Distanze – ass. cult. Terra d’Ulivi 2007

distanze

DISTANZE
Alessandro Canzian
 
 
 
Macera il cielo contro un ceppo
di cirro, sterrato, tracima
al piccolo uccello senz’ira
che se ne parte dal vigneto.
Tornerà, poichè tutto torna
alla memoria del padre.
 
 
 
Una schiuma di sera sciaborda
in nebbia di fari, in tronchi
agglomerati ai tuoi sguardi,
come storia di uomini sfatti.
La vita è principalmente attesa,
da questo esilio il Dio.
 
 
 
Ma l’uomo cos’è? La querela
in fondo è sempre questa: può essere
l’uomo simile ad un carro
macerato da uno sguardo? -frattanto
la scheggia d’un gatto salta
contro il muro d’una notte-.
 
 
 
E nel gesto attonito d’esistere
una stufa accesa riscalda
appena il vuoto che ci riempie
-non che l’atto possa salvarci
nella sua breve cecità
d’una notte senza parole-.
 
 
 
Pare impossibile che di te resti
meno del tutto, dice il poeta.
Un insetto radente sull’acqua,
qualche fascina
di peli, pochi resti insomma.
Eppure la memoria non basta,
quieto l’insetto si rinserra.
 
 
 
L’istante che di te mi sovviene
più caro, fu quando
con un cenno della mano togliesti
quel capello dal mio cielo.
“E’ mio”, divertita dicendo.
Presagendo che il tempo
non è che un difetto
tra le pieghe d’un bacio.
 
 
 
Il giardino che dietro la casa
ghiacciava un poco tra i radi
filari di neve
e i cachi -distanti- m’era
una chiara immagine del male.
Un gatto che oltrepassa le scaglie
d’una siepe, sospinto dalla fame.
 
 
 
Questa vita disserrata ha il senso
della cagnetta smagrita che a lato
della casa s’avvolge
di gelo ogni notte.
E che a un piccolo straccio s’attorce
come se fosse il suo mondo.
 
 
 
La crepa sul muro che divaga
nella stanza
ove tanto soffrimmo -perchè la vita
è da sempre sofferenza- ritorce
se stessa alla mia sera.
E fa il mio cuore questa scheggia
che si spegne sulla cenere.
 
 
 
L’orologio che mi regalasti lo misi
tra le cose che non rividi
più -sebbene l’avessi
per tutto il giorno al polso-.
Tale è la vita. Nemmeno la grata
del cuore vi sfugge.
Piano anche il tutto si stinge.
 
 
 
S’incaglia una pioggia tra le scaglie
d’un insetto che risale
una cattiva primavera. Il sole
non è che il vuoto d’un ricordo
irretito dentro il corpo. Il mondo
un lampione sullo sfondo
d’un infinito inverno ancora.
 
 
 
Eppure non esiste una speranza
più serena della sera, più del mare
che in essa si rinserra
sciabordando scogli e ruscellando
lontana l’eco d’un’attesa.
 
 
 
E’ forse questo il vero significato della vita.
Uno svanire quieto tra le cose
a sè più care, uno sfibrare il resto
disperso del pensiero -inutile,
inatteso, con nello sguardo un gesto
pieno d’amore- per non attendere
più nulla dopo il male.
 
 
 
La notte s’esaurisce tra le sponde
come un vento di tramontana. Nere
gocce simili a rugiada
s’intersecano al mattino, ai lati
più postumi dell’alba -che non è d’amore
che sopravvive questo mondo,
ma nemmeno d’odio-.
 
 
 
L’acqua e non più distante il mare
d’una secca troppo vecchia per riempire
il vuoto della vita, delle pietre
feroci a ferire sulla riva -eppure c’è una luce
ancora immensa nell’aria intorpidita
d’una donna che osserva la sua vita
relegando il male in un sorriso-.
 
 
 
Tra il vento e le crepe d’un inverno
una rondine che arriva. E’ tutto finito
ti dice un cielo che non scroscia, eppure
non può finire ciò che esiste
quasi in eterno, non la pietra arrovellata
da una cupa umanità, non la forma
di memoria che infittisce nella storia,
Perchè finisce l’uomo, non la sua penombra.
 
 
 
Potessimo così coglierne il patema
la vita non parrebbe che un’immagine
-tra la polvere e il meriggio incontro al vespro-
scabra, scarna e appena amara,
e solo un poco stinta dalla pena.
 
 
 
Può essere che un giorno
perdonata ogni colpa appianata
la penuria dell’aria
al suo meriggio -il suo
meriggio più prezioso-,
Dio ci appaia sfocato
d’ogni contrasto o paura,
che non sempre si paga
la grazia
d’essere uomini.
 
 
 

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