Il padre letterario

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Il padre letterario

Alcune settimane fa con Gianfranco Lauretano, in realtà solo come divagazione dentro la presentazione dell’ultimo libro di Marco Marangoni a San Vito (Pn), si parlava della non necessità del “padre letterario”. La questione era emersa in maniera forse un po’ grottesca da una domanda dal pubblico: “Ma la poesia è una cosa per vecchi? I ragazzi oggi sono realmente interessati alla poesia”. Alcuni giorni fa poi discutevo con un amico, Guido Cupani, sul concetto di autorità. La discussione era nata da un articolo di Lello Voce sui poeti o “poetini” che dir si voglia. A prescindere dall’articolo in sé era chiaro che il punto non erano tanto i “poetini” quanto il peso che bisognava riconoscere a Lello Voce per quello che affermava. Eravamo tutti e due in disaccordo con lui, ma allo stesso tempo comprendevamo che non era così semplice o immediato valutare il modo di confrontarsi con l’autore. Ed era tutto il problema dell’autorità e, in senso ben più ampio, del padre letterario che, in quanto “padre”, deve essere inevitabilmente una figura “autorevole”.

Personalmente non so trovare risposta a questo problema. Se penso al concetto di padre letterario mi viene molto banalmente in mente mio padre. Non letterario, nemmeno biologico. Ma l’uomo che mi ha cresciuto, che ho a mio modo amato, al quale mi sono ribellato, al quale sono tornato pur consapevole dei suoi limiti e con mio nuovo modo di relazionarmi a lui.

Come detto Giorgio (il suo nome) non è mio padre naturale. È l’uomo che mi ha cresciuto. Ricordo che da bambino prendevo per oro colato quello che diceva e faceva. Spesso lo imitavo, immaginavo per me stesso un futuro simile al suo. Paradossalmente immaginavo la morte del mio genitore naturale nei luoghi dove lui (Giorgio) abitava. Mi identificavo in lui, e identificavo la mia vita e le mie scelte con le sue. L’identificazione che attuavo nasceva dall’ammirazione, caratteristica insita e inevitabile del concetto di “padre”. Ero un bambino, e avevo bisogno di imparare. Ma non si impara senza punti di riferimento solidi, questo si sa. Giorgio quindi era per me una necessità suo e mio malgrado. Una meravigliosa necessità direi.

Come tutti i bambini sono cresciuto anch’io, e diventato adolescente ho cominciato il mio periodo di ribellione a tutto e a tutti. Ma in un ragazzo quel “tutto e tutti” non è realmente tutto e tutti. Sono i genitori, e nello specifico mio padre. Non era più quel punto di riferimento che la mia necessità di bambino aveva creato. Non era quell’esempio dal quale imparare e da imitare perchè così facendo camminavo su un terreno solido. Nell’adolescenza ricordo la cosa più auspicabile era appunto il terreno instabile, erano le cose che “facevano male alla pancia”. Il ribellarmi a lui era un ribellarmi a tutto quanto lui era ed era stato. Era un osteggiarlo, un cancellare la sua esperienza. Io mi sentivo, come tutti gli adolescenti, migliore di lui, capace in meno tempo e con meno sforzo di arrivare ai suoi stessi risultati. Pensavo, probabilmente, che l’avrei perfino superato. Giorgio nell’adoloscenza era per me un percorso da superare, per andare oltre.

Dopo, non dico oltrepassata l’adolescenza ma in quella seconda fase della stessa che per i ragazzi inizia attorno ai ventitrè ventiquattro anni, Giorgio è praticamente scomparso dalla mia vita. Non per colpa sua, ma perchè non ne avevo più bisogno. La mia vita procedeva con i suoi errori e i suoi successi. Il mio percorso si era consolidato attorno ad alcune certezze che mi ero costruito e che soddisfacevano completamente la mia vita. E credo anche sia normale così. La mia esperienza e di conseguenza il mio percorso erano oggettivamente diversi dai suoi, per cui lui era “altra cosa” rispetto a me.

Recentemente però mi è successa una cosa tanto particolare quanto, credo, naturale. La necessità, o non necessità, di mio padre per il mio percorso non è cambiata, lui è sempre “altra cosa”, ma il mio bisogno di tornare a lui è riemerso come quando ero bambino. Simile si, ma diverso. Non è comunque un esempio da imitare, da seguire, ma mi sono accorto che non tanto i suoi successi quanto i suoi fallimenti erano molto simili ai miei. O meglio, i miei sono simili ai suoi. Mi sono accorto che gli errori in qualche modo combaciano, differenza più differenza meno, forse perchè siamo umani. Non lo copierei comunque ma tornare a mio padre è inevitabilmente un prendere atto dei miei limiti. Mi accorgo che adesso non ho più desiderio di “superarlo”, di “far meglio di lui”, ma anzi auspico di capire meglio come lui ha affrontato certe questioni. Come lui ha sbagliato, e perchè.

E questo mio padre rinnovato, non tanto da lui quanto dalla mia crescita, è diventato ora così importante che, paradossalmente, potrei quasi definirlo “una questione di stile”.

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