Intervista a Chiara De Luca

Chiara-De-Luca

Chiara De Luca corre quindici chilometri al giorno, scrive poesia, narrativa, saggistica e per il teatro. Traduce da inglese, francese, tedesco, spagnolo e portoghese. Ha pubblicato con Perdisa la pièce teatrale Duetti, con Fara i romanzi La Collezionista (2005) e La mina (stra)vagante (2006) e i poemetti La notte salva (2008) e Il soffio del silenzio (2009), con Kolibris la raccolta poetica La corolla del ricordo (Kolibris 2009, 2010), edita anche in versione bilingue con traduzione in inglese di Eileen Sullivan (The Corolla of Memory) e l’antologia Animali prima del diluvio. Poesie 2006-2010. Ha pubblicato testi in varie riviste e antologie. Ha tradotto raccolte poetiche di John Barnie, Thomas Beller, Pat Boran, Eva Bourke, Paddy Bushe, Jorge Carrera Andrade, Thomas A. Clark, John F. Deane, Patrick Deeley, Theo Dorgan, Katherine Duffy, Guy Goffette, Ray Givans, Dominique Grandmont, Nigel Jenkins, Thomas Kinsella, Nuno Júdice, Werner Lambersy, Philip McDonagh, Jane McKie, Colette Nys-Mazure, Peggy O’Brien, Sabina Naef, Jean-Claude Tardif, John Powell Ward, Grace Wells, Anna Wigley, Liliane Wouters, Enda Wyley e altri. Si occupa di critica di poesia italiana e straniera su riviste e siti letterari. Ha creato e dirige le Edizioni Kolibris.




Chiara, cosa vuol dire, per la tua poesia, correre quindici chilometri al giorno?

Vuol dire moltissimo. Ho iniziato a correre a otto anni, proprio quando iniziavo a scrivere i primi racconti e pensieri in libertà. Ho fatto corsa di fondo e mezzofondo a livello agonistico per oltre dieci anni, poi, proprio nel momento in cui avrei dovuto iniziare a preparare gli europei, ho lasciato l’attività agonistica. Questo perché sentivo che stavo perdendo la passione di correre, liberamente, cosa che non ho mai smesso di fare. Correre è infatti una droga, una necessità. Correre (sotto il sole, il diluvio, la neve, contro il vento, in salita e nel fango) mi ha insegnato la pazienza e la costanza. Nella corsa di fondo sei solo, con le risorse del respiro e del sangue, impari ad ascoltarti, a concentrarti sull’azione, sentendoti parte del percorso che attraversi, verso un traguardo cui non pensi. Non ho mai amato la corsa di velocità, dare il massimo nel più breve tempo possibile. Ho sempre preferito la corsa di fondo perché ti lascia il tempo di pensare, valutare, di dosare le energie, di andare in progressione usando la testa e la tecnica della gara tattica. È un po’ quel che accade quando scrivi.

La mia esperienza con l’attività agonistica mi ha insegnato che ciò che più conta è preservare la passione del gesto – di scrivere, di correre – al di là dell’ambizione, del riconoscimento esteriore. Correre mi ha insegnato che ci sono atleti (e poeti) che si bruciano la vita e ogni gioia per il “risultato”, che coppe e medaglie finiscono in cantina (e le recensioni in un cassetto), ma quel che resta e per cui vale la pena continuare è altro: il riposo dopo la fatica, fisica e mentale, la doccia degli irrigatori nel prato al decimo km sotto il sole d’agosto, una poesia terminata dopo decine di revisioni, una coperta calda che ti sghiaccia il sangue d’inverno, la soluzione trovata dopo ore trascorse sopra un singolo verso, scarpe consumate, fogli strappati. Scarpe nuove e fogli bianchi da inaugurare. Correre mi ha insegnato ad avere pazienza quando le gambe non girano o la parola giusta non viene, a non arrendermi di fronte a un infortunio che ti costringe a fermarti, così come di fronte ai periodi di silenzio della scrittura, mi ha insegnato a sopportare la fatica di ricominciare da capo, infilando le scarpe da corsa o prendendo in mano la penna quando ormai non ci speravi più.




Vi sono elementi forti nella tua poesia, quasi ricorrenti, o almeno così a me sembra: il corpo, la natura, Bologna. Cosa sono questi elementi?

Il corpo è il foglio su cui si scrive l’esperienza. A volte basta ascoltarne il respiro per ricostruirla.

La natura è la mia città natale, il luogo cui ritornare per riconoscersi e ritrovare una identità unitaria di anima e corpo.

Bologna ricorre spesso nelle poesie più recenti perché vi ho vissuto una decina d’anni. È un territorio di estraneità che t’imprigiona o respinge, un passaggio da attraversare, una parentesi di grande solitudine dell’anima al cospetto di se stessa.




La forma della tua poesia è molto regolare, si capisce che ha una sua volontà all’interno. Non è pesante ma non vuole essere leggera, non dimentica rime e assonanze, tanto da far percepire la forma come importante. Non scrivi poesia narrativa, questo è certo. E non direi nemmeno poesia lirica. Cos’è la tua poesia? Cos’è la tua forma?

Per me la poesia è musica. Scrivere è trascrivere la musica interiore e quella insita nelle cose, nelle parole negli sguardi delle persone, nei ricordi. Quando scrivo seguo una mia ferrea partitura, un ritmo che avverto all’orecchio della mente, in sottofondo. Lavoro su ogni singolo verso perché risponda a quell’andamento, forse anche seguendo dei giri di note su cui improvviso e vario. La mia poesia è canto che la forma cerca di contenere, forse perché non si disperda.




Come la traduttrice influenza la poetessa?

Tradurre è fare a pugni con la lingua, lavorare pazientemente su ogni singola parola, cercare un ritmo, creare qualcosa di nuovo.

La traduzione è la cover di una canzone, una creazione mediata, quindi è un esercizio fondamentale.

Tornando alla metafora sportiva: tradurre è fare potenziamento in palestra, con pesi, carichi e attrezzi. Scrivere è correre più liberamente, anche se le regole (di ritmo, respiro, andature) ci sono sempre. Correre fuori dai confini di una palestra è in sé più divertente, ma lo è ancor di più se hai i muscoli allenati.




Una domanda d’obbligo, simile alla precedente: come l’editrice influenza la poetessa?

Il lavoro di editrice ti porta a leggere molto e penso che il confronto e il dialogo con i testi altrui sia fondamentale nel percorso di ricerca della propria voce, delle proprie voci. Inoltre ti fornisce molte occasioni d’imparare dagli errori, siano essi stilistici e formali oppure umani e relazionali.




Ed ora, per chiudere, qual è il futuro prossimo di Chiara De Luca?

Una nuova sede per Kolibris, e dunque il 16° della mia collezione di traslochi. Diversi libri di poesia italiana e straniera in preparazione per l’autunno, nuovi corsi di scrittura e traduzione organizzati dalla casa editrice, la stesura di un nuovo romanzo, due collane da avviare (una di letteratura rumena e una di letteratura americana), correre.




www.chiaradeluca.it


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3 thoughts on “Intervista a Chiara De Luca

  1. Grazie ad Alessandro per la bella intervista e a Chiara per la verità e forza che traspare dalle sue parole, di donna e poetessa.

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