui a Udine di scrittore bravissimo ma dalla vita veramente controversa, discutibile. La tecnica è data dagli studi e dagli esercizi.

L’esperienza, la caratteristica umana dell’autore, corrisponde poi alla sua onestà. Si può scrivere solo di ciò che si sa. Se una persona amerà il sesso avrà di conseguenza una vita con molti rapporti e scriverà di conseguenza di sesso. Così una persona per personalità civilmente impegnata osserverà maggiormente nella società a lui attorno i connotati e le problematiche civili, scrivendo di conseguenza di questo (come l’ottimo Fabio Franzin, che pure non vuole essere definito un poeta civile). Chi invece ha un animo subordinato alle esigenze sentimentali scriverà di questo, se vorrà fare onestamente poesia.

Perchè l’onestà è il dato più importante in poesia. Onestà che fa diventare la poesia un atto di coraggio verso se stessi, e di conseguenza verso il mondo. Leopardi diceva che conosceva gli uomini perchè conosceva se stesso, e questo è in effetti il significato della poesia. Universalizzare il proprio microcosmo che può essere intimo o può essere il mondo attorno. Con realtà, concretezza, essenzialità, sintesi. L’efficacia è subordinata a tutto questo.

Non precluderei quindi, per quanto anche io da Editore preferisco dare indicazioni di parte, alcuna tematica. Perchè la poesia di oggi non sono le tematiche quanto l’obiettivo finale che ha l’autore. Diventare una voce riconoscibile? Famosa? Oppure dire qualcosa di significativo al mondo? E in che termini? Oppure creare un palliativo al mondo, una bellezza che per il momento del testo dia sollievo al lettore? Dare un indirizzo esistenziale all’uomo? Queste sono le domande che il poeta si pone, o che si dovrebbe porre.

Siamo in un tempo di inutilità e questo lo sappiamo, lo diciamo, lo ascoltiamo e lo leggiamo. Ma la poesia fa sempre qualcosa, per il solo fatto che esiste. E, personalmente, crea una bellezza pur con l’inutilità. Perchè la bellezza, lo abbiamo dimenticato decenni fa, è utilità. Si vedano i canoni di bellezza antichi dove la bellezza era fertilità oltrepassando il concetto fisico per un canone portatore di cambiamento sociale. Si veda Dante fra tutti, dove la bellezza è tramite a Dio. Si legga Olimpia di Luigia Sorrentino dove la bellezza è morte e rinascita.

Per quanto mi riguarda riuscire a creare una bellezza con l’inutilità è creare un qualcosa di utile in contrapposizione con l’inutilità. È quindi dare un indirizzo all’uomo ma non a livello di tema, di dettato diretto. A livello di forma, di composizione. David Maria Turoldo scrisse che sarà anche la poesia a salvare l’uomo e io ne sono assolutamente convinto. Perchè dopo i gas siriani (che non dimentichiamo sono stati lanciati da qualcuno, ma qualcun altro li ha costruiti e venduti), dopo le armi fatte anche per i bambini (in America), se l’uomo riesce ancora a creare una bellezza è un uomo comunque salvo, è un uomo che costruisce qualcosa di positivo, di vivo.

E in tutto questo la questione inizialmente accennata del può una persona dalla vita deprecabile scrivere cose bellissime? diventa assolutamente emblematica perchè avvicina (io direi anzi identifica) il poeta con il mondo.

Può una persona dalla vita deprecabile scrivere cose bellissime?

Può un mondo dalla vita deprecabile creare cose bellissime?

Finchè il poeta ci riesce, secondo me (e questa è un’opinione personale sul nostro periodo storico), il mondo ha ancora una sua salvezza.








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