Intervista a Giovanna Frene

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Padova, 9-14 marzo 2013
 
 
 
 

Morte è un po’ il termine ricorrente negli scritti su Giovanna Frene e i suoi libri. Cos’è morte per Sandra Bortolazzo e cos’è morte per Giovanna Frene?

Morte per Sandra Bortolazzo e morte per Giovanna Frene, in effetti, sono due cose ben distinte. Da giovanissima, all’epoca in cui mi venne l’idea di mettermi uno pseudonimo, verso i diciott’anni, non avevo capito bene la portata della scissione che stavo mettendo in atto, o meglio, che stavo per riconoscere, ma ora devo dire che non poteva essere che così. Chiunque sa che uomo e poeta sono due cose diverse, nonostante tutto, e nonostante, tra tutte le attività umane, la poesia sia quella che alla fine meno cavalca la scissione tra l’essere in sé e l’essere per sé. Devo dire che ne ricavo ora tutti i benefici. La vita come uno scivolo ci fa precipitare verso un clangore di estinzioni, compresa la nostra. Nessuno ha il modo di porre un riparo a ciò. La mia scrittura è stata da subito un intuire che si trattava di cantare per riempire un tempo, il tempo della vita, esattamente come dice la Dickinson in una delle sue poesie. Alla fine, la vita non è che un’immobilità, un falso movimento, un moto apparente: siamo sempre in piedi, in attesa che accada quel qualcosa, inconsciamente. È lì che i più accorti fissano, consciamente, senza distogliere lo sguardo. Questo, che viene fissato, è l’inimmaginabile per eccellenza, e dunque l’indicibile. Tuttavia, davvero anche i più accorti non si rendono conto che per pochi attimi, nel corso della vita, che cosa è davvero la morte. Per esempio, abbiamo avuto bisogno di costruire la Storia, per edificare una struttura che lo copra, questo niente universale che riveste il mondo, lo intride, lo sommerge. Mi ha sempre colpito ciò che diceva Zanzotto in un suo scritto su Leopardi: “[…] Leopardi ha guardato più a lungo [al sole del maleficio assoluto, alla morte], a più largo raggio che altri, ma non direttamente, non ‘fissamente’. Nonostante le apparenze egli guarda sempre a una morte riflessa ‘come in uno specchio’; lo specchio, o il vetro affumicato che gli consente di resistere, di ‘parlar di morte’, compiendo su essa innumerevoli misurazioni, elaborando rapporti e riferimenti, è pur ciò che lo divide da una verosimile sommersione, ed è proprio il dato della sua incorrotta salute psichica […]. Sì, è vero, Leopardi è radicato più di altri nella profondità della vita e per questo più di altri ha potuto dare un metro alla negazione […]”. Qui Zanzotto sta evidentemente parlando di Leopardi poeta, non di Leopardi uomo. E non a caso esiste un legame vitale tra persuasione e retorica, e non a caso non esiste forma poetica senza retorica. Dire in un modo altro è come vedere allo specchio. Concludo dicendo che per la ricorrenza di questa tematica nelle mie poesie spesso sono stata “criticata”, ma davvero mi chiedo se sia plausibile poter parlare d’altro, in poesia, se non del proprio destino, per cercare ancora una volta e sempre di rabbonire gli dei inferi affinché ci concedano indietro la nostra la vita perduta. Orfeo canta per sé stesso, la sua opera poetica è riportare in vita la sua stessa morte, in anticipo.

 

Seguendo un po’ il percorso di Giovanna Frene ho avuto un’impressione, come sulla pelle. Giovanna Frene parla di conoscenza, di poesia che deve dare conoscenza, un giudizio sul mondo. Giovanna Frene parla di annullamento del corpo, di morte. Giovanna Frene parla di opposti inconciliabili e sappiamo tutto il significato presocratico di tale direzione poetica. Giovanna Frene parla di potere e di storia ma parla anche di vita. Guardando tutto questo dall’alto per vedere i concetti poetici un po’ tutti insieme, non ho potuto non pensare al Mito di Sisifo di Camus.  Può essere questo osservare l’assurdo per poi trovare comunque un bene, la strada attuale o possibile della poesia di Giovanna Frene?

Credo di avere almeno in parte risposto nella domanda precedente, quando accenno al Leopardi zanzottiano; chi si dimenticò tragicamente di guardare attraverso questo vetro affumicato fu purtroppo Michelstaedter, un altro autore da me amatissimo, non a caso, e citato in più riprese nei miei testi poetici, specie in Datità. Dice dunque Camus: “L’abisso che c’è tra la certezza che io ho della mia esistenza e il contenuto che cerco di dare a questa sicurezza, non sarà ma colmato”. L’assurdo non è tenere insieme due cose così antitetiche, ma avere la coscienza che sono così antitetiche e tenerle insieme per questo. Certi artisti indubbiamente si caratterizzano per una certa radicalità, e credo di potermi annoverare tra quelli. Mi capita sempre più spesso di cogliere dentro le cose l’immagine della struttura che la mia mente proietta come costruzione in esse, e di cogliere dunque immediatamente la feconda irrealtà di questa sovrastruttura. La dimensione sovra-individuale di questa sovrastruttura l’abbiamo chiamata Storia. In questo caso, però, si tratta di un concetto leggermente diverso da quello da me esposto nella risposta precedente. La mia poesia si è diretta proprio lì, verso la Storia, nei suoi esiti recenti, perché è il luogo dove si esprime la massima presenza del nulla che ci assedia. Cos’è altro la Storia se non una costruzione, un immaginare uno scopo nella vita dell’intera umanità, anzi un credere che di questo scopo, o insieme di scopi, ci sia una tracciabilità precisa (fatti, personaggi, idee)? Certo, sembra che qualcosa sia accaduto, che le persone siano esistite, che alcune idee siano state scritte: ma è il credere che nella vita ci sia una qualche direzione, come dice Camus, che spinge alla fine l’uomo a costruire la Storia. Nessun fatto è mai esistito per come viene trasmesso, e ancor prima, nessun fatto, mi verrebbe da dire, è mai esistito. La dimensione dell’assurdo è avere raggiunto una coscienza tale che alla fine si ha anche sempre la sensazione in realtà di pattinare su una superficie, senza riuscire a penetrare alcunché, perché non c’è niente da penetrare. E capisco ora perché ho sommamente amato, da giovanissima, Il muro della terra di Giorgio Caproni, anche se nessuno ha rilevato tutte le influenze che il cortocircuito logico di Caproni ha avuto sulla mia poesia. Mi costa il pensare, perché il pensare è essenzialmente dolore, eppure non esiste per me altra poesia se non quella di pensiero. Non siamo nati per poter essere felici, no?

 

Un elemento che personalmente mi interessa molto della tua poesia è questa coincidenza/convivenza di più tempi. Un doppio binario che parla di un lontanissimo passato ma nello stesso oggetto di un presente che è adesso e proprio adesso. E’ un modo di approcciarsi alla realtà, e di comunicarla, che ritrovo anche in altri autori. In questo momento mi viene in mente un amico scultore, Sergio De Giusti, che vive e lavora in Michigan che fa proprio di questo doppio binario la cifra della sua arte. In un suo lavoro intitolato Ur sono chiari gli elementi artistici dell’antica Mesopotamia ma al contempo è egualmente chiara la critica alla guerra in Iraq. Dopo un Novecento che ci ha dato un metodo mitico in tutte le sue declinazioni, più o meno appariscenti, che senso ha oggi far coincidere antico e attuale, che messaggio veicola?

Circa vent’anni fa ho letto un libro che mi ha profondamente segnata; si tratta de La freccia ferma. Tre tentativi di annullare il tempo, di Elvio Fachinelli. Più che di “antico” e “attuale”, parlerei di ora e non ora, prima di tutto, perché in questo modo si pone la compresenza di tempo e di spazio, e allo stesso tempo ciò permette la visione di un tempo non cumulativo, ma qualitativo, e non tripartito, ma bipartito (compiuto/non compiuto). A mio avviso, le regole del tempo per un poeta sono dunque arcaiche: non esplorano nulla, non avanzano in nulla, non confliggono, ma scavano, ritornano, riflettono, sono rituali. Quando ho cominciato a scrivere poesie, senza capire perché, intuivo però una forza in questo linguaggio che mi metteva senza dubbio in un rapporto privilegiato con la realtà, un rapporto magnetico, direi. Fachinelli sottolinea poi che, appunto, quella arcaica è una delle modalità di annullare il tempo, tipica anche degli ossessivi, e poi aggiunge che l’esperienza, intesa come “accumularsi delle esperienze particolari, attraverso numerose generazioni, genera la storia”, e che più che determinarne in modo meccanico il suo prodursi (della storia), “consente il manifestarsi di qualcosa che è già implicito, come disponibilità, all’interno del mondo arcaico”. Non credo che molti lo sappiano, ma la casa della mia famiglia è stata eretta nel XIII secolo – fa un certo effetto essere cresciuta tra mura così vecchie e ricche di storie implicite. In un certo senso, è stata da me subito percepita come un’abitazione dove i morti sono tutti diventati antenati, ossia come una casa già morta e sempre viva. Non stento a dire che la cosa che ho da sempre avuto chiara è questo strettissimo legame tra la mia casa (specialmente una stanza precisa) e la mia scrittura poetica. Credo anche che il mio continuo scrivere di morte faccia in realtà parte del rito con cui incorporo continuamente i miei antenati nella mia vita. Anche il mio scrivere della storia, in fondo, parte da qui e arriva qui (e gli esiti estremi si sono visti nel mio ultimo libro, Il noto, il nuovo,  dove in realtà parlo direttamente del trauma bellico che io stessa ho ereditato tramite i racconti dei miei genitori). Ma, al di là delle visioni e delle motivazioni personali, che senso ha oggi far coincidere ora e non ora, antico e attuale, nel proprio messaggio poetico, e fare di ciò una parte consistente del proprio messaggio poetico, quale significato veicola? Credo di avvertire, e non sono che uno tra i molti, una impasse nel “momento storico” che stiamo vivendo, che ha una ricaduta anche nella poesia. Rispondere con i mezzi della poesia a questa difficoltà, significa cercare di affrontarla, o almeno di descriverla. Siamo nel pieno dell’attraversamento del Postmoderno, ma qualcuno sembra averlo dimenticato, e qualcun altro fa addirittura finta che non sia mai accaduto niente di tutto ciò. A livello formale, una delle conseguenze per la poesia è stata la moltiplicazione delle sue opportunità del dire. Chi non se ne accorge, fa poesia per se stesso – bella poesia, per carità, ma priva sostanzialmente di conoscenza. Tutte le accezioni della storia che ho elencato fino ad ora (nelle risposte) a me servono in poesia per dire il reale nelle sue forme molteplici da una posizione il più possibile decentrata rispetto al mio io, per il quale provo solo una certa curiosità, e privata. Postmodernità significa anche questo, de-costruzione dell’io così come era stato fabbricato specialmente negli ultimi due secoli, e riconoscimento della de-costruzione.

 

In una tua intervista affermi che sei passata (semplifico molto) dal padre letterario Francesco Petrarca al padre letterario Dante Alighieri. Puoi immaginare un padre letterario successivo a Dante?

No, non posso immaginare un padre letterario successivo a Dante, perché, a mio avviso, non si tratta di diacronia, ma di sincronia: si tratta di due idee antitetiche e complementari di poesia. Dall’infanzia della poesia (Petrarca), si arriva in qualche modo alla sua maturità (Dante). Se c’è un passaggio dall’età dell’oro a quella del ferro, preferisco usare il ferro, certo meno bello ma più efficace. Questo tanto biasimato uomo medievale che non era al centro del mondo, ma che metteva al centro del mondo il groviglio delle esistenze (questo, e non altro, sono le cattedrali romaniche e gotiche), è infinitamente più affascinante a livello poetico.

 
 
 
 
da: http://lapoesiadelgiovedi.blogspot.it/2013/03/alessandro-canzian-intervista-giovanna.html
 
 
 
 
 
 

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