Poesia e inutilità

venere

Colgo l’occasione di un commento di un certo Gabriele Marchetti su facebook, in conseguenza alla pubblicazione di alcuni miei inediti sul blog della RAI (a cura della squisita Luigia Sorrentino) per parlare un po’ di poesia. Di che cos’è la poesia. Argomento trito e ritrito che sicuramente altri hanno meglio di me argomentato, spesso da un punto di vista critico, ma qui voglio provare a parlarne da un punto di vista autoriale.

Parto dal commento che comunque condivido: Il problema dei poeti italiani contemporanei (come questo Canzian, che pure è davvero notevole) è che si credono dio, si credono più utili dei filosofi, che già peccano per inutilità, più insostituibili del tempo, della vita stessa, delle cose. Invece sanno solo spremere parole vuote, arrancanti, mescolate ad altre per creare che cosa? Nulla di che, nulla di che, nulla di che….

Intanto ringrazio il Marchetti di considerarmi notevole, per quanto inutile. Di un’inutilità evidentemente contemporanea, che non dice nulla. Il che per parte della produzione poetica di questi anni è vero, ma presumo in maniera anche abbastanza legittima che tutte le epoche storiche possano essere accusate di tanto. La poesia si scrive da sempre e da sempre ha i suoi alti e bassi, come i suoi momenti di vuoto, d’assenza.

Che il poeta poi si crea dio non è cosa di oggi, ma anche questa di sempre. Il poeta è un piccolo dio, inevitabilmente, nel piccolo mondo privato che si crea. Che si concede. Un dio privato, pagano, che assume in sé il bene e il male che noi non accettiamo nel Dio religioso. Col Dio religioso condivide il potere creativo, pur non materico, pur non dal nulla. Ma è sempre creazione.

Sull’accenno ai filosofi poi c’è da dire che è tutta nostra e di oggi questa divisione tra poesia e filosofia, così come tra scienza e letteratura. Il poeta è e deve essere un filosofo, pur essendo privo degli strumenti del filosofo. La scienza da qualche anno sta comprendendo che per comprendere il cosmo e la realtà è necessario uno sforzo d’immaginazione, che è squisitamente poetico, così come la poesia sta acquisendo termini scientifici per poter ampliare le sue potenzialità comunicative. Così non vedo perchè un connubio filosofia/poesia debba essere evitato.

Il problema probabilmente va spostato sul periodo, non sui poeti. Che il periodo attuale, non poeticamente ma socialmente, sia all’insegna dell’inutilità lo posso assolutamente accettare e condividere. Paure, stress, nervosismi, una vita che non ha più significato similmente a quando eravamo in guerra (solo che adesso l’elemento che opprime e disprezza la vita non è il nemico ma il commercio, che si guardi la grande crisi quanto si guardino gli inserti consapevolmente cancerogeni nei cibi, nei terreni, nelle falde acquifere, eccetera). Abbiamo un concetto di relativismo che minimizza l’importanza della vita umana. Non per nulla abbiamo i concetti di terrorismo, di guerra preventiva, dove l’annichilimento della vita diventa giustificato in nome di un bene superiore.

Allo stesso tempo però abbiamo le grandi battaglie per un singolo, o un cane, o una piccola comunità che in un mondo mediatico diventano il centro dell’attenzione che fa vedere solo quello, e non la totalità dei drammi umani. La recente tragedia in Siria è un caso emblematico di questo. Sicuramente una questione enorme, ma perchè osservare solo questa tragedia quando vi sono guerre civili sparse per il mondo da decenni, e nessuno se ne cura. Tornano alla ribalta solo quando ci sono interessi altri da difendere, o ad acquisire. E questa è una cosa che, grazie all’intelligenza umana, noi tutti sappiamo.

Immagino che il concetto di inutilità possa essere definito con quanto appena detto. Un’inutilità che tocca anche i poeti e ciò che loro vanno a scrivere. Cambiando il significato stesso della poesia. Abbiamo da una parte una poesia lirica che spinge a descrivere la disumanizzazione di un quotidiano metropolitano, globalizzato. A descrivere il posto dell’uomo in tutto questo. Dall’altra parte abbiamo una poesia impegnata, civile, altre volte storica, che tenta di trovare se non la cura almeno dei motivi, delle origini all’oggi. Senza spesso dire nulla, questo è vero. Ma forse perchè non c’è nulla da dire, non ci sono risposte e un poeta che pone la questioni non dando una risposta mi pare sia un poeta intelligente (per fare un nome in questa direzione chiamerei in causa l’amica Giovanna Frene).

Alcune settimane fa ho ricevuto un’altra recensione al mio Histoire d’O, a cura di Francesco Tomada (carissimo) che iniziava dicendo che oggi non si dovrebbe mai parlare d’amore. Perchè è banale, si rischia una retorica che oggi avrebbe dell’assurdo. Ed è verissimo, a parer mio dopo le Occasioni e Xenia non ha quasi più senso scrivere d’amore. Se ne parlava negli stessi termini anche con Gianfranco Lauretano alla presentazione dell’ultimo libro di Marco Marangoni a San Vito al Tagliamento (Pn).

Non va dimenticato però che la poesia è composta di due elementi essenziali: l’esperienza dell’autore e la sua tecnica. L’esperienza è data dalla vita stessa del poeta, che imprescindibilmente si lega alla sua natura. Natura spesso controversa, combattuta, fatta di luci e ombre che non a caso hanno creato una spinosa questione (se ne parlava tempo fa con Angela Felice, del Centro Pier Paolo Pasolini di Casarsa, Pn) così riassumibile: può una persona dalla vita deprecabile scrivere cose bellissime? Abbiamo un esempio qui a Udine di scrittore bravissimo ma dalla vita veramente controversa, discutibile. La tecnica è data dagli studi e dagli esercizi.

L’esperienza, la caratteristica umana dell’autore, corrisponde poi alla sua onestà. Si può scrivere solo di ciò che si sa. Se una persona amerà il sesso avrà di conseguenza una vita con molti rapporti e scriverà di conseguenza di sesso. Così una persona per personalità civilmente impegnata osserverà maggiormente nella società a lui attorno i connotati e le problematiche civili, scrivendo di conseguenza di questo (come l’ottimo Fabio Franzin, che pure non vuole essere definito un poeta civile). Chi invece ha un animo subordinato alle esigenze sentimentali scriverà di questo, se vorrà fare onestamente poesia.

Perchè l’onestà è il dato più importante in poesia. Onestà che fa diventare la poesia un atto di coraggio verso se stessi, e di conseguenza verso il mondo. Leopardi diceva che conosceva gli uomini perchè conosceva se stesso, e questo è in effetti il significato della poesia. Universalizzare il proprio microcosmo che può essere intimo o può essere il mondo attorno. Con realtà, concretezza, essenzialità, sintesi. L’efficacia è subordinata a tutto questo.

Non precluderei quindi, per quanto anche io da Editore preferisco dare indicazioni di parte, alcuna tematica. Perchè la poesia di oggi non sono le tematiche quanto l’obiettivo finale che ha l’autore. Diventare una voce riconoscibile? Famosa? Oppure dire qualcosa di significativo al mondo? E in che termini? Oppure creare un palliativo al mondo, una bellezza che per il momento del testo dia sollievo al lettore? Dare un indirizzo esistenziale all’uomo? Queste sono le domande che il poeta si pone, o che si dovrebbe porre.

Siamo in un tempo di inutilità e questo lo sappiamo, lo diciamo, lo ascoltiamo e lo leggiamo. Ma la poesia fa sempre qualcosa, per il solo fatto che esiste. E, personalmente, crea una bellezza pur con l’inutilità. Perchè la bellezza, lo abbiamo dimenticato decenni fa, è utilità. Si vedano i canoni di bellezza antichi dove la bellezza era fertilità oltrepassando il concetto fisico per un canone portatore di cambiamento sociale. Si veda Dante fra tutti, dove la bellezza è tramite a Dio. Si legga Olimpia di Luigia Sorrentino dove la bellezza è morte e rinascita.

Per quanto mi riguarda riuscire a creare una bellezza con l’inutilità è creare un qualcosa di utile in contrapposizione con l’inutilità. È quindi dare un indirizzo all’uomo ma non a livello di tema, di dettato diretto. A livello di forma, di composizione. David Maria Turoldo scrisse che sarà anche la poesia a salvare l’uomo e io ne sono assolutamente convinto. Perchè dopo i gas siriani (che non dimentichiamo sono stati lanciati da qualcuno, ma qualcun altro li ha costruiti e venduti), dopo le armi fatte anche per i bambini (in America), se l’uomo riesce ancora a creare una bellezza è un uomo comunque salvo, è un uomo che costruisce qualcosa di positivo, di vivo.

E in tutto questo la questione inizialmente accennata del può una persona dalla vita deprecabile scrivere cose bellissime? diventa assolutamente emblematica perchè avvicina (io direi anzi identifica) il poeta con il mondo.

Può una persona dalla vita deprecabile scrivere cose bellissime?

Può un mondo dalla vita deprecabile creare cose bellissime?

Finchè il poeta ci riesce, secondo me (e questa è un’opinione personale sul nostro periodo storico), il mondo ha ancora una sua salvezza.








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42 thoughts on “Poesia e inutilità

  1. Un bell’intervento.
    Soffro nel veder disprezzata la poesia e nel sentire di editori che rifiutano di pubblicarla perché “non vende”… quanta bellezza persa! In verità non è il tempo a distruggere la poesia, né il mercato o la rapidità (ha resistito a maestose tragedie), è una questione di disumanità. Perdiamo lo spessore…

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    1. Un ringraziamento alla commentatrice. In realtà la questione non è che la poesia non vende, questo è un effetto. Il problema è che la poesia non ha più un suo ruolo preciso nella società. Anche se bisogna riconoscere azioni più che lodevoli quale quella di Roberto Cescon che porta la poesia a scuola col blog ipoetisonovivi.com. Da non dimenticare anche la carissima Maria Grazia Calandrone con la poesia nelle carceri.

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      1. Ci vorrebbero tante persone così. La società è fatta di impegno individuale!

        Una buona serata e complimenti sempre per quello che anche tu fai per la poesia 🙂

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  2. Bene Alessandro! Leggendoti mi è tornata nitido Oscar Wilde nel suo catalogo sull’estetica :

    “Dovete capire che vi sono due mondi: quello che è senza che se ne parli, e lo si chiama mondo reale, perché non si ha nessun bisogno di parlarne per vederlo. L’altro è il mondo dell’arte, e di questo bisogna parlarne, perché altrimenti non esisterebbe.
    In arte le buone intenzioni non hanno il minimo valore. Tutta l’arte cattiva è il risultato di buone intenzioni.
    Tutta l’arte è completamente inutile.
    L’arte è un simbolo poiché un simbolo è l’uomo.
    L’arte rispecchia lo spettatore, non la vita.”

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  3. premesso che sono d’accordo su quasi tutto, trovo (anche in risposta al commentatore da cui nasce il post), che si tenda a relativizzare il discorso su valori occidentali. è il nostro mondo, e quindi prendiamo tutto ciò che vi accade per buono. ma c’è da dire però che in altri tipi di società (mediorientale, asiatica, persino nella vecchia europa dell’est) dove cioè il sistema consumistico ha un diverso peso, la poesia ha ancora un suo ruolo ben determinato, i poeti sono letti quanto i romanzieri, vendono pure. ora, noi possiamo anche credere che il nostro sia il migliore dei mondi possibili, e per questo ammettiamo che la poesia è inutile perché c’è stata la volontà di annullarla da parte della nostra società; però è inutile “per noi”, non in assoluto, e questa è una bella differenza.

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  4. Caro Canzian,

    condivido appieno le Sue considerazioni in merito al “percorso” a cui la poesia si debba destinare. Ciò che emerge è una acquisizione di consapevolezza che tutti noi andiamo conducendo; acquisizione tesa a portare, con un tratto di penna, una persona, sia anche la nostra stessa anima, oltre i confini del mondo. Oltre i confini, con voli intimistici, nascendo dalle semplificazioni più pure come così avrei voluto srotolare nella mia:

    LETTERA E PAROLA

    una linea tracciata dall’arcano di un canto remoto
    incontra la curva del suo desiderio
    e chiudersi in se stessa
    alcuni momenti sperando realizza
    e aprirsi all’eterno abbraccia concave emozioni
    per incroci inviolabili
    suggella la propria devozione all’umanità
    che muovendosi lettere coniche immagini affiorano
    discrasia omogenea si stira
    ed una parola nasce
    alla disambiguazione vagisce
    sangue e amori prostrando al genere
    che quale genere

    les

    grazie dell’attenzione

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  5. Adriana Gloria Marigo 13 ottobre 2013 — 09:20

    Carissimo Alessandro, leggo con vivo interesse quanto hai scritto in risposta finissima al tuo commentatore. Ora, non avrei nulla da aggiungere in quanto hai portato in luce il problema della poesia – dell’arte in generale – con chiara evidenza e ricerca di risposte congrue al problema stesso. Ché lo sappiamo: accompagna l’arte da quando è divenuta espressione umana e risente della discrepanza tra l’immanenza e la creanza.
    Non può essere diversamente: la psiche lavora su più piani ai quali accede per suoi intrinseci bisogni e sospinta dagli archetipi: nello specifico della creazione artistica non le è pertinente “ordinare” “finalizzare”, ma unicamente – e meno male! – produrre immagini parole suoni…che troveranno indagine e collocazione dalle altre parti delegate a “sistemare” ciò che immaginazione e creatività hanno prodotto.
    Quelle altre parti sono costituite dal “giudizio” e su questo, piuttosto, mi soffermerei o aggiungerei qualcosa in risposta al tuo interlocutore: quando si applica una osservazione critica o più enfaticamente un giudizio, siamo certi che stiamo usando una percentuale di ragionamento adatto alla materia che stiamo trattando? Siamo proprio certi che siamo in possesso degli elementi sufficienti e necessari a indagare un “testo” che scaturisce non dal razionale, ma dal profondo, assai profondo della psiche che ha a che fare con le immagini che arrivano dall’orizzonte mobile del pensiero immaginativo?
    L’arte non si prefigge di essere didattica: l’artista crea e basta, non è sospinto dal pensiero di creare per insegnare. Se la sua opera sarà buona – risponderà dunque a quell’elemento che porta in sé come archetipo e che è la Bellezza, la quale emergerà inevitabilmente con tutti i suoi richiami e indicazioni – compirà il lavoro! – sua sponte – di “far sentire” la possibilità di costruire qualcosa nel mondo dei valori.
    La poesia – quando c’è – parla ai valori che l’uomo porta in sé e induce a considerare l’essere di ciascuno in relazione all’altro. Certo, avvia a percorsi di domande e ricerca di risposte intorno al sé e al mondo in cui ciascuno è chiamato ad agire e prima a pensare, ci pone nell’obbligo ad ascoltare e auscultarci ciò che ci giunge da quelle parti psichiche con cui siamo poco in contatto per i più diversi motivi, i quali si possono tutti raggruppare sotto il termine di “paura”.
    Che sia questo, uno dei compiti impliciti della Poesia, la liberazione dalla paura?

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  6. Secondo me, l’inutilità è uno pseudo-problema. Già il fatto che ci si interroghi se una cosa è utile o meno non depone a favore della sua utilità. Possiamo anche far pace con noi stessi e ammettere che la poesia è essenzialmente inutile, come già Oscar Wilde (citato a proposito da Luigia Sorrentino) ammetteva senza sforzo più di centoventi anni fa. Molto più interessante è invece la questione dell’onestà. Il poeta dovrebbe essere onesto, come chiunque eserciti un attività e desideri vederne riconosciuto il valore all’interno della comunità. Per me essere onesto, come poeta, non significa solo scrivere di ciò che conosco, ma fidarmi delle cose di cui scrivo e della mia capacità di dirle. Significa usare la parola per mettermi a nudo e non per nascondermi. Significa anche porre l’attenzione al di fuori di me; creare cose che possano vivere indipendentemente da me – secondo l’etimologia di “pòiesis”, che rimanda al semplice fare.

    Purtroppo, a mio modo di vedere, la poesia si è smarrita nel suo sforzo di auto-definirsi e giustificarsi. È un destino che condivide con quello di molte altre arti, in quest’ultimo secolo, almeno nella nostra civiltà occidentale. La sfida della complessità sempre crescente e della ridefinizione dei valori si è rivelata troppo grande e ha prodotto un progressivo isterilimento dell’ispirazione e dell’onestà. Per usare una similitudine teologica, si può dire che la poesia ha preferito la via della gnosi a quella dell’ecumenismo. È diventata un culto misterico, che celebra le proprie liturgie quasi in segreto, lontano dal mondo; crede di essere vicina al mondo, ma in realtà parla tutt’un’altra lingua. Spesso usa una voce obliqua, fatta per celare anziché per rivelare, e ne gode come di un piacere riservato a pochi. Non sto dicendo che la poesia dovrebbe essere semplice; dico che dovrebbe essere onesta e usare la complessità della lingua come uno strumento, non come una maschera.

    Alcune osservazioni, come il fatto che non abbia più senso scrivere d’amore dopo Xenia, non potrebbero trovarmi più in disaccordo. Il passato è un carico prezioso e grave che non possiamo, neanche volendo, toglierci di dosso: ma non dobbiamo fissarci in esso, dobbiamo guardare al futuro. Anche questo è un problema tutto occidentale. I poeti cinesi di oggi (penso a Genzi o Yang Lian) non sembrano soffrirne, nonostante crescano dal ceppo di una civiltà ben più antica della nostra. A noi manca il coraggio di rivolgerci schiettamente in avanti e di scrivere poesia ingenua e nuova, anche d’amore, anche dopo Xenia; anzi, soprattutto dopo Xenia. Manca la fiducia nelle cose e nel futuro che invece (pur fra gli infiniti problemi e contraddizioni) anima l’atmosfera culturale delle città indiane, brasiliane, africane. Ci interroghiamo sull’utilità e sulla possibilità della scrittura, anziché, semplicemente, scrivere.

    A costo di apparire eretico, voglio aggiungere che secondo me ciò dipende proprio dal fatto che la poesia ha voluto, da almeno cinquant’anni a questa parte, porsi fuori dal mercato. Come fosse il mercato, come concetto, ad essere malvagio, e non piuttosto il modo corrente di amministrarlo. Il mercato non è un’invenzione della moderna società capitalista. Da quando esiste l’uomo esiste anche il mercato: è mercato il sūq, era mercato l’agorà. Uscendo da questo contesto, la poesia ha rinunciato a qualsiasi criterio di valore: ora chiunque scriva qualche frase andando a capo abbastanza spesso può dirsi poeta, e in effetti lo fa. Anche questo è un venir meno all’onestà, che la società considera con estrema diffidenza. La gente si è abituata a trattare la poesia con le molle, come qualcosa di cui non sa bene che fare; mentre noi ci interroghiamo sull’utilità dei nostri versi, essa cerca la poesia altrove: nel cinema, ad esempio, o nella fotografia.

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  7. Gabriele Marchetti 14 ottobre 2013 — 07:53

    Il discorso da me (ahimè…) iniziato sull’inutilità era una provocazione dovuta alla caterva di cosiddetta poesia che viene pubblicata oggi in Italia. L’inutilità è riferita alla stragrande maggioranza dei titoli stampati: leggeteli, e oltre a sentirvi ronzare nelle orecchie la solita solfa che pare copiata in serie, vedrete che vi nascerà dentro l’impressione che vi stiano prendendo in giro. Come viene fatta oggi, in Italia (a parte pochi casi), la poesia si è ridotta ad una gara a chi riesce meglio ad autoreferenziarsi. Intendo dire che il poeta vuole essere più importante delle propria opera; cerca di invadere il testo, ci riesce benissimo e ne annulla la già poca forza interiore. Questi credono che essere poeti sia una sfida di popolarità mediatica, il che, gli va riconosciuto, rientra perfettamente nello spirito contemporaneo. Dovrebbero fare un passo indietro, liberare il testo da cose che non c’entrano, come la loro presenza sconfinata, l’importanza che si danno, che pensano di avere. E non ce l’hanno, oppure capirebbero che l’artista è meno importante della sua opera; il nome va svalutato, o meglio annullato, a favore del testo. Per questo siamo all’inutilità.
    Che poi la poesia serva ancora a qualcosa, sono il primo a sostenerlo. Altrimenti non ne scriverei e nemmeno ne leggerei, e soprattutto non spenderei tempo e soldi nella speranza di scoprire, un giorno, il libro di un poeta di questa generazione che davvero sia poeta e non il solito modaiolo (e vi rimando al post di Canzian su FB) che va ai festival (…) con al fianco un’algida bellezza intellettualoide.

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  8. Adriana Gloria Marigo 14 ottobre 2013 — 10:12

    Gentilissimo Gabriele Marchetti,
    le faccio una proposta, considerando il fatto che in Italia esiste un numero – evidentemente minore – di poeti che non antepongono se stessi all’opera.
    Anzi, hanno talmente rispetto per l’opera, che crescono poesia appartata, singolare e di alto contenuto: sottrarrà un po’ del suo tempo alla ricerca di tutto il pattume per dedicarlo invece a individuare quei pochi che non calcano la scena e non si sottopongono alla corvée della ricerca del successo come conferma di eccellenza in poesia?
    Credo che occorra – come in altri contesti – cambiare la prospettiva, abbandonare la modalità della lagnanza, focalizzare attenzione ascolto decifrazione su ciò che non è in evidenza, far emergere ciò che vale realmente secondo quei valori eterni cui ci rivolgiamo per sapere di cosa stiamo parlando, per essere in comunicazione autentica.
    A.G.M

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    1. Gabriele Marchetti 14 ottobre 2013 — 10:41

      Cara Adriana, condivido la sua visione riguardo a questi pochi fiori nel deserto. Le faccio un nome, che considero destinato a durare: Annalisa Teodorani. Per il resto, vorrei anch’io scovare solo il bello ed evitare il mediocre (anche perché, credo, ho già scontato la mia parte di pena sorbendomi questi poetastri…). E in prima persona sto sperimentando il silenzio di tutto il mondo letterario italiano nei riguardi di chi non è già famoso o non ha gli amici giusti. Ho pubblicato una raccolta di poesia nel maggio di quest’anno, in barba a tutti quelli che mi dicevano che la mia poesia era qualcosa di fuori posto e fuori momento. Me ne sono fregato. Sono anch’io un cultore della parole poetica, e so già che non ci sarà mai vero spazio per quelli come me.
      Ma le è sfuggito forse il senso più importante del mio discorso sull’assenza del poeta a favore del testo: non solo ci si deve concentrare su di esso invece che sulla biografia e sulle spacconate dell’autore, ma nel testo stesso il poeta non dovrebbe mai dire IO. Mai, a costo di far credere che non esista un autore. La poesia, per me, è immagine innanzitutto. Epifania, diciamo. E l’autore, in questo, non deve avere parte.

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  9. Adriana Gloria Marigo 14 ottobre 2013 — 21:27

    Non mi è sfuggito il senso principe del suo “… discorso sull’assenza del poeta a favore del testo….”, anzi!
    Le assicuro che conosco – e frequento – un certo numero di poeti che professano questa fede. E’ con loro che porto avanti il discorso epifanico dove accade il senso – ragione e sentimento – della poesia. E su questo non c’è marketing che insista, nulla che sottragga grandezza alla parola aligera!

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    1. Gabriele Marchetti 15 ottobre 2013 — 13:38

      Cara Adriana, vorrei davvero conoscere questi poeti. Forse sarebbero consoni alle mie corde e mi piacerebbe leggerli.

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  10. Boh… parlando di eliminazione dell’io secondo me vanno fatti dei distingui. Intanto bisogna sempre porre una questione fondamentale: nessuno può dirsi poeta, sarà il tempo a dare questo nome. Io stesso come Editore rifiuto ai miei autori questo appellativo, perchè scrivere versi non è scrivere poesie. I versi diventeranno (forse) poesie col tempo. Ciò che resta diventa poesia. Certo anche nel “restare” ci sono molti fattori. Ma bene o male si può pensare che “resti” ciò che più “ha influenza” in un dato periodo e nei seguenti. Sostanzialmente, quando si ha qualcosa da dire e lo si dice si sente, e si sente nel tempo, e tanto resta. Tornando al discorso dell’io direi che se l’io è così ingombrante da divenire paravento per un nulla della poesia (abbiamo qualche bell’esempio eccellente nella poesia femminile di oggi, tutti lo diciamo tra noi ma nessuno lo dichiara apertamente), allora sì è meglio eliminarlo. Ma questo sarà il tempo a farlo. Se l’io è invece analisi o semplicemente poesia lirica insomma… direi che diventa uno strumento che se non disdicevolmente utilizzato è anche legittimo. In ultimo un plauso all’affermazione che ho letto: “guardiamo quanto c’è di buono”. Perchè in effetti è facile criticare in senso negativo. La sfida è trovare il buono, e decidere e spiegare perchè è buono.

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  11. Caro Canzian,

    ai posteri l’ardua sentenza…che poi si sa: la storia la scrivono i vincitori, salvo poi le rivisitazioni, i relativismi.
    Incunearsi in tali concetti, lo trovo gineproso; ognuno si dica e sia chiamato come più si creda, che alla fine lo slancio, lo sforzo, l’esprit lo caratterizzeranno al di là che un essere umano lo ritenga poeta, mille umani lo osannino o la critica lo stronchi; basti una farfalla che si posi sul foglio che non lo farà per caso.

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      Sincerely yours, Dave Mccord

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  12. Porto all’attenzione, dopo la risposta di Guido qui tra i commenti, anche un suo bell’articolo molto limpido sul suo blog. Mi piace ed è chiaro.

    http://guidoq.wordpress.com/2013/10/15/alcune-cose-che-penso-riguardo-alle-sedie/

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  13. luciannaargentino 28 ottobre 2013 — 13:11

    Caro Alessandro ho letto con molto interesse il tuo pezzo e devo dire che sono d’accordo su diversi punti a parte che non amo molto affermazioni tipo “dopo quello non si può scrivere questo, dopo talaltro non si può scrivere quest’altro”… (compreso Adorno) e l’articolo molto bello di guido che segnali dice proprio questo alla fine. Ognuno di noi è un essere unico e irripetibile e ognuno di noi può aggiungere qualcosa di buono e di bello, di nuovo, lo sguardo di ognuno è una finestra unica aperta sul mondo. E poi volevo dire che le persone non sono fatte a scompartimenti, voglio dire che quando affermi che si possa scrivere solo di ciò che si sa qualcosa mi stona perché ciò che sappiamo di noi, degli altri, del mondo che ci circonda è davvero poco. E per quanto mi riguarda la poesia è anche un modo per conoscere meglio la realtà che mi sta intorno, un indagarla attraverso il linguaggio, un linguaggio diverso da quello della quotidianità, un linguaggio che cerca di andare all’essenza delle cose e di cui a volte sentiamo l’inadeguatezza perché sempre qualcosa ci sfugge… Io scrivo poesia da molti anni e da molti anni faccio sesso ma non ho mai scritto di sesso, ho fatto volontariato ma non ho mai scritto poesie sul volontariato, sono mamma ma ho dedicato solo due poesie ai miei figli tra l’altro parlando anche d’altro. Si scrive di ciò che si vive nella totalità delle emozioni che la vita suscita e riguardo all’inutilità della poesia mi viene da pensare che la sua forza sia proprio questa, come scrivo qui:
    “Quando si lacera il tempo lei lo rammenda col furore della penna. Ma di solito – sprovvista di segni- le cose le scuce, le separa dalla loro utilità, le ricuce sulla pagina ad altra necessità. Con le parole gli ricama un altro uso, un uso inutile eppure misteriosamente prezioso. Indispensabile.”
    Grazie comunque per questa riflessione su cui molto altro ci sarebbe da dire. Un caro saluto, Lucianna Argentino

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  14. Ti rigrazio Lucianna per l’intervento. In realtà ti dò ragione, come prima davo a Guido, sul fatto che forse mi sono espresso con un certo estremismo che non voleva essere concettuale, quanto di rispetto e riverenza rispetto a opere da cui non si può prescindere. Per quanto riguarda lo scrivere ciò di cui si conosce sfondi una porta aperta con me dicendo che la poesia è un atto di conoscenza. L’arte tutta è un atto di conoscenza. Ma è anche un atto di verità. Che poi questa verità sia in funzione di ciò che si conosce attraverso la poesia o sian in funzione di un “già conosciuto” nella vita è altro discorso. Quello che io sostengo è solo un atto di verità nei confronti di se stessi, e che solo attraverso questo atto si possa creare un’opera artistica.

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  15. luciannaargentino 30 ottobre 2013 — 12:53

    La parola che “squadri da ogni lato l’animo nostro informe”, direbbe Montale. E pienamente d’accordo sulla verità! Grazie a te. Ciao.

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