Il vizio di sistema – Amos Mattio

amosmattio

Il vizio di sistema

Amos Mattio – Italic-peQuod Edizioni

Un passato che vive nel presente, di braci, brina, trucioli, colori spenti e stanchi, soffi e sillabe; un vizio di sistema che deforma la conoscenza e l’esultanza dell’io (e del “noi”) nei viaggianti e spaesanti intrecci di spazio e di tempo; e un’attesa, breve ma intensa, non beckettiana, del tempo che ci attende e torna al verde… come la vita. Amos Mattio attinge a una pronuncia tesa, ritmicamente articolata, trascorrente, dall’elementare impressionismo della prima sezione, Fuori stagione, che riprende l’umanità dispersa del precedente Bestie e dintorni e introduce il tema dell’inadeguatezza alla vita; al rivelarsi, nella sezione centrale, Il vizio di sistema, di questo disorientamento come difetto di fabbricazione di un “io” ancora scomposto nelle sue percezioni, sempre alla ricerca, nel caos contemporaneo, di memorie, storie, carie, di scorie / allitterate e in rima, in una lingua di terra che ha radici profonde e si scompone anch’essa mentre si pronuncia, ma dove però kappa, alfa e iota fanno ancora il nesso forte che congiunge… niente / che mi possa aiutare, nessun / indizio tra le tracce che tentano di affiorare il senso, in un bosco fitto / di rimandi e interruzioni… Fino al ritorno, con En l’attendant, al verde / confuso di boscaglia, alle strade e traiettorie / predeterminate di un trattore contadino, nel cerchio eterno della vita, sugli stessi / sassi…

Questa l’intelligente introduzione presente in bandella al volume Il vizio di sistema di Amos Mattio. Un libro elegante, essenziale nell’impaginato come d’uso per la collana di poesia di italic-peQuod (ex peQuod). L’autore non è certo nuovo al mondo letterario. Nato nel 1974 vive a Milano dove collabora con la Casa della Poesia. Ha pubblicato due volumi di poesia precedenti a Il vizio di sistema ed è presente in numerose riviste e antologie, tra le quali ricordiamo ad esempio Nuovissima poesia italiana (Mondadori 2004) e l’Almanacco dello specchio 2010/2011 (Mondadori 2011). È anche autore di un romanzo (Luna di notte) candidato al premio Strega 2012 e finalista al premio Stresa sempre nel 2012. Un autore giovane ma raffinato, che nella poesia non manca di confermare i perchè del suo percorso letterario.

In realtà devo ammettere di trovarmi in lieve disaccorso con l’introduzione critica al volume. Esatta, non lo si può negare, ma a mio avviso concentrata su particolari che non sono la vera cifra di questo edito. “E introduce il tema dell’inadeguatezza alla vita […] questo disorientamento come difetto di fabbricazione”. In realtà scorrendo i testi di Amos si percepisce nettamente una sorta di adeguatezza al mondo, dove per mondo si intende la complessità di un sistema inadeguato per concetto, con contraddizioni, aspirazioni, tensioni irrisolte. Ma il poeta Amos Mattio pur prendendo atto delle difficoltà del mondo le coglie e lo svolge in testi delicati, gentili. Dove per gentilezza si intende (come ho avuto modo di sentir dire da un altro ottimo poeta, Luigi Natale) la capacità di incontrare gli altri e le cose. E nella gentilezza non c’è inadeguatezza, anzi. Il poeta accetta il mondo, lo muta in domanda, cerca di risolvere la sua inadeguatezza. Il poeta è la figura più adeguata ad assolvere questo compito. Amos Mattio a me sembra comunicare questo, pur senza dirlo.

Un’architettura del libro precisa, costruita con attenzione attorno a tre capitoli: Fuori stagione, Il vizio di sistema, En l’attendant. Sostanzialmente un viaggio poetico tracciato tra due punti netti: l’essere in un contesto naturale, dove la percezione sensoriale della terra, della pioggia, della brina, è forte, e il tornare a un contesto naturale fatto di mare, di boscaglia, dove il viaggio è il vero protagonista del libro. O meglio, il viaggiatore dentro il viaggio. Un viaggiatore che è spettatore del mondo e delle sue cose, spettatore dei pioppi, delle ombre, di Laura che asciuga l’inchiostro, dell’autunno (Carezza d’autunno e un soffio / fuori stagione: una foglia / si perde a dimostrazione di quanto dicevo prima sull’inadeguatezza del mondo e non del poeta), ma anche di Trieste, Notre Dame, Milano, del Mar Nero. Uno spettatore anche del tempo (sono caduti / un po’ d’acqua per terra, e un altro giorno oppure Rintocca / e un’altra ora è passata) ma mai sofferente un attrito. Anzi vi è una sorta di equilibrio pacato, buono (appunto gentile) nei testi che tutto si ritrova nella forma morbida e musicale dei testi, mai troppo contratta né prolissa ma anzi calibrata spesso in un decrescendo rimato e ritmato in un’indiscutibile dolcezza del verso (il porto, le gomene, le mani / grandi senza fiori, i denti, bianchi / socchiusi al saluto e a una parola / pronta per il mare, e a un bacio). Senza mai grosse variazioni metriche (s’intercalano ottonari e novenari, o decasillabi ed endecasillabi, ma con una tendenza alla ripetizione metrica della stessa lunghezza con minime variazioni). E anche quando il tentativo è di concedere durezza al verso magari con un riferimento montaliano (Calcinare / pallidi e assorti e non pensare) l’esito è più un leopardiano dolce in questo mare. Per Amos Mattio la vita è un filo ancora, lento, / che tiene appeso il mondo. Dove ancora è il termine chiave, come vedremo, di tutto il libro.

Il vizio di sistema, che l’autore vorrebbe dire altra fuliggine confusa / sul piano inclinato, su un paesaggio / plasmato da un peccato originale in realtà diventa presto un senso di pace, un tocco lieve e un tetto. Che non è isolamento dal mondo, ma sua osservazione attraverso il carattere del poeta che non si limita a registrare ciò che vede ma tenta anche una sua costruzione (Aspetta / l’ora del tramonto, per cambiare / angolazione al mondo, un salto, / l’anima di mare, un sasso). Il mondo e la sua realtà, la vita, sono comunque presenti: un desiderio / innaturale, non vedere, forse / non soffrire, palpebre o anche Un mozzicone / è quello che ci resta, un appiglio / fragile di umanità. Ma quello che Amos Mattio tenta nel suo viaggio è una scoperta, un modo di risolvere l’intrinseca inadeguatezza delle cose. E lo fa, come già detto, da una posizione privilegiata, quella poetica.

Vent’anni nel mortaio hanno portato / polvere a sufficienza per coprire / appena la superficie, niente / rispetto alla sabbia fine, la stessa / di almeno quattro vite, abbandonata / dal lungo mare. Intanto / ho rifatto il giro e mi ritrovo sulla stessa spiaggia e i ricordi / sono a pochi centimetri. Il viaggio che non si concedeva sosta (Non c’è modo / di scendere, fermarsi) si concede invece un ritorno, che è la scoperta. Un ritorno in un periodo in realtà molto breve rispetto al resto (Fuori stagione conta 33 testi, Il vizio di sistema 37, En l’attendant appena 7) ma completo e completamente rappresentativo nella sua essenzialità. Perchè in sole sette poesie tornano tutte le tematiche care all’autore: il viaggio (Viaggia di nascosto e ieri / è andato a Cogolin a salutare / il secolo breve), le presenze animali (l’anima asciutta di un animale / che prende fiato, stancato / dall’attesa), il contesto naturale (L’acqua un po’ più sporca ma i sassi / sono quelli di sempre), le persone (All’improvviso / si sveglia tra le foglie e accende un fuoco, / un motore lontano, contadino). Manca solamente il treno, altrove estremamente presente. Fino alla chiusura del sipario del libro e della sua architettura, che è chiusura di un periodo d’osservazione ma non certo del viaggio. Una chiusura dentro un tempo che è sempre lo stesso (Si chiude un sipario prima / di un atto nuovo, sugli stessi / sassi ricoperti e nuovi / da un milione d’anni). Il tempo passa ma l’autore sa che “è anche passato”, che sono esistite cose oltre quelle attualmente esistenti allo stesso modo in cui ci sono fermate del viaggio che ci si è lasciati alle spalle. E in tutto questo nulla si perde mai completamente, il nuovo non distrugge mai completamente il vecchio e anzi la riproposizione è spesso il significato più intimo del concetto di nuovo. È un ancora.

Ma la vita umana ha termine. Una vita ricca di complessità e per questo puntualmente osservata. Proprio come la vita in generale, come la realtà, come il mondo che Amos Mattio ci suggerisce essere composto di tappe, di ore: Rintocca / e un’altra ora è passata, attesa / e morte più vicine, e la vita / prepara il testimone e corre. Perchè la fine non è mai evidentemente una vera e propria fine ma solo una stazione di sosta lungo un viaggio nei millenni. Prima della resa quando il tempo / verrà pesato in ore buone […] e il conto / potrebbe non tornare. Un’evenienza reale che trova comunque assoluzione nel viaggio. Un viaggio da osservare, da raccogliere, da scoprire.

 

 

 

 

Viaggio senza notte

 

Viaggio senza notte e voci

inferriate a guarnigione: un salto

che spezza il fiato in tanti

tremiti verdi, panni stesi e tende

sbiadite in fuga, scivolose,

sul vetro unto. Il finestrino

scorre la pellicola a ritroso

lungo il ricordo, incontro

all’alba: mille luci e mille

pozze di sangue vivo, un mare

scampato al giorno e tremolanti

fiammiferi e cipressi, tra le foglie

dei pioppi un’ombra scura e un guizzo

e un tuffo al cuore, case,

cemento tiepido e fragore

di fotogrammi in piena, cellulosa

come impazzita, capovolta e il mondo

che scivola e sorride, ignaro

cartone di teatro.

Muove

la scena il primo piano e sfuma

in monocromo buio

di pace e di silenzio. Muore

il brivido e il rumore inciampa

in attimi sottili, strisce

nell’ombra muta, lentamente.

 

 

 

 

Laura

 

Cartaccia viva, colorata

da lenti approssimate, storie

spezzate in gocce, macchie

di luce trasparenti e sogni

sbavati nello specchio: stanca

raccoglie il bicchiere da una vita

poggiata in ombra, rovesciata

sui suoi segreti, sopra il mare

legnoso e il tempo. Asciuga

l’inchiostro con la manica e i tratti

misti alle labbra tornano

lenti nella nebbia, in un alone

chiaro, un ricordo, il fondo

di un bicchiere e un whiskey, e una serata

gocciola sottile addosso

a mille facce, tra le voci, accanto

all’occhio stanco, al trucco

che sfuma sulla carta. La accartoccia

con calma, assaporando

ogni frammento che si spezza e il suono

che scricchiola gli istanti, tutto

via via più lento. Laura

è pronta per la notte, spente

le luci sul silenzio, e lascia

ogni pensiero al buio spento.

 

 

 

Carezza d’autunno

 

Carezza d’autunno e un soffio

fuori stagione: una foglia

si perde, e ancora è estate,

molle sui riflessi gialli

del tempo perso: un bicchiere

appena appassito (un sorso

prestato al vento) tiene

per mano uno sguardo di donna

e di tristezza, e mille amori

che sfumano nel mare, farfalle

di una stagione. Si ferma

la luce tra le dita e attende

l’alba e la notte, appesa

a un tiepido profumo, al vento.

 

 

 

Senza biglietto

 

Viaggio da una vita, litigando

per il posto a sedere – il finestrino

sempre il più ambito, con la vista

allungata sui campi, e l’occhio

che può guardare indietro –. Il vagone

gonfia i polmoni e manca spazio

per il respiro, poi si svuota

e cambia i passeggeri, rallenta

senza fermarsi, cambia umore,

profumo e posizioni: il finestrino

è toccato a un altro. Sgomitare

per la ritirata, angusta,

dove si sente il vuoto e il malodore

è misto al disinganno. Ma c’è quiete

sospesa a un finestrino (stretto),

e si può pensare e guardare,

dal buco, le rotaie, immaginare

che questo non è un treno, che là fuori

il mondo si è fermato, aspetta,

e intanto si imbelletta, profumato

e fa una piroetta, il “bentornato!”

e tutto può tornare: il mare

indietro, verso il cielo, e l’acqua

su per le montagne, in gara

con i camosci, il sole

carezza l’erba e scalda

la neve per un bagno

caldo in famiglia, con il nonno

e i suoi avi, rilassati,

placidi, in ammollo. Il controllore

bussa da mezz’ora. «Biglietto!»

«Grazie.» «Si figuri!». Non c’è modo

di scendere, fermarsi.

 

 

 

Trieste

 

Parla al lungomare, sussurrando,

tra le pause dell’acqua e parole

strette tra le onde e i denti, lento,

un fischio ai gabbiani. Gli occhi fissi

in rime azzurre, ritagliate

attorno a pietre dure, turchesi

inesplorati e grezzi leggono

la vita e l’orizzonte, interrotto

dalla scogliera e un’altra, una lingua

di terra, altri paesi e ricordi

di sangue e di tramonti. Il ragazzo

si stringe con le mani al sapore

ferroso della sera e del vento

che scioglie in bocca il sale, parole

poche, conservate per il tempo

del riso, quand’è spento, e la voce

del dire addio. Una nave sembra

salutare quei capelli rossi,

il porto, le gomene, le mani

grandi senza fiori, i denti, bianchi,

socchiusi al saluto e a una parola

pronta per il mare, e a un bacio.

 

 

 

Trota di mare

 

Nuota nell’acqua, silenziosa

trota di mare, gli occhi opachi

rivolti verso dentro, inutilmente,

cercano qualcosa, un velo,

un angolo buio, il punto cieco,

una finestra sporca che sciolga

il sale dei colori e offuschi

la luce tutto intorno, un desiderio

innaturale, non vedere, forse

non soffrire, palpebre.

 

 

 

Si chiude un sipario prima

di un atto nuovo, sugli stessi

sassi ricoperti e nuovi

da un milione d’anni, e un libro

fa spazio a un altro nella luce

di un leone stanco, accovacciato

davanti alla chiesa. Dorme

prima della resa quando il tempo

verrà pesato in ore buone

e once di parole e il conto

potrebbe non tornare,

la carta consumata e l’ambra

quasi dissepolta per un dorso

o un gioiello raro. Rintocca

e un’altra ora è passata, attesa

e morte più vicine, e la vita

prepara il testimone e corre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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