5 libri 5 poeti – recensioni

ritiseduzionerossani

Riti di seduzione – Ottavio Rossani

Un libro che risente fortissimamente della professione di giornalista dell’autore. Uno sguardo disilluso che è lo sguardo del cronista che osserva non solo il presente attraverso un’immaginaria finestra poetica, ma anche il passato, anche il mondo intero. Rossani guarda tanto le guerre (grandi o piccole che siano) quanto i piccoli peccati, le piccole crudeltà umane come il mozzare le code alle lucertole, quasi posizionando tutto allo stesso livello. Uno sguardo consapevole anche delle soluzioni più positive, più “illuminanti” dell’uomo, quali il rimorso per il male causato o il tentativo di redenzione dopo una violenza, un crimine. Redenzione che se privatamente ha una sua possibilità d’essere, che è in qualche modo la concretizzazione privata della possibilità (il credersi redenti), nella realtà invece si scontra con la presenza degli altri, del mondo che rende la redenzione stessa meno credibile, meno fattibile, gravata comunque da una colpa. La stessa realtà di un mondo in guerra che di fatto non trova redenzione e non vuole redenzione. Nello specifico Rossani trova comunque una possibilità, una luminosità nell’uomo, un colore si può dire (in linea coi versi). E inevitabilmente questo ottimismo ricalca, conferma, quello che molti testi di Rossani dicono: il poeta cerca la felicità. Il poeta Ottavio Rossani non può esimersi per caratteristica imprescindibile quanto personale dal credere che esista, anche se inafferrabile, una felicità che in virtù della sua esistenza diventa perseguibile. Un percorso che non ha mai fine, che non incontra mai il suo obiettivo, ma ha la sua ragione d’essere e motiva il concetto di redenzione personale. Una redenzione “nel tempo” perchè la prospettiva dell’autore è sempre quella del cronista che segue la storia nel suo svolgersi. Un cronista disilluso, non pessimista ma realista, pur rimanendo fiducioso per sua necessità.



Ottavio Rossani

Ottavio Rossani (Sellia Marina, 1944) è poeta, scrittore, pittore e giornalista. Si occupa anche di teatro. Come giornalista (Corriere della Sera) ha scritto di politica, economia, cultura, cronaca. Ha intervistato molti personaggi in Italia e all’estero. Ha viaggiato nei diversi continenti, in particolare in lungo e in largo per l’America Latina.

Ha pubblicato alcuni libri. Le sillogi di poesia: Le deformazioni (1976); Falsi confini (1989); Teatrino delle scomparse (1992); Hogueras (1998); L’ignota battaglia (2005). I saggi: L’industria dei sequestri (1978); Leonardo Sciascia (1990); Le parole dei pentiti (2000); Stato società e briganti nel Risorgimento italiano (2002). Il romanzo: Servitore vostro humilissimo et devotissimo (1995). Per il teatro ha curato ha scritto alcuni testi e ha curato alcune regie. Vale ricordare la “mise en espace” delle poesie di Federico Garcia Lorca per il centenario della nascita, con musica e ballo di flamenco: Se mueren de amor los ramos (Caffè Letterario, Milano, 1998).

Ha esposto i suoi quadri in molte mostre personali e collettive in Italia e all’estero.



 mary

Il freddo e il crudele – Mary Barbara Tolusso

Un libro che ha una caratteristica talmente dominante da essere evidentemente la caratteristica principale della sua autrice, il suo modo di vedere non solo la poesia ma anche la letteratura e la vita in genere. Un’ironia, una capacità d’essere disillusa allo stesso tempo cercando di prendere in giro le cose, i drammi, nella consapevolezza nitida (che evidentemente ha Mary Barbara Tolusso) che non esistono drammi definitivi, non esistono tragedie così enormi se non forse la morte. Per poi lanciare delle sferzate a volte crudeli, sempre taglienti, che da un’apparente insensatezza (scopare con lui / era diventato noioso) fanno emergere una verità. Così come di fronte a Trieste Mary Barbara Tolusso si trova a dire che è meglio chiudere le finestre prima che Trieste stessa diventi “orribile”. Nell’atto di togliere il velo o di metterlo l’autrice ha sempre la medesima tensione: la verità. Una vita nuda, cruda, che anche nella forma ricalca la medesima secchezza, onestà quasi intima. Una delle definizioni più belle e più universali di questo libro è è un quadro orribile / ma è una storia bellissima. Un’altra bella definizione che si lega a quest’esigenza di dire la realtà è si direbbe che ad ogni istante abbiamo in mano gli / elementi per fare tutti felici. Una vita registrata appieno, registrata con i veri strumenti che abbiamo: i sensi. Il corpo è onnipresente in queste poesie proprio perchè noi siamo corpo. E citare così puntualmente e continuamente il corpo è un voler essere integralmente nella realtà è viverne la fisicità, di sé e degli altri. Sentirne gli odori. Quello di Mary Barbara Tolusso è un atto di registrazione e conoscenza della vita, ma chiusa un po’ nel suo studio. Chiusa anche quando esce per strada a Trieste. Una riflessione personale, privata, necessaria perchè la sua caratteristica principale è di essere integralmente onesta, assolutamente penetrante. E in questa direzione si comprende anche la disinvoltura di cogliere citazioni, di usare citazioni quali quelle da Caproni, Proust, proprio per entrare ancora più dentro la conoscenza delle cose, della vita. Dove non c’è un vero dramma perchè tutto è mitigato dalla consapevolezza generale che nulla ha un significato così alto e importante da rovinare qualcosa. Tutto è ed è necessario. Come è necessario e oserei dire “vivibile” il suo essere “orribile”.


Mary Barbara Tolusso

Vive tra Trieste e Milano dove lavora come giornalista.

Ha pubblicato i volumi di poesia Cattive Maniere (Campanotto, 2000), L’inverso ritrovato (Lietocolle, 2003, Premio Pasolini 2004). Svolge attività di consulente editoriale e collabora con diverse riviste e quotidiani. Dirige la rivista “Almanacco del ramo d’oro” (Il ramo d’oro, Trieste) e collabora alla nuova edizione dell'”Almanacco dello Specchio” (Mondadori).

Sue poesie sono uscite su varie riviste tra cui “Nuovi Argomenti”, “Lo Specchio”, “Daemon”, “Gradiva”. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo L’imbalsamatrice per l’editore Gaffi (Roma).



 mattio-cover

Il vizio di sistema – Amos Mattio

Il libro di Amos Mattio è forse, anzi ne sono convinto, il libro dalla poetica più “morbida” fra tutti quelli presenti a 5 libri 5 poeti. Una raccolta di poesie incentrata sul vizio di sistema, sull’inadeguatezza alla vita come dice il prefatore in bandella che poi emerge essere l’inadeguatezza della vita in sé. Una sorta di caratteristica intrinseca della vita che porta l’autore a compiere un viaggio. Un viaggio nel quale Amos è spettatore del mondo e delle sue cose, spettatore dei pioppi, delle ombre, di Laura che asciuga l’inchiostro, dell’autunno come di Trieste, Notre Dame, Milano, del Mar Nero. Per Amos Mattio la vita è un filo ancora, lento, / che tiene appeso il mondo. Il vizio di sistema emerge quando ci si rende conto che esistono degli incompiuti nella vita, delle cose mutilate, che non continuano. E queste cose Amos le vede correndo, viaggiando senza potersi mai fermare. Il “treno” è particolarmente presente e in un testo viene addirittura detto che Non c’è modo / di scendere, fermarsi. Certo una possibilità esiste per risolvere quello che è sostanzialmente un cortocircuito (perchè altrimenti non possiamo definire le cose che non vanno avanti in un sistema che corre). E questo cortocircuito, questo “vizio”, in qualche modo Amos Mattio lo risolve concependo che il nuovo non è mai completamente nuovo, c’è una sorta di ritorno, di eco delle cose. Amos Mattio parla di sassi nuovi ma che sono lì da millenni. Per poi comprendere che se è vero che nella corsa della vita attesa e morte sono più vicine, come testualmente dice il poeta, è anche vero che la vita riprende a correre, riprendendo di fatto non una sua natura circolare quanto un suo essere comunque quasi eterna. Nell’ultima poesia del libro la vita prende il testimone, e questo appare fortemente emblematico perchè il testimone è il protagonista, il vero vincitore della gara. Colui che arriva al traguardo. Non i corridori che tengono in mano il testimone per un tempo limitato e poi per concetto “se lo passano”, ma proprio il testimone, è lui che resta. Il che è una certezza, una sorta di punto di riferimento. Può essere la soluzione del vizio di sistema.


Amos Mattio

Amos Mattio è nato a Cuneo nel 1974, vive a Milano. Ha pubblicato poesie nei volumi Sessanta (Edizioni dell’Orso, 1997) e Bestie e Dintorni (Lietocolle, 2004), su riviste (Astolfo, Controcorrente, Ulisse) e in varie antologie tra cui Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004) e l’Almanacco dello Specchio 2010-2011 (idem, 2011), dove compare anche come traduttore dal tedesco. È autore di testi narrativi per i volumi fotografici Norge (2003) e ll sogno è di chi sogna (2007) e del racconto tra musica e immagini Il fiocco magico (2009). Nel 2012 suo primo romanzo Luna di notte (Gremese, 2012), candidato al Premio Strega 2012 e finalista del Premio Stresa Narrativa 2012.

Dal 2008 è segretario della Casa della Poesia di Milano.



 gentili

Parva naturalia – Sonia Gentili

Parva naturalia, che deve evidentemente il suo titolo alla versione latina dei Brevi trattati di Aristotele sulle scienze naturali, è un libro che il prefatore Elio Pecora dice nascere da un’ossessione. In realtà più che di ossessione io parlerei di oppressione, di una contrapposizione forte e violenta, una vera e propria guerra, tra elementi ormai non più accordabili insieme. È l’impossibilità di poter far coesistere quello che possiamo definire da una parte (io in realtà banalizzo un po’ perchè sono concetti complessi e ampi) filosofia, scienza, in qualche modo consapevolezza della realtà, e dall’altra parte invece spinta vitale, arcaica spinta vitale che poi si declina in termini quali immaginazione, desiderio, favola (come nell’ultimo testo che appunto parla di favola d’infanzia). Una contrapposizione così forte e filosoficamente in qualche modo disperante che diventa proprio per la sua potenza “epica” un’oppressione. “Potenza epica” perchè abbiamo l’abbozzo di un’opera in fieri che tratterà non a caso del Minotauro. Ma per spiegare al meglio questo senso di oppressione bastano i versi del primissimo testo: Un muro è un muro. Una realtà imprescindibile e frustrante in qualche modo. E il rapporto della poetessa, l’altro versante dove risiede l’altro schieramento è: la vendetta del sogno contro il muro / è il canto / un vecchio specchio / caro ad Ulisse / ed ai miei occhi ciechi. Un libro quindi che non esplora la quotidianità. Non registra e non ridice nulla del mondo attorno. Ma lavora sulla complessità filosofica e razionale dell’uomo in quanto tale. In questa direzione è inevitabile partire dalle scienze naturali aristoteliche per arrivare al leone leopardiano che dice non tutta la sconfitta umana, ma il senso di sconfitta, la paura della sconfitta dell’immaginazione, della conoscenza intesa come immaginazione (Ulisse: emblema del desiderio di conoscenza) contro il deserto e la prigionia dell’esistenza umana. Per fare altri esempi di questo senso di impotenza che si accompagna a un desiderio comunque di non assoggettarsi a tale impotenza: La verità è un fatto / che va vendicatoun asino può anche essere un Dio / però non voladel Dio che ci ha sconfitto. Sono animali, bestie, i protagonisti assoluti di questo libro. Sono emblemi, metafore dell’uomo, che spesso con l’uomo si mescolano: La donna lo raggiunge, lo abbraccia; nella stretta qualcosa si allontana da lui come una bestia in fuga. Fino all’ultima nota che cita e per amore dell’ultima nota / la nuvoletta è un allegro pentagramma, piccolo salto in alto fallimentare per concetto, perchè appartenente a un passato privato, a una favola d’infanzia. Che non risolve e non vuole risolvere la domanda del libro, il suo svolgersi attraverso metafore, simboli, anche attraverso un plurilinguismo fatto di testi in francese e in latino, di riscritture. Solo chiude un momento. Un momento comunque aperto al suo interno nell’opera, ripeto, in fieri sul Minotauro.


Sonia Gentili

Sonia Gentili ricercatrice di Letteratura Italiana (università di Roma «La Sapienza»), autrice di studi sulla letteratura medioevale e del Novecento, traduttrice, ha vinto il premio per la letteratura “A. S. Novaro” (Accademia dei Lincei, 2009). Ha pubblicato la raccolta di poesie L’impero e la Gorgone (2007), poesie in riviste e antologie.



 Giovanna Frene, il noto, il nuovo

Il noto, il nuovo – Giovanna Frene

Il libro di Giovanna Frene, senza nulla togliere agli altri libri ovviamente, è forse quello più complesso di 5 libri 5 poeti anche in virtù del fatto che ha un obiettivo non solo alto, ma particolarmente ostico e complesso. Per parlare di Il noto, il nuovo mi verrebbe da prendere un pò a riferimento il movimento intellettualistico di Sonia Gentili che si rapporta a un contrasto/oppressione. Giovanna Frene si muove fortissimamente in senso intellettualistico tanto che la sua è una poesia di pensiero, come dice Pablo Zublena in prefazione, ma a differenza di Sonia Gentili non resta in un territorio metaforico, simbolico. Affonda le sue mani nella realtà, nell’intensità della realtà del problema esistenziale, e così facendo ha la capacità di entrare dentro la realtà storica. La costruzione della poesia, che partendo dal grande padre letterario Zanzotto si lega poi innegabilmente e indissolubilmente alla costruzione eliotiana, al collage di citazioni, ha una particolarità fondamentale: non ha come interesse principale il farsi comprendere. Non un desiderio d’oscurità diretto, ma in linea con l’azione zanzottiana una ricerca forte e feroce (feroce perchè non si risparmia in nulla) del primitivo umano, esistenziale, storico. Con riferimenti concreti al nazismo perchè la ricerca è sul campo, non nei simboli. Giovanna Frene guarda paradossalmente negli occhi gli uomini, i soldati, attraverso ciò che resta di loro. Che siano testimonianze, colpe o ceneri. Quasi come se Giovanna Frene cercasse il petel della storia. Una storia fatta di guerre, di potere. E questo petel la poetessa lo identifica non solo nella colpa, ma anche nella manipolazione della verità, nella giustificazione. Lo sguardo è quindi intensissimo, senza peli sulla lingua, nel quale la redenzione pare non essere possibile perchè qui si parla di nazismo ma si parla anche di oggi, si parla di ieri, si parla di un secolo fa, di due secoli fa. Non è mai esistito un tempo buono, inenarrabilmente / buono che va poi a concludersi con un l’agire come convinzione d’amore, al limite / di giustizia / mai per accettazione / (ma anche così non regge). Certo bisogna ammettere che la ricerca stessa della poetessa, nella sua spinosissima genuinità, è atto “luminoso” per concetto contro il “buio della storia” e “dell’uomo”. Non a caso, e io ne sono molto convinto, la costruzione della poesia “per citazioni” ha intrinseco un messaggio: ci sono persone che sono riuscite a “dire” determinati concetti, importanti, fondamentali, carichi di significati, e per questo riutilizzabili. E il fatto di aver potuto “dire” implica l’“aver capito”. Il “capire” è sempre un atto salvifico dell’uomo. Un atto di conoscenza positivo, luminoso, anche se la materia capita è oscura. E infatti questo libro di Giovanna Frene è di fatto un libro, una poesia, di ricerca e conoscenza. Che ha nel suo percorso l’obiettivo altissimo di capire la verità dell’uomo e della sua storia.


Giovanna Frene

Giovanna Frene (Asolo, dicembre 1968) vive tra Crespano del Grappa (TV) e Padova. Diplomata in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia, è laureata in Lettere all’Università di Padova con una tesi sul primo Zanzotto; si è poi addottorata in Storia della Lingua, sotto la guida di P.V. Mengaldo, studiando l’epistolario di Metastasio.

Ha pubblicato Immagine di voce, Facchin 1999; Spostamento – Poemetto per la memoria, Lietocolle 2000; Datità, postfazione di A. Zanzotto, Manni 2001; Stato apparente (Immagine di voce e l’inedito Triade 1990), Lietocolle 2004; SaraLaughs, D’If 2007; Il noto, il nuovo, prefazione di P. Zublena, postfazione di S. De March, fotografie di L. Callegaro, traduzione inglese di J. Scappettone e J. Calahan, Transeuropa 2011; e, con lo pseudonimo di Federica Marte, il prosimetro Orfeo è morto, Lietocolle 2002.

Ha pubblicato poesie in riviste italiane e straniere, tra cui “Paragone”, “Il Verri”, “Anterem”, “Poesia”, “Gradiva”, “Atelier” e “Chicago Review” (Chicago, 2011), “Italian Poetry Review” (New York, 2010), “Aufgabe” (New York, 2009).

È inclusa in varie antologie poetiche, tra cui Parola Plurale. Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli, Sossella 2005; Nuovi poeti italiani, a cura di P. Zublena, «Nuova Corrente» n. 135, 2005; Poeti degli Anni Zero, a cura di V. Ostuni, Ponte alle Grazie, 2011; Nuovi poeti italiani 6, a cura di G. Rosadini, Einaudi 2012.

È tradotta in antologie di poesia italiana statunitensi e spagnole, tra cui Jardines secretos. Joven Poesía Italiana, a cura di Emilio Coco, Sial/Contrapunto, Madrid 2008. Ha pubblicato saggi e recensioni in “Paragone”, “Lingua e Stile”, “Studi novecenteschi”, “L’immaginazione”, “Testuale” ecc.




Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
search previous next tag category expand menu location phone mail time cart zoom edit close