POESIE – Claudio Damiani

damiani

Ho letto con estremo piacere, con stupore, l’antologia di Claudio Damiani curata da Marco Lodoli per Fazi Editore. Poesie, un titolo semplice per un’opera che semplice non è affatto. Certo prima bisognerebbe discutere su cos’è un’antologia e qual è il suo valore, il suo significato non solo per il lettore ma anche per l’autore. Perchè l’antologia necessariamente presenta il percorso ma lascia indietro pezzi forse fondamentali dell’opera omnia. L’antologia presenta degli assaggini ma non il pasto intero. E inevitabilmente perde il senso delle concatenazioni fra le opere. Sopratutto in queste Poesie che raccolgono estratti da libri dal 1987 al 2008 più un preziosissimo inedito che corona molto bene l’intero percorso: Fraturno (1987), La mia casa (1994), La miniera (1997), Eroi (2000), Attorno al fuoco (2006), Sognando Li Po (2008), Il fico sulla fortezza (inedito). Inoltre l’antologia di un poeta ancora in vita alza un’ulteriore questione non da poco: che senso ha presentare un percorso ben sapendo che non è concluso, essendo appunto l’autore ancora in vita e bene attivo nella sua attività di poeta?

In realtà questa mia divagazione prescinde dal libro di Damiani in quanto abbiamo altri esempi eccellenti di antologie d’autori ancora in vita. Fra tutte penso a quella di Franco Buffoni per Mondadori. Antologie che forse hanno il senso di avvicinare il lettore a un percorso complesso che in un dato momento storico è bene conoscere. Questo può certamente essere valido sia per Franco Buffoni quanto per Claudio Damiani. Antologie che in questo senso hanno anche un loro prestigio e che necessitano (come hanno) di una cornice adeguatamente storica che ne giustifichi il lavoro. In questo Marco Lodoli (per tornare al libro di cui vorrei parlare) assolve molto bene il suo compito e non presenta tanto le poesie quanto la storia dell’autore. Una storia importante che parte nel 1977 e racconta l’incontro di alcuni artisti: Pino Salvadori, Felice Levini, Mariano Rossano (i pittori), Claudio Damiani, Gino Scartaghiande, Giuliano Goroni, Beppe Salvia (i poeti), lasciando apposta Beppe Salvia in coda per raccontare la triste vicenda del suo suicidio nel 1985. Suicidio che ritroviamo nelle poesie di Damiani:


E tu, caro,
che sei una parte di me, che sei nel mio cuore
nella parte più interna,
Beppe Salvia,
caro fiore, reciso,
posi luminoso e illumini questo tempo
in questa camera buia
tra tanti cari amici che ti sono intorno
e ci teniamo per mano.


Dove in maniera quasi emblematica troviamo contrapposti l’autore e il curatore delle Poesie proprio sul tema della luminosità. Se Damiani definisce Salvia caro fiore, reciso / posi luminoso e illumini questo tempo, Lodoli afferma Guardavo a Claudio e Beppe come a due fari potentissimi: più nero Salvia, più chiaro Damiani. Lodoli nella prefazione trova e sottolinea molte altre caratteristiche fondamentali di questa poesia centrando spesso il punto: Damiani invece voleva solo aderire ai limiti umani, poveri e sacri. Per me è stata una grande lezione. Quel ragazzo minuto sapeva cose che io non sapevo, stava già oltre i linguaggi distruttivi del Novecento, stava prima, stava nella poesia che nomina e salva, che raccoglie e consola. E sopratutto La classicità nutre questi versi come una madre fa con un figlio: non si tratta di colti recuperi di forme metriche e compositive, di un nobile omaggio alla tradizione, ma di un’adesione profonda allo spirito della poesia più vera, quella che non divaga e non si distrae in inutili acrobazie stilistiche, che non vuole scandalizzare o sorprendere grattando i nervi, ma che rimane costantemente fedele, persino nella sua metrica, al ritmo profondo dell’esistenza.

Il tema del figlio è presente e forte tra le Poesie di Damiani, che bene confermano le parole di Lodoli:


Giovanni, tu giustamente dici
meglio stare qui che nel cielo
quando saremo morti
perchè qui sei con i tuoi cari,
sai dove sei, anche se non sempre sei contento,
qualche volta sei triste, qualche volta arrabbiato,
invece in cielo non sai con chi sei,
non si capisce bene dove e come si starebbe
e ti fa un po’ paura di stare così in alto,
e non si capisce dove si poggerebbero i piedi.
E anche io penso: Giovanni, in cielo, ti rivedrò
o non ti rivedrò?
Ma certo, certamente ci rivedremo,
io ti aspetterò e tu verrai,
e poi staremo lì, anche se non si sa bene in che modo,
anche se non si sa bene, non importa.




– Ma quando crescerò, tu diventerai piccolo?
– No, diventerò vecchio…
– E poi andrai in cielo?
– Si, e tu diventerai vecchio.
– No, io non diventerò vecchio. Ma è vero che da cielo si può riscendere?
– Be’ … forse … Ma non serve, ti aspetterò. Poi verrai anche tu e staremo insieme in cielo. Sei contento?
– … Ma perchè non possiamo stare qui?
– Be’ …
– Ma che, diamo fastidio a qualcuno?




Ma perchè mio figlio voleva uccidere il piccolo insetto
che era apparso sul tavolo mentre mangiavamo,
forse per gioco lo voleva uccidere,
e io cercavo di insegnargli
una cosa che non si può insegnare
se lui non si sentiva come il piccolo insetto,
così come Garibaldi quando era piccolo per gioco
strappò le zampine posteriori di un grillo
poi lo vide zoppicare sul tavolo
e sentì una pena e un rimorso
per quello che aveva fatto
perchè a quel grillo nessuno poteva ridare le zampe,
per tutta la vita sentì quella pena,
non gli riuscì mai di togliersi quell’immagine davanti agli occhi
del grillo che zoppicava sul tavolo
e lui non poteva fare niente.


Salta immediatamente all’occhio che il figlio per Damiani è solamente il punto iniziale di una riflessione interna, di un pensare quieto e gentile direi, che è la poesia stessa dell’autore. Una poesia che non gratta i nervi come dice Lodoli ma punta all’esistenza senza mai allontanarsi dalla realtà. Un atto poetico insomma, un vero atto poetico che non è fare poesia ma è essere poesia. Che guarda alla vita, all’esistenza, all’uomo. Che viene scritta come un pensiero che non ha bisogno di un lettore o un ascoltatore, anzi direi che questi ultimi sono degli effetti collaterali della pubblicazione (rendere pubblico). Damiani scrive per la poesia, per la vita, senza aver bisogno di parlare a nessuno. E questa formula la si ritrova negli anni anche nelle tematiche più forti:


Poiché ci sono pochi fucili
ci danno un fucile in due,
quando cade uno, l’altro prende il fucile,
quando cade anche l’altro
il fucile rimane per terra,
se c’è qualcuno senza fucile
può prenderlo, altrimenti
resta lì, inusato
sopra un tappeto di morti.




Se ho ucciso tante persone,
se tante volte ho visto vicina la morte
e l’ho vista negli occhi dei miei nemici,
se ho visto morire bruciati bambini
in braccio alle madri, se ho visto le madri
violentate e poi sgozzate,
pensi per questo che non posso commuovermi
per il silenzio di questo bosco,
per la luce della sera che si fa cupa,
imperiosa come un decreto?
Anche dentro la guerra sento la voce dei boschi,
lo stupore del silenzio che mi fa di pietra,
la quiete della stradina che posa
e che sembra raccogliersi per la notte.


Una ricerca dell’uomo dentro la vita, quella di Damiani. Dentro la vita, dentro la sua quotidianità, dentro la storia, dentro la geografia, dentro i luoghi, dentro la morte, dentro tutte le sfaccettature dell’esistente e dell’accadente che portano il poeta a fermarsi e a pensare. Dove il tu è una sorta di specchio che serve ad andare ancora più a fondo alla realtà. Ovviamente in un articoletto come questo non si possono toccare tutti gli argomenti di un’opera così complessa quanto piacevole. Manca qui una riflessione sul tema della morte, sui luoghi, sugli animali anche. Inoltre un discorso a parte andrebbe fatto per la penultima sezione dell’antologia, quella inerente il poeta cinese Li Po. Qui ho voluto soffermarmi solo su un tema e un tono che mi hanno particolarmente colpito, lasciando al lettore la curiosità di andarsi a leggere le Poesie ed esplorare le altre tematiche egualmente importanti. Chiudo quindi con gli ultimi testi del libro, inediti, e che mi pare continuino a dire la gentilezza poetica di questo autore. Gentilezza che oggi, a quanto mi è dato di vedere, ha oppositori e seguaci sopratutto tra le giovani generazioni proprio a livello di manifesti poetici.


Fai un lavoro duro, cassiera di un discount,
ma sei allegra, scherzi con tutti,
velocissima conteggi i prezzi,
nella tua mente passano mille numeri,
e scherzi, poi prendi le cose
e le metti nelle buste, fai cose
che potresti anche non fare, è squallido
dove lavori, ma tu non te ne curi,
sei semplice, forse ignorante,
una ragazza di campagna
nemmeno bella, piccolina,
ma da te imparo non sai quanto.




Se gli uomini avessero sempre da fare
sarebbe meglio
perché avrebbero meno tempo
per soffrire,
se ci fosse molta socialità
feste e canti, riti
molta natura, non quelle discoteche oscene
non quelle città schifose,
molta religione, più musica,
più fanciulle che danzano battendo i piedi
o cantando su barche scendendo i fiumi,
molto camminare nei boschi, molto studio e amore,
non quella televisione da lupanare, con facce da assassini,
molta arte, molta cortesia e gentilezza,
buone maniere, educazione, studio,
meno intellettuali ignoranti,
e quei vip, con quelle facce da maiali
che si rotolano nella loro merda,
più umiltà, molta più umiltà, e rispetto,
se ci fosse più silenzio, più feste
più lavorare insieme, tranquilli,
contenti di lavorare insieme, cantando.




Se siamo così tanti
vuol dire che non c’è morte
perché non possiamo morire così in tanti,
se le galassie sono così tante
se tra viventi e non viventi non c’è poi tanta
differenza, e se dovunque è il vivente
come dovunque è l’idrogeno
e se la plastica che abbiamo inventato
in qualche mondo è in natura,
se ciò che facciamo non è artificiale
ma imitazione della natura,
natura stessa perché noi siamo natura,
parte di lei, messi da lei
a creare esseri artificiali
sotto il suo comando,
allora la morte ha poco da dire
e insieme tantissimo, è qualcosa che ci appartiene
e non ci è estranea
qualcosa che ci accomuna, e ci riunisce,
qualcosa di bello, che adesso ci fa paura
ma quando arriverà sarà un’esperienza grande
più grande della nascita, più grande dell’amore
e saremo contenti di poterla vivere insieme.




Dal mio piccolo punto di vista
vedo l’universo. Un rettangolino.
Il mio terrazzo. E’ la notte di maggio calda
e fresca, una brezza mite spira
che mi rinfresca della giornata afosa.
L’universo non credo sia diverso
dal nostro mondo: dopo tanto pensare,
tanto meditare sono convinto non solo
che quel che sta sulla terra sta un po’ dovunque nel cielo
ma anche che quello che sta nel cielo
sta un po’ qua e là sulla terra.
Allora dico: non ci immaginiamo cose tanto strane
ma guardiamo quello che ci sta vicino,
lasciamoci ferire dalla sua bellezza
e nella sua sapienza riposiamo il cuore.


http://www.claudiodamiani.it/poesie.htm





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