Versi novecenteschi – 1998/2012

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VERSI NOVECENTESCHI – 1998/2012
Alessandro Canzian
 
 
 
 
 
 
Qual mai sarà l’anno, il mese, qual giorno,
o qual mai sarà il senso
d’essere o non essere
polvere, e ago di pino caduto, e bocca
di leone, e profumo
nel tuo profumo, di cose trascorse.
Alcuno. Ma siamo, e tanto basti.
 
 
 
 
 
 
Ci sarei passato accanto, volendo,
alla casa mai baciata dal sole, abbandonata
dall’odore del gatto
e dal tuo, che t’assomiglia
in fondo, anima e corpo.
Ma cos’è l’anima? E il corpo? Rimorso
che troppo spesso ci attanaglia.
 
 
 
 
 
 
Siamo sempre, sempre soli.
Noi, che d’infinito
abbiamo poco, grate di serpenti
e ciechi insetti, pozzi neri
crollati ormai da tempo.
E quel che ci rimane
in frattaglie d’anima sparse
è un figlio, che non sappiamo
come, né quanto
sopravvivrà alla fatica d’essere vivo.
 
 
 
 
 
 
La condensa, il desiderio, il vapore
delle cose state e che non saranno
più, l’ombra
d’un mobile a venire, un affanno, una dolcezza
quasi rubata.
Ma è nel continuo assillo dell’uomo
l’essere uomo, o poeta.
 
 
 
 
 
 
Non basta alla felicità se stessa.
È il soffione, il nido sterminato,
è il rifiuto abbandonato
la verità, in cui nulla per caso.
Il sesso è la maledizione della vita
e terra sterile è il pensare
d’essere vivi,
ma solo codesto oggi possiamo dirti:
Dio non è il fine, ma il mezzo.
 
 
 
 
 
 
Fu la mia grande solitudine.
Fu lo sguardo, troppo dolce sguardo
di chi sa che sta sbagliando.
Fu la bocca d’un sorriso, resina
non scesa, estate già in declino.
 
 
 
 
 
 
Ai tuoi occhi vissuti senza tempo,
alle tue gambe vissute senza ombra
alcuna, sulla terra
delle tue dolcezze, alla tua bocca, bruciata
al gelo del tempo, che lascia
ricordi sulle mani senza odore.
 
 
 
 
 
 
E basta così poco a ricrearti.
Una rosa che ti somiglia,
che si querela inedia.
E sei un’alba che non smemora,
dolce quanto pesa il vivere.
 
 
 
 
 
 
In te ho amato il nulla delle cose.
In te il bianco velarsi d’una donna
in pioggia, schiusa, ai tuoi scalzi
piedini sciolti.
Ma il nulla delle cose è un tutto
che il tempo schiuma.
 
 
 
 
 
 
Dicono sia possibile, lo sai, amare
un’ombra, ombre noi stessi,
dicono non sia maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
a la miseria, dicono
anche tu sia stupenda, lo sai.
 
 
 
 
 
 
E nel gesto attonito d’esistere
una stufa accesa riscalda
appena il vuoto che ci riempie
non che l’atto possa salvarci
– nella sua breve cecità
d’una notte senza parole –
 
 
 
 
 
 
Il giardino che dietro la casa
ghiacciava un poco tra i radi
filari di neve
e i cachi distanti m’era
una chiara immagine del male.
Un gatto che oltrepassa le scaglie
d’una siepe, sospinto dalla fame.
 
 
 
 
 
 
Questa vita disserrata ha il senso
della cagnetta smagrita che a lato
della casa s’avvolge
di gelo ogni notte.
E che a un piccolo straccio s’attorce
come fosse il suo mondo.
 
 
 
 
 
 
Una mosca, un capello, una eco
atterrita tra le gronde e le perline
d’un colloquiare senza fine
– la tenda e dopotutto un gesto
quasi privo di saluto –.
In fondo è proprio il mondo
il solo bene che non abbiamo.
 
 
 
 
 
 
E così esausta a lato parlottando
tra le cartilagini d’un vento
– le unghie spezzate dalla nebbia
inverosimile ammetti che la vita
non ha il senso d’una riva, ma più
d’un guado, raffermo, d’uno stagno.
Inverosimile ammetti che anche Dio
può essere triste quanto un uomo.
 
 
 
 
 
 
La vita è un tempo che ridonda
sempre pari nel suo vuoto. Così tu
dolce apparsa in una pioggia
d’una sera inattendendo. Perchè il
vuoto non pesa più del pieno
quando togli le scarpe e già sappiamo
che significa l’amore.
 
 
 
 
 
 
A volte la vita è come un legno
fradicio che si spezza al peso
degli abbracci. Così mio padre
seduto nella peugeot in attesa
di qualcosa che ritorni, le gambe
fragili, e la testa che non risponde.
E andiamo avanti con un sorriso
perchè non c’è nient’altro da fare.
 
 
 
 
 
 
E stare come un male alla finestra
dove la ripetizione dei gesti non serve.
«Quello russa e non mi fa dormire
e mi fa male il coccige e non riesco
più a vedere». Queste le parole.
Perchè la solitudine che abbiamo
dentro dura più delle nostre vite.
 
 
 
 
 
 
Il rasoio che ieri t’ho comprato
pareva un gioco da bambino.
«È quello buono» dici col sorriso
luminoso dentro gli occhi. Poi
camminiamo in un perimetro
di stanze e cartoncini appesi.
Tutto il bene che ci resta.
 
 
 
 
 
 
Ti senti oscura e sogni il chiaro
delle aiuole, due o tre figli e
un po’ di bene, basta il prezzo
da pagare non venga troppo alto
– nel frattempo il giorno albeggia
lasciando un vasto nel vuoto dei
parcheggi, e un piccolo infinito
in mezzo alle dita dei tuoi piedi –
 
 
 
 
 
 
Sentirsi una casa vuota non è
poi dissimile dal tenere la tua
voce per poco nell’orecchio
stretta stretta, perchè dolce – dici
l’amore essere un inganno, un gioco
altro, un sopravvivere minuscolo
dico io, guardando con la coda
dell’occhio le cose scivolarsi
addosso, come i complimenti dici tu –
 
 
 
 
 
 
Dimmi delle tue gambe, delle
strade che portano al tuo corpo.
«Ci pensi lei, poeta! Io oggi
non ho parole. Succede anche
a me, a volte: tutto nella testa,
ma non lo formo. La poesia è sua:
può fare tutto quello che vuole.
Può farmi prendere tutte le strade»
 
 
 
 
 
 
Si dice tu stia in una stanza
dal grande portone verde. Forse
scrivi, forse pensi a qualcuno o
a qualcosa che abbia senso nella
vita – in questo involucro di
memoria e pupille bianche –
Forse lavi i piatti della sera o il
mare appena fuori la finestra.
 
 
 
 
 
 
Ad Agordo siamo andati per
capire cosa resta della vita, il
lungo Sentiero della Montagna
Dimenticata o i nonni che giocavano
alle bocce dove «chi vince vince
chi perde perde» dicevi tu perchè
lanciare la boccia troppo in alto
equivale spesso a una sconfitta.
 
 
 
 
 
 
E poi conoscersi per caso in una
qualche stradina secondaria,
chi esce da un negozio chi da
una farmacia che sta chiudendo
– chi da una vita che si spezza chi
da un’ambulanza che non si ferma –
E restano i tuoi occhi
nel ritardo calmo dei parcheggi.
 
 
 
 
 
 
Ho troppi libri sulla scrivania
– Grossman Haruki Rilke
Prévert Hikmet Benzoni
solo per dirne alcuni ma
è un tavolo da cucina la mia
troppa povertà di te –
Come una tenebra tranquilla.
 
 
 
 
 
 
È ottobre in un bicchiere rotto
che fa grisaille – posso
abbracciarti fino a morirne? –
Che poi tutto è necessario, anche
i pensieri che restano low cost
e i mobili vuoti e i bambini
e la solitudine che un po’ tutti
ci siamo costretti qui dentro.
 
 
 
 
 
 
A volte mi chiedo se la pace
abbia il volto d’una donna o di
una figlia sconosciuta, se abbia
il senso di un’estate o di un
autunno senza braccia, a volte
mi chiedo se non stia facendo
gli stessi errori di mio padre.
 
 
 
 
 
 
Ho fatto un albero di natale con
una lattina di birra dei popcorn e
una nebbia in mezzo ai rami
per una donna insopportabile un
figlio troppo amato come
io stesso sono stato amato da
una nonna che prima di morire
ammise di non sapere chi io fossi.
 
 
 
 
 
 
Sono andato in posta pochi minuti
fa, qualche tristezza tra le dita,
la ragazza che mi conosce uno
sguardo indifferente che conosco
anch’io, il pavimento pulito e
la porta a vetri che ha i tuoi occhi
trasparenti come un’estate di dicembre.
Ora andrò al cinema con un po’ di
malinconia tra le braccia, da tenere
stretta, come per abbracciarti.
 
 
 
 
 
 
Dicono la poesia sia grande
quand’è necessaria,
quando te la chiede il mondo
– in realtà lo dice Guido ma
è come lo dicessero tutti –. Fa
un po’ ridere questa presunzione.
Soprattutto se per scrivere hai
bevuto birra doppio malto e hai
pianto tanto, ma non lo puoi dire.
 
 
 
 
 
 

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