Rime e giochi sul dramma della vita

alberti

 RIME E GIOCHI SUL DRAMMA DELLA VITA

Malascesa di Erminio Alberti (Samuele Editore 2013, collana Scilla, prefazione di Maria Grazia Calandrone) si presenta fin dalle primissime pagine come un gioco con la parola. Un tenere una pentola bollente in mano insomma, facendola saltellare tra le dita per non bruciarsi. L’impressione è chiara già nel testo d’apertura dove Vedi navi da crociera, come / luminose babilonie / e barchette solitarie, / lampare fa capire che lo strumento poesia è il canovaccio con cui si prende la pentola dal forno, dopo aver cucinato un immaginario pane di realtà. È una realtà infornata Malascesa, che profuma di vita e di esperienza, che profuma di morte (come intelligentemente sottolinea la prefatrice) ma non in senso romantico o pietoso. Tutto fa parte di una realtà che però brucia troppo tra le mani, quasi insostenibile calura, ed ecco allora la necessità di un artificio che sia capace prima ancora di dirla di pensarla.

Gli esempi non mancano: Il mare ti chiama! / (le volte che il mondo tu guardi, / finestra mia cara!). Ma la capacità di gestire lo strumento poesia di Alberti non si limita a un abile gioco di rime. Abile nella misura in cui sono efficaci comunicatori della loro artificiosità. L’autore gioca anche con le spaziature dei versi, con la loro grafica inserendo di sovente elementi grafici quali trattini, talvolta freccette, che acuiscono e intensificano quella sensazione di maestria di Alberti. Il pane è pronto, è preso dal forno, ma scotta, è un pane doloroso, doloroso perchè vero. Alberti arriva a giocare anche con la forma stessa delle parole, nel caso specifico straniere, in uno dei testi più riusciti della raccolta, Nebbia di Londra.

Davanti a un Raphaèl
in Trafalgar Squer
dentro la Nescional Gallerì
io ti vidi bella e sperduta
dentro un quadro del bronzino,
indiano-germanico-thailandese
donna del mondo!

Cosa dirti non seppi,
e ti lasciai correre così
nella fretta di questo mondo.
E tu sparisti nella nebbia
insieme a tutte le passanti:
a me soltanto il tuo ricordo breve.

Ti allontanasti su un cab
nel grigio d’un lonely london morning.

E tutto questo per arrivare poi a testi dove l’artificio, l’ironia della poesia, cade per lasciar emergere ciò che sta sotto non solo al poeta, ma alla realtà stessa che è quasi sempre non realtà in quanto tale ma realtà in quanto rapporto con essa: sotterrare in silenzi / alcoli e sproloqui / con gente che non può capire, / non potrà mai capirci, / noi e il nostro racconto, troppe / le cose che sfuggono al narratore interno. / Soli siam rimasti, / soli. Dove quest’ultimo soli, in corsivo nella pagina, pare essere confessione umana prima che poetica. La sentenza che, per un lettore attento, non può che essere motivo per una domanda fondamentale: perchè siamo rimasti soli?

Personalmente sono convinto, come già si è resto evidente in questo scritto, che Alberti parli di realtà cercando di proteggersi da essa, sentendo più che l’urgenza la necessità di dire la vita ma, nonostante la sua giovane età (ha 26 anni), avendone già colto o presagito il dramma. Un dramma tale che non può essere detto, e anche difficilmente capito. Perchè questa, chi vi scrive ne è convinto, è la sostanza della vita. Un dramma che talora pare effettivamente aporetico, insoluto e insolubile. E più uno lo capisce più ha difficoltà a dirlo. E se dovessi cercare di spiegare ancor più nel dettaglio cos’è questo dramma della vita che sento nei versi di Alberti, e condivido, non potrei non chiamare in mio aiuto un nome manzoniano: l’Innominato. Perchè la vita è un Innominato.

Parlare di vita in tali termini con un ragazzo di 26 anni che si approccia alla poesia con un primo, per quanto riuscitissimo, libro di poesia, può sembrare effettivamente una lettura un po’ generosa del libro stesso. Ma non in questo caso, dove i testi stessi difendono l’autore e lo spingono, suo malgrado, a confrontarsi sempre più a fondo con tale dramma della vita, perchè la direzione pare indiscutibilmente giusta e importante.

tiene più storie alla mano, storie d’amore,
donne che ama ma a volte
quelle che l’amano tiene lontano:
                                   non vuole spargere al mondo dolore;

altre l’avevano un dì dato a lui
                                  e tanti dì (e tante altre)

lui ama una, vuol bene a tutte (si contraddice, tanto
                              è umano);
trae profitto dall’essere maschio,
 ché per il maschio non è peccato
                                   amare tante (e tante altre)

 ci mette l’anima –

ad ogni donna ha dato un segreto, qualche ricordo
un vuoto a perdere.

La sequenza del libro si fa, pagina dopo pagina, sempre più seria e intimistica, nel senso che lo sguardo dato al reale diventa più personale e più pronto a reggerne il peso. Senza timore di confrontarsi anche con la più dolorosa delle realtà: Dio: Consapevolezza che solo il Silenzio / lungo questi anni può dare a noi. E noi,/ pronti ad assumerci il nostro dolore, / noi veggenti e redenti, ci preghiamo. / Ma la preghiera presume amore, e noi, / noi per certo non lo abbiamo, o Dio. In questo caso, per quanto personalmente consideri Dio maggiormente complesso della vita, Alberti ci sembra dire il contrario. Dio è interlocutore occasionale, vivo e vero ma senza persona. A tutti gli effetti un bisogno. Anche un qualcosa da ringraziare (in questo caso forse attingendo maggiormente alla cultura del sud Italia fatta di grandi tradizioni e religiosità storiche, non è da dimenticare infatti la collocazione geografica dell’autore e di conseguenza del suo libro. la Sicilia):

È l’uomo quieto che cammina
coi passi spenti del senzameta.
È un nonsense la direzione
scioccamente percorsa. Mente
a se stesso, per sopravviversi.

È l’uomo quieto senza Dio,
né partiti o grandi amori, ma
prega Dio, sua illusione
che gli doni un’illusione
                  per campare.

E poi s’apre e spalanca l’ali e parte
e s’illude, s’innamora
che più
                non ha.

Grazie a Dio ogni tanto ci casca ancora.

Un libro d’esordio quindi riuscito ma che ha il peso di un successo che va replicato, maturato perchè ha la responsabilità di un ottimo inizio. Un seguito auspicato ma che in Alberti già sembra essere realtà, se vogliamo credere alle parole di chiusura del libro Malascesa:

E ora che la polvere brezza di rovine ci passa
                                                                  io mi chiedo
di essere più duro, farmi scoglio
e contrastare i marosi
per il mio amore di uomo
sparso in terra, arso in petto
e scritto a penna,
per i rimorsi e le ferite che mi sono ancora linfa

                                              per poter incalzare il cappello
                                              un giorno,
                                              e girarmi e andare via
                                              da qualcosa.

Alessandro Canzian
19 maggio

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