Cronaca d’una solitudine – Samuele Editore 2011

cronaca

CRONACA D’UNA SOLITUDINE
Alessandro Canzian
 
 
 
AL PADRE
 
 
 
Le parole quando si impadronivano
dei giorni era un modo per salvarsi
Roberto Cescon, La gravità della soglia
 
 
 
A volte la vita è come un legno
fradicio che si spezza al peso
degli abbracci. Così mio padre,
seduto nella peugeot in attesa
di qualcosa che ritorni, le gambe
fragili, e la testa che non risponde.
E andiamo avanti con un sorriso
perché non c’è nient’altro da fare.
 
 
 
 
 
 
E stare come un male alla finestra
dove la ripetizione dei gesti non serve.
“Quello russa e non mi fa dormire
e mi fa male il coccige e non riesco
più a vedere”. Queste le parole.
Perché la solitudine che abbiamo
dentro dura più della nostra vita.
 
 
 
 
 
 
“Grazie che vieni sempre”, e tornare
tra le ombre di natale e le luci
intermittenti che non si spengono.
E mi racconti della pipì a letto
e delle imboccate per mangiare
e che vita o morte per te è uguale.
E stiamo come velcri di poltrone
strappate e senza più parlare.
 
 
 
 
 
 
Il volto rasato e quasi un sorriso.
L’Abs, l’Advanced Break System
che non ricordo ma che ti rende
orgoglioso di sapere, una Clio
scambiata per una Opel e un’Audi
sportiva con due ragazze accanto.
E la vita reclusa in uno schermo
dietro un vetro di sicurezza.
 
 
 
 
 
 
Spesso accostarsi a questa vita
ha un sapore agro di stranezze
che non comprendi, il dito più
corto perchè spezzato, il vicino
che lamenta i troppi rumori
il pomeriggio, e tu che non sai
cosa resta della vita “se non
i wafer, che sono così buoni”.
 
 
 
 
 
 
Tutta la vita a giocare al lotto
sperando di vincere i miliardi.
E li avevi pure sognati i numeri,
quelli giusti, dimenticandotene.
Avevi pianto. La seconda
volta era al funerale di tua madre.
La terza, in un letto d’ospedale,
gridando “mi sento inutile”.
 
 
 
 
 
 
Non siamo nemmeno padre
e figlio -devo giustificare sempre
il perché non ti posso firmare
le carte, quasi chiedere scusa
all’infermiera di turno-. Io
lavo la biancheria, compro
i pigiami quando serve, o altro.
Raccolgo la pena dei ricordi
per un’elemosina d’abbracci.
 
 
 
 
 
 
Il rasoio che ieri t’ho comprato
pareva un gioco da bambino.
“E’ quello buono” dici col sorriso
luminoso dentro gli occhi. Poi
camminiamo in un perimetro
di stanze e cartoncini appesi.
Tutto il bene che ci resta.
 
 
 
 
 
 
CANZONIERE DI
 
 
 
E perché?”
Perché è come la vita” rispose l’uomo.
Goffredo Parise, Sillabari
 
 
 
Spesso mi chiedo quale sia
la cura, il bene che non esiste,
l’orizzonte degli eventi direbbe
lui, la tmesi del tuo corpo
o la tua gonna rossa, di respiro.
Ma abbiamo troppi poeti intorno
per capire cosa sia la vita.
 
 
 
 
 
 
Ti senti oscura e sogni il chiaro
delle aiuole, due o tre figli e
un po’ di bene, basta il prezzo
da pagare non venga troppo alto
-nel frattempo il giorno albeggia
lasciando un vasto nel vuoto dei
parcheggi e un piccolo infinito
in mezzo alle dita dei tuoi piedi-.
 
 
 
 
 
 
Sentirsi una casa vuota non è
poi dissimile dal tenere la tua
voce per un poco nell’orecchio
stretta stretta, perché dolce -dici
l’amore essere un inganno, un gioco
altro, un sopravvivere minuscolo
dico io, guardando con la coda
dell’occhio le cose scivolarsi
addosso, come i complimenti dici tu-.
 
 
 
 
 
 
Dimmi delle tue gambe, delle
strade che portano al tuo corpo.
“Ci pensi lei, poeta” Io oggi
non ho parole. Succede anche
a me, a volte: tutto nella testa,
ma non lo formo. La poesia è sua:
può fare quello che vuole.
Può farmi prendere tutte le strade”.
 
 
 
 
 
 
Nella foto un seno di collana
antico, forse settecentesco direi
dal rimpianto chiaroscurale delle
mani che afferrano il coltello.
È la storia della vita nelle cose,
bere ogni giorno un po’ di male
fino a coglierne il valore
che serve solo a sopravvivere.
 
 
 
 
 
 
Si dice tu stia in una stanza
dal grande portone verde. Forse
scrivi, forse pensi a qualcuno o
a qualcosa che abbia senso nella
vita -in questo involucro di
memoria e pupille bianche-.
Forse lavi i piatti della sera o il
mare appena fuori la finestra.
 
 
 
 
 
 
La curva a V delle tue gambe
nella formula antilirica del tuo
profilo, visto da dietro -”vorrei
esser io la mia omonima bimba ah
gentil uomo di lontano che
pena che pena”- nel palmo i troppi
gesti da dire, quasi fossero cose,
pezzi di seno, bicchieri di rhum.
 
 
 
 
 
 
Dopo giorni ti ho sentita ancora.
Dovevi comprarti le scarpe, due.
Perché per te non esistono le
paia, solo i singoli, in due.
Anche le tue scarpe sono sole.
 
 
 
 
 
 
CRONACA D’UNA SOLITUDINE
 
 
 
A volte troviamo una salvezza
provvisoria, naturalmente, e breve
Maurizio Cucchi, Vite pulviscolari
 
 
 
E mi racconti delle metastasi del
tuo compagno, del cancro di tua
madre mentre Roma s’allontana
sul Tevere e le persone sono ombre
all’Ara Pacis. “Diglielo, diglielo tu
a Dio di darmi un po’ di tregua”.
E una tenerezza. Quanto basta
per abbracciarsi slogandosi la vita.
 
 
 
 
 
 
La notte procede scalza, insonne.
Ahmed torna dal matrimonio con
Zohra “è stato più che altro per suo
padre, non le parlava più. Abbiamo
fatto solo un giro e niente altro”.
Nel frattempo Sonia scopre le sue
gambe dal colore d’una adolescente
sopravvissuta a se stessa. Un giorno
ricorderemo anche queste cose.
 
 
 
 
 
 
Dal pediatra mi sento fuori posto.
In corridoio sorrisi escono dai
corsi premaman o da quale altra
dicitura non ricordo. Nascondo
il mio disagio alla segretaria -mi
riconosce da uno sguardo, lei-.
Trattengo la tristezza del dover
esistere in due, fingendo un bene.
 
 
 
 
 
 
Ad Agordo siamo andati per
capire cosa resta della vita, il
lungo Sentiero della Montagna
Dimenticata o i nonni che giocavano
alle bocce dove “chi vince vince
chi perde perde” dicevi tu perché
lanciare la boccia troppo in alto
equivale spesso a una sconfitta.
 
 
 
 
 
 
Dopo giorni e giorni resta lieve
il distacco, la luce che si spegne
o la tenebra che arriva
con pantofole da donna. Tu
non capisci la mia paura di
toccarti come io non capisco
più lo stupore di questa vita.

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