Poesie dell’esilio

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 Povertà russa

Il cartoccio del latte e le campane.
Gli stracci nella stanza.
La gatta che da fuori la finestra
vuole la colpa
d’essere l’unica a mangiare.
La stufa accesa. Le calze colorate.

 

 

La casa

È un sofismo anche la tenda
arrugginita della doccia.
La fuga delle piastrelle mai pulite
– gli arabi ci contavano gli anni
prima di morire –, la scala
che ogni giorno fa gli indiani
e il battito sottile delle gambe
della vicina che guarda la tv.

 

 

Dalla finestra

Le montagne sembrano capelli
sai, quando piove e le scale
delle case sono gelate,
e i lampioni sono accesi,
e gli aliti fumosi.
Potresti pettinarci gli inverni
se solo avessero significato.

 

 

In treno verso Taranto

Dai finestrini sporchi il freddo.
La neve in mezzo ai campi.
Il paesaggio sa di case
e di cose che non tornano.
Sono cose anche le persone
che nel freddo non respirano.

 

 

Ferrara

Le travi di freddo e neve
alla stazione di Ferrara.
La troppa chiarità non mostra
nulla, i filari non scandiscono
i binari, Dio non lo puoi
guardare nemmeno di spalle.

 

 

Senigallia

E così si arriva al mare.
Alle ciminiere alte una maceria.
La ragazza che legge Hemingway
ha negli occhi lo stesso verde
che s’ammuffisce contro i muri.
Pare un tempo che non passa.

 

 

Bologna

Un sorriso. Una facile stagione.
La ragazza ha le calze lunghe
e le labbra che sanno d’alcool.
Altri si tengono per mano.
Più in là una svendita d’usato
fa da memoria
da mercato, per cartoline. Una,
forse rumena, legge le carte,
come tutto fosse conoscibile.

 

 

La lampadina

Puoi anche non essere possibile.
Una macchia, uno spruzzo di caffè
a terra per sbaglio. La perfezione
quotidiana è anche la muffa
di ragnatele sulla doccia. È la
porta che non si chiude a un lato.
È il silenzio della casa, feroce,
la lampadina scoppiata.

 

 

Dio, una mattina

E non trovare una soluzione.
La varecchina in casa per le
formiche, o le piastrelle
-una fuga è sempre una fuga-
le camicie arrotolate per
chiedere a Dio se è Dio,
se è veramente Dio, la mosca,
il tarlo, il laccio della scarpa.

 

 

Asolo

Non so leggere Kavafis, né
so leggere Tagore, o Bellezza,
solo la vicina che a vent’anni
sfida la vita con gli shorts
e vuole insegnarmi un pò d’amore
con le labbra, come in guerra
sparando alle spalle di chi scappa.

 

 

Piazzetta della pescheria

La ragazza l’osserva a distanza.
Un rossore tra le guance, lui
-ancora all’inizio della vita-
si lancia in discorsi di rap,
poetry slam, lei s’avvicina
-un sorriso color salmone-
il cane al guinzaglio, le stelle
mai così simili a lampioni.

 

 

Emisfero, 25 luglio

Sguardo dopo sguardo lei
che s’apriva in sorriso a lui
che camminava indeciso
sulle piastrelle d’un esilio.
Si sentivano sopravvissuti
come le radici che in agosto
spaccano l’asfalto.

 

 

 
 
 
 
 
ilcoloredellacqua
 
 
 
 
 
 
 
 

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